Due volte pichichi e scarpa d’oro (2005 e 2009), miglior giocatore del Mondiale 2010, vincitore da protagonista di Coppa America, Europa League, Supercoppa Europea, campionato e coppe inglesi. E’ l’identikit dell’acquisto perfetto per qualsiasi squadra, soprattutto in tempi di austerity. E dire che l’Inter un giocatore con questo pedigree l’anno scorso lo aveva acquistato, ma non l’ha praticamente mai visto. Non veniteci a raccontare che il 9 nerazzurro di quest’anno era “quel” Diego Forlan perché nessuno riuscirebbe a crederci.

Una storia, quella tra l’Inter e Forlan, partita col piede sbagliato, a causa del pasticcio formato Champions della dirigenza nerazzurra, incapace persino – tra le altre cose – di rendersi conto dell’impossibilità per il “Cacha” di prendere parte alla competizione europea, e proseguita peggio. Il gol all’esordio a Palermo, seppur inutile, sembrava poter essere il primo di una lunghissima serie, l’ennesima per lui. Gli stenti sembravano essere solo la logica conseguenza degli errori di Gasperini, che gli chiedeva di raccogliere la pesante eredità, non solo gerarchica, ma anche tattica di quel maratoneta prestato al calcio che prende il nome di Samuel Eto’o.

Gasperini andrà poi via, di allenatori ce ne saranno altri due, di ruoli in campo almeno un’altra decina, ma di reti Forlan ne segnerà soltanto un’altra, con la cordiale partecipazione di Carrizo, evidentemente impietosito dalla mira dell’uruguaiano più sbilenca di quella di un bimbo al tiro a segno del luna park. L’epilogo non poteva che essere triste, con una silenziosa e tutt’altro che onorevole rescissione che altro non è che lo spietato atto finale di un calvario durato un anno dal quale Forlan, almeno a parole, voleva provare a uscire indossando ancora la casacca nerazzurra (o rossa che sia).

Quelle parole fortunatamente sono rimaste inascoltate dalla dirigenza interista, che ha lasciato l’uruguaiano libero di accasarsi in Brasile all’Internacional, nella speranza che respirare l’aria latina, a distanza di un anno dal successo in Argentina, lo aiuti a tornare il bomber completo e implacabile che è stato per più di un decennio.

Difficile provare rancore per un campione che forse è stato solo l’uomo sbagliato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Impossibile provare amore per chi non riesce a fare della Milano nerazzurra il posto giusto in qualsiasi momento.

Addio Diego!