GdS - Murillo (prima parte) "Quella volta con Inter Campus, un chiaro segno del destino"

GdS – Murillo (prima parte) “Quella volta con Inter Campus, un chiaro segno del destino”


La Gazzetta dello Sport ha intervistato Jeison Murillo, difensore centrale dell’Inter, già pupillo dei suoi nuovi tifosi. Dall’intervista, viene fuori un ragazzo di 23 anni molto più maturo rispetto all’età anagrafica, buono e tranquillo fuori, ma educatamente tosto in campo. Uno che in pochi mesi, ha già dimostrato quanto di buono c’è in lui, caratterialmente e tecnicamente.

Apparentemente lei è posato, tranquillo, riflessivo. poi?

Credo di essere più maturo dei miei 23 anni. Sono il sesto di 6 figli e nel crescere dentro una famiglia splendida seconda una vita umile, si capiscono tante cose. E forse ci si sviluppa prima.

Lei però in campo si trasforma davvero. 

Si si. Perchè quando sei dentro al campo la tua cabeza, la tua testa, cambia. E lì divento un guerriero: bisogna lottare, guadagnarsi ogni cosa. Detto questo, sono poi sempre un chico, un ragazzo che ama vivere bene, molto e con semplicità.

Oltre al calcio cosa c’è?

La mia fidanzata Samantha (ingegnere petrolifero) che frequenta un master a Milano), tanto relax fuori dal campo, Bella e Dante, che sono i miei due bellissimi cani.

Dante: ma la serie A è un Inferno o un Paradiso?

Ovvio: è un paradiso. E’ il campionato nel cui prima o poi tutti vogliono arrivare. Se lo pensavo così? Lo sognavo, ecco.

Storia nota ma ripetuta: un bel giorno, nella sua squadretta in Colombia, arriva il timbro di Inter Campus. Quel che si chiama destino è tutto dentro quell’inizio.

Destino, davvero. Quella prima squadretta del mio quartiere si chiamava Andresanin e divenne parte del progetto Inter Campus, quello che porta calcio e aiuti nel mondo. Bene, un giorno arrivarono portando un mare di regali nerazzurri: maglie, palloni, scarpe e anche foto autografate.

Lei voleva quella di?

Ivan Ramiro Cordoba: era l’idolo della mia mamma e di tutti in Colombia. Ricordo che regalavano maglie a maniche lunghe e faceva caldo: ecco, io quella maglia la indossavo da mattina a sera, fino allo sfinimento, sudando all’infinito.

Quando dicono che l’Inter gioca male cosa pensa?

Penso al primo posto, penso che sia importante capire le cose che non vanno bene, migliorare sempre, acchiappare il momento e anche il risultato. Nel calcio alla fine conta quello.

Sta contando e pesando molto la perfetta “connection” con Miranda, come ci siete riusciti in 6 mesi?

Ci troviamo come fossimo insieme da sempre. I motivi? Veniamo dallo stesso campionato da due squadre robuste e forti. C’è esperienza anche tattica, collaborazione, comunicazione. Semplicemente ci capiamo al volo.

Ecco: quanto parlate tra voi due e Handanovic?

Molto. E Samir ci urla le cose in italiano. In cosa dobbiamo migliorare? C’è sempre qualcosa di invisibile da perfezionare.

Miranda fuori pare timidissimo.

E’ vero, ma in campo anche lui  cambia testa, gioca senza paura di perdere, da leader.

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