Spalletti al muro. Uomini forti, uomini soli

Spalletti al muro. Uomini forti, uomini soli


L’allenatore è un uomo solo”. Così parlava domenica sera Beppe Bergomi a Sky Calcio Club, commentando le immagini che ritraevano Luciano Spalletti abbandonare in completa solitudine l’impianto di San Siro dopo la debacle contro il Bologna. “È la prima cosa che ti dicono ai corsi di Coverciano” ha continuato poi l’ex bandiera nerazzurra, quasi a sottolineare il fatto che la solitudine e l’abbandono costituiscano il destino già segnato di ogni allenatore.

Il giornale “È ammutinamento”

Già, l’allenatore. Un tecnico, una guida, a volte un maestro, a volte addirittura un comandante. Una figura di centrale importanza su un campo, ancor di più in uno spogliatoio. Eppure, quando si era affacciato per la prima volta sul mondo Inter nel Giugno 2017, Luciano Spalletti sembrava aver portato una ventata di aria fresca e una nuova mentalità. E a suo supporto intervenivano anche i risultati (anche se altalenanti) della scorsa stagione, al termine della quale si era sfatato il tabù Champions League. Un finale di stagione che aveva riportato in auge il mantra di quel Giugno 2017: “Uomini forti, destini forti”.

Tuttavia ad oggi la situazione sembra radicalmente (e spaventosamente) mutata. L’esclusione da Champions, Coppa Italia e quasi sicuramente lotta al secondo posto, hanno fatto cadere l’uomo nuovo e forte tra i comuni mortali.

Il Giornale espone un’agghiacciante ipotesi sul perché di questa repentina uscita fuori strada. “C’è una frase pronunciata da Spalletti dopo la sconfitta contro il Bologna che merita di essere analizzata. «Sembra che per certi versi la squadra mi segua». Quel «sembra» e quel «per certi versi» non sono esattamente quello che ci si aspetta di sentire da un allenatore che ha il pieno controllo della situazione, dello spogliatoio e del suo ruolo. Non è quel manifesto di sicurezza che in certi momenti è necessario per far vedere che si è saldamente al comando della nave che si dirige. No, non lo è nemmeno un po’. Un allenatore deve avere il pieno controllo dello spogliatoio e la squadra deve seguirlo ciecamente. O quasi. Di certo non può seguirlo soltanto «per certi versi». Non è un caso che l’Inter sia nel caos. C’è la sensazione diffusa di una sorta di ammutinamento interno per cui l’autorità dell’allenatore non sia più riconosciuta da tutti. Non è una novità nel mondo del calcio”.

SINTOMI DI UNA MALATTIA FORSE ANCORA CURABILE

La sensazione è sicuramente che qualcosa non vada nel sistema Inter. I recenti risultati, come spesso nel calcio, sono un indizio (o anche qualcosa in più), l’atteggiamento una prova; non sembra ancora sufficiente a condannare la squadra per ammutinamento verso il proprio comandante. I segnali sono comunque allarmanti.

Solo il tempo ci dirà e probabilmente non ce ne vorrà molto. I risultati delle prossime due o tre gare sono improvvisamente diventate le lancette che scandiscono il tempo sull’orologio del tecnico di Certaldo. Tuttavia emerge un precedente allarmante.

Una situazione simile si venne a creare nel a fine stagione 2016/2017. Pioli dovette assistere impotente a prestazioni oscene una dietro l’altra, in seguito al sogno Champions League svanito. In quel caso fu i marinai gettarono il comandante in mare. Gli obbiettivi stagionali non sono svaniti in questo caso e la speranza c’è ancora.

Se i sospetti dovessero però venir confermati, si avrebbe l’ennesima riprova che nel calcio il rispetto, e soprattutto la riconoscenza, sono valori totalmente sconosciuti, specie a quelle figure con un maglia da onorare addosso.

Fonte immagine in evidenza: Screen Conferenza

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