Made in China - Tutti i difetti di una squadra con troppe falle

Made in China – Tutti i difetti di una squadra con troppe falle


“Tirate fuori i coglioni”. E’ il coro che stavano intonando i tifosi nerazzurri presenti a Marassi nella sera della terza sconfitta nerazzurra in campionato. Perché viene normale farlo: se una squadra perde, non gioca bene e vince solo una partita delle ultime nove in campionato, il pensiero immediato ti porta a credere che sia stato smarrito il giusto atteggiamento, che non ci sia cattiveria, che manchino la voglia e l’attaccamento alla maglia. Probabilmente un fondo di verità c’è, ma focalizzarsi solo sull’aspetto psicologico e motivazionale sarebbe fuorviante e superficiale.

Il calcio è infatti uno sport che si gioca con i piedi, prevede che spesso a uscire trionfatori siano quelli che sappiano adoperarli meglio, in unione con cervello, fiato e, appunto, voglia. Con i piedi si possono saper fare tante e svariate cose, tiri, dribbling, passaggi, accelerazioni. Per carità, è molto complesso trovare calciatori che abbiano un bagaglio così completo, ma in una squadra sarebbe logico cercare di inserire atleti che sappiano dare in misura eguale e consistente tutte queste caratteristiche.

Nell’Inter questo non è successo.

Nell’Inter, squadra da anni specializzata nel non raggiungimento degli obiettivi, si è pensato che ci fosse la necessità di inserire solo degli elementi di contorno, perché la struttura di base era già valida. Convinzione maturata dopo un settimo posto in classifica e una brillante esperienza ai gironi di Europa League.

Elementi di contorno identificati, ad esempio, nei centrocampisti della Fiorentina, squadra in grado di stabilire un record nei due anni precedenti. L’essere arrivata in entrambi i campionati dietro l’Inter.

Fonte foto: screenshot

Si è pensato di poter affrontare un campionato lungo e competitivo con una rosa numericamente esigua, sempre ridotta all’osso, con un undici titolare non così sfavillante, salvo le dovute eccezioni, e riserve pressoché inesistenti. Vuoi per la caratura tecnica, vuoi per la personalità, o per la semplice mancanza.

L’Inter, squadra pensata e mandata in campo con il modulo 4-2-3-1, è stata plasmata con un solo uomo alternativo ai due esterni d’attacco titolari. Così, se uno dei due si infortuna, non segna nemmeno se la porta diventa quella del rugby, o piomba in una spirale oscura senza dare cenni di ripresa, l’allenatore non deve fare altro che riproporli ogni volta con la speranza che la partita successiva sia sempre quella del riscatto.

L’Inter è una squadra che, dopo 6 mesi dall’inizio della stagione, ha schierato sulla fascia sinistra due giocatori di piede destro. E non perché l’idea tattica preveda l’uso di esterni invertiti. Nessun mancino, ma solo tanta preventivabile e limitata prevedibilità.

L’Inter è una squadra che oggi, tra miriadi di cross sfornati, non aveva un centravanti di peso che potesse impensierire i tre centrali difensivi avversari. Perché nessuno ha pensato che al titolare, lui sì vero valore aggiunto, potesse venire un raffreddore, un’influenza, un problema muscolare. Per non parlare poi di quando il centravanti è accusato di essere troppo solo in avanti, come se fosse colpa sua.

Perché una seconda punta non è stata contemplabile in sede di costruzione di squadra, perché il trequartista, uomo deputato ad accompagnare e a supportare l’attaccante, è spesso Borja Valero, giocatore che ha già oltrepassato il meglio della sua carriera e la cui età non gli consente di poter saltare nemmeno il più scarso dei mediani avversari. Per non parlare della sua proverbiale capacità di andare in goal.

Che poi dai, se magari il trequartista non ha il goal nel sangue o il passo per creare superiorità numerica, il problema sarà stato compensato in mediana. E invece nulla di tutto ciò, solo la costruzione farraginosa di Vecino e Gagliardini. Con quest’ultimo, centrocampista nato per interdire e magari inserirsi, da cui i tifosi si aspettano visioni e lanci alla Pirlo.

Perché poi, l’ennesimo allenatore assoldato nel dopo 2010 è un tecnico a cui piace avere il pallino del gioco, offrire qualità di gioco e di manovra. Perché dunque (non) comprargli un regista, un uomo d’ordine davanti l’area che sapesse fare qualcosa in più di lenti, orizzontali e noiosi passaggi senza arte né parte?

L’Inter da anni ha falle evidenti nella rosa, ma colmarle non è un compito che proprietà e dirigenti riescono ad assolvere, se non in maniera sporadica e mai totale. La restaurazione lascia sempre il posto a un restyling improvvisato e quasi mai figlio di un progetto precedentemente ponderato. Così il rischio diviene sempre quello dell’illusione, dopo un ottimo inizio stagionale, dopo un filotto di risultati positivi, anche dopo una partita, che magari qualcuno sogna come quella dell’inversione di tendenza, ma che invece finisce col divenire un’eccezione nella mediocrità. Un’oasi nel deserto.

E così si pensa ai coglioni da cacciar fuori, alla maglia da onorare. Come se non ci fosse stata una reazione dopo il 2 a 0, come se un pizzico di sfortuna non abbia recitato un ruolo da protagonista in più di qualche frangente. Purtroppo a volte si debbono avere armi e strategie per affrontare la guerra, non solo la disponibilità al sacrificio e il vano atto di eroismo. L’Inter stasera non le aveva e potrà capitare che vengano meno in altre circostanze da qui alla fine. 




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