Editoriale - La bellezza dei giovani Vecchi

Editoriale – La bellezza dei giovani Vecchi


Stefano Vecchi ce l’ha fatta ancora. L’allenatore bergamasco ha vinto, con il Torneo di Viareggio di ieri, il quinto trofeo in nerazzurro. La sua favola era iniziata nel 2015, proprio nella stessa manifestazione. Una vittoria per 2 a 1 contro il Verona, maturata grazie alle reti di Bonazzoli e Gyamfi, giocatori che, ad ora, stanno riuscendo nella difficile missione di ritagliarsi un loro spazio nel calcio professionistico. A Belkheir e Vergani, ultimi protagonisti in ordine temporale, auguriamo la stessa fortuna, così come ai loro compagni.

Nel frattempo, si può dire che il loro allenatore in comune, Stefano Vecchi, negli anni ha saputo costruirsi una credibilità e un curriculum in cui la fortuna ha giocato un ruolo decisamente di secondo piano.

STEFANO VECCHI, UN UOMO A SERVIZIO DELL’INTER 

Stefano Vecchi in quattro anni ha visto tantissimi giocatori passare dinanzi a sé, operando continue scelte, compiendo valutazioni, smontando e assemblando vari pezzi di un puzzle logicamente cambiato più volte. Ogni anno è riuscito a trovare il bandolo della matassa, a riannodare le fila di un discorso sempre uguale e diverso allo stesso tempo. La necessità di trasformare giovani ragazzi in uomini e giocatori pronti per un salto di livello non semplice dal punto di vista tecnico, tattico e mentale. Un materiale umano sconfinato, mutevole di anno in anno e che, nonostante ciò, gli ha regalato grandi soddisfazioni.

I due tornei di Viareggio già menzionati, la Coppa Italia vinta contro la Juventus nel 2016 e il campionato e la Supercoppa nell’anno appena trascorso. Un bottino che ha dato lustro a una società che invece, attraverso la prima squadra, non ne ha ricavato molto durante lo stesso arco temporale. Ha dato lustro e il dovuto compimento a un metodo lavorativo e organizzativo di primo livello, che ha in Samaden il suo custode. Nella ricerca dei talenti in Italia e nel mondo, nel crescerli attraverso una trafila che, dai pulcini e gli esordienti, li vede arrivare fino in Primavera, integrandosi alla perfezione con coloro che vengono aggiunti in sede di mercato.

STEFANO VECCHI: QUANTI PUPILLI TRA LE SUE MANI

Vecchi è un uomo che sa plasmare il materiale a disposizione, sa cucirgli addosso un vestito adeguato per ogni circostanza. Ha saputo gestire l’irrequietezza di Manaj, ha saputo offrire agli allenatori delle prime squadre alcune risorse che si sono rivelate interessanti, seppur non nel lungo periodo, da Gnoukouri a Miangue, passando per Bonazzoli e Pinamonti. L’unico peccato è non aver potuto ammirare l’inserimento in pianta stabile di uno di questi elementi all’interno di un’ossatura tra i grandi che durasse nel tempo. Purtroppo spesso il loro valore è stato solo economico nell’ambito di una mera plusvalenza, vedasi il caso Dimarco, ma questa non è una colpa che si può attribuire a Vecchi. Lui i suoi ragazzi li ha cresciuti, formati, valorizzati, ha anche dato loro una mentalità vincente. Anche in queste settimane, seppur privato dei suoi elementi più pregiati a spasso con le Nazionali, ha tratto il meglio dai Merola, dai Brignoli, dai Belkheir, dai Vergani, dagli Adorante, ha accolto tanti ragazzi dalla Berretti e li ha condotti verso un obiettivo.

STEFANO VECCHI, UN VERO PROFESSIONISTA

Ciò che emerge da questi suoi anni nel settore giovanile infatti, è la straordinaria capacità nel farsi capire, di dettare una linea guida, una strada maestra sulla quale tutti si mettono a marciare all’unisono, raggiungendo gli obiettivi di volta in volta prefissati. Un’abilità che ha mostrato anche nei suoi due brevi interregni in Serie A nella passata stagione. Ha, per due volte, rimesso in riga un gruppo disperso, per lunghi tratti incapace di reagire all’inerzia negativa e quasi compiaciuto nel giocare con il fuoco con la rabbia e i sentimenti dei tifosi. Lui lo ha preso e gli ha dato la forza e la coscienza necessarie per chiudere un campionato con dignità. Capacità di tracciare un sentiero, di pretendere una coralità di gioco, ma soprattutto di atteggiamenti, chiedere per ulteriori spiegazioni a Gabigol e Joao Mario, fatti fuori per l’ultima di campionato senza troppe remore.

Una professionalità esemplare, sposata a un’assoluta dedizione alla causa. Il richiamo del professionismo, già calcato anche in cadetteria, non lo ha mai scalfito. Il rumore di San Siro lo ha inebriato, ma non distratto dalla sua dimensione. Per due volte è giunto in soccorso, ha dato il suo positivo contributo ed è poi tornato nell’ovile, re-immergendosi nella dimensione giovanile e vincendo un campionato. Detto così, può sembrare facile, un gioco da ragazzi.

Invece è una missione per Vecchi, per Stefano Vecchi. Un allenatore capace, una persona umile abbinata a una personalità decisa. Un patrimonio nerazzurro per la valorizzazione di un ulteriore patrimonio, quel settore giovanile in grado di sfornare vittorie e talenti nella stessa misura. Sperando che ai piani superiori, sia dell’Inter che del calcio italiano, questo profondo lavoro sui ragazzi non venga dissipato o reso vano.




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