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Signori, ci siamo: è arrivata l’Inter di Inzaghi

Sono passati poco meno di sette mesi da quando Conte, lo scorso 27 maggio, annunciava l’addio all’Inter. La decisione del tecnico e la contestuale messa a nudo dei limiti finanziari di Suning, sapevano di resa. O quasi.

Antonio Conte Inter

Paradossalmente tutto questo avveniva soltanto tre giorni dopo la conquista dello scudetto, vittoria che aveva spezzato l’egemonia Juve e portato l’Inter in vetta al calcio italiano undici anni dopo l’ultima volta. Una doccia fredda. Anzi, gelata. Che diventa quasi paralizzante quando i nerazzurri perdono Eriksen prima, Hakimi e Lukaku poi: questi ultimi ceduti a peso d’oro proprio per rimpinguare le casse del club meneghino. Così, quando la Juve annuncia il ritorno in panchina di Max Allegri, tutti pensano all’inizio di una nuova dittatura bianconera. I tifosi nerazzurri in primis.

Inzaghi, Marotta e Ausilio: il valore del lavoro

E invece siamo qui – sette mesi dopo, appunto – a parlare di un Inter che in Serie A sembra essere fuori portata per chiunque. E che da ieri sera vola in vetta alla classifica, nonostante un avvio di stagione in cui Milan, Atalanta e Napoli hanno corso. E tanto.

Inzaghi, Nuova, Inter,

Merito di Inzaghi, ma ancora prima (concedetecelo) del duo Marotta-Ausilio che il tecnico piacentino l’hanno voluto con forza, ritenendolo abbastanza intelligente da conservare quanto di buono costruito da Conte e abbastanza preparato per dare, nei tempi giusti, una sua impronta alla squadra. Scommessa vinta.

L’impronta si vede, l’Inter gioca un calcio più divertente e – fino a prova contraria – ancor più efficace: l’anno scorso i nerazzurri a questo punto della stagione avevano tre punti in meno in campionato, dove stazionavano in seconda posizione, ed erano malamente usciti dalla Champions League. Scusate se è poco.

Ma questa Inter piace soprattutto perché sembra essere il prodotto di un lavoro in cui tutti, da coloro che agiscono nell’ombra ai sopracitati, sono capaci di regalare qualcosa all’altro. Un lavoro di squadra, in cui non sono ammesse primedonne: né in campo, dove dopo l’addio di Lukaku nessuno monopolizza le cronache; né in panchina, dove siede un allenatore che, a differenza del suo predecessore, sembra stare a suo agio nei panni dell’antieroe.

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Nuovi meccanismi, una nuova Inter

Passiamo al campo, perché è giusto sottolineare che la vera novità dell’Inter targata Inzaghi è l’espressione di un gioco diverso. Sicuramente meno meccanico, forse meno cinico, ma certamente più gradevole. Non possiamo, da amanti del calcio, annoiarci quando vediamo i nerazzurri esprimersi al meglio: liberi, non più ingabbiati in soluzioni tattiche da riprodurre con estrema frequenza, dipendenti da nessuno se non da tutti, pienamente padroni del loro destino.

Inter-Sheriff, Inzaghi, attacco

Con i tre difensori, in particolare Skriniar e Bastoni, a far gioco costantemente nella metà campo avversaria. Con Brozovic, Calhanoglu e Barella che, come mai prima d’ora, abbinano qualità e quantità: probabilmente, giocare la maggior parte delle partite negli ultimi 60 metri e dover coprire quindi una sola porzione di campo, li aiuta. E con gli attaccanti, come logica conseguenza, a beneficiarne: Lautaro viaggia ad una media gol che lo porterebbe a battere il suo record personale; Dzeko, 35 primavere, sembra vivere una seconda giovinezza dopo che negli ultimi tre anni non aveva mai raggiunto i 20 gol (è già a 11).

Per non parlare dei vari Perisic, Di Marco, Dumfries: tutti quanti, chi più chi meno, integrati in un sistema che non esclude nessuno, che si adatta alle esigenze del momento e alle caratteristiche dei singoli interpreti. Che non costringe, esalta. Che è capace di attendere, ma non si fa attendere. L’Inter di Inzaghi è già arrivata. E si vede.

Pierfrancesco Vecchiotti