Ranocchia: “Il rinnovo è questione di ore, diventare capitano è un orgoglio immenso. Da Zanetti ho imparato…”

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“Che tipo di capitano vorrò essere? Vittorioso. Io di non vincere mi sarei anche un po’ rotto…”. Esordisce così Andrea Ranocchia nell’intervista rilasciata a La Gazzetta dello Sport. Il centrale umbro, a poche ore dal primo test del precampionato nerazzurro (oggi alle ore 17 contro il Trentino Team, ndr), ha parlato ai microfoni della rosea delle sue sensazioni in vista della prossima stagione, che lo vedrà raccogliere l’eredità di Javier Zanetti nelle vesti di capitano.

Un salto nella storia. Una storia in un salto. Come cantavano i tifosi la sera della presentazione: «Chi non salta bianconero è…». Possiamo accenderla?

Accendiamola sì, certo… (e ride, ndr). Però non sa quanti insulti mi sono arrivati su Twitter: era uno sfottò, un semplice coinvolgimento reciproco coi nostri tifosi che chiedevano a me e alla squadra di saltare. Massimo rispetto per tutti, anche se sono interista e quindi ci stava, ecco…”.

In tournée negli Stati Uniti andrà con fascia e rinnovo, giusto?

“La firma è davvero una questione di ore. Orgoglio immenso”.

Quanto ha influito la promessa della fascia sul suo rinnovo?

“Infinitamente. Assieme al progetto che mi hanno prospettato, l’idea mi ha esaltato. E convinto. E ancor di più coinvolto”.

Quanto pressing ha fatto Conte per averla con sé alla Juve?

“Lui mi ha allenato, c’è stima. Ma l’Inter mi ha dato pulsazioni forti, che non potevo e non volevo abbandonare”.

Interista e capitano dell’Inter dopo Zanetti e tanti altri totem: voto, 10.

“Da Pupi ho imparato tanto. Sempre il primo ad arrivare, sempre a metterci la faccia quando le cose andavano male. Di lui e degli eroi del Triplete mi rimase in mente una cosa, appena arrivai: l’umiltà, dote da non perdere mai”.

Il Ranocchia agli esordi chi aveva come capitano di riferimento?

“Paolo Maldini. Milanista, certo, ma qui intendo il carisma, l’uomo, la qualità del rispetto e i valori. Tutte cose da avere e per le quali battersi”.

Il capitano dice «Vinceremo» o «Proveremo a vincere»?

“Il capitano dice «Diamo tutto». Senza soste e furbizie. È la prima cosa che dirò, e la sottolineerò sempre. E se ci sarà qualcuno che non dà, il gruppo deve farglielo capire. Perché è vero che c’è un capitano, ma il gruppo è totalità e forza. Guardate la Germania: non una stella alla Ronaldo o Messi, che hanno battuto, ma tanti ottimi giocatori che insieme hanno vinto e stravinto”.

Giorni fa ha twittato: «Complimenti alla Germania: vittoria frutto del progetto portato avanti negli anni». Sa di nuova Inter, di Inter über alles se si potrà…

“È questo ciò che vogliamo fare. Thohir ha cambiato molto, dentro e fuori: il suo disegno mi ha esaltato perché c’è la voglia di emergere per durare. Prendete il Bayern Monaco: negli anni ha ritoccato, modellato, inserito e praticamente è da tempo che resta la più forte in assoluto. Oltre a questo, espansione del marchio, coinvolgimento sempre maggiore delle componenti esterne e interne”.

Veloce curiosità: Ranocchia sta twittando più di Icardi.

“Mi piace comunicare alla gente, interisti e non, pensieri e quotidianità: essere vicini alle persone è sempre una buona cosa”.

A livello di esempio da seguire: meglio un Bayern Monaco o un Atletico Madrid che ha fatto una stagione superlativa?

“Il Bayern: dentro ci sono la programmazione, la solidità, la forza, la struttura. E l’idea che tutto possa durare per anni, visto che da anni dura… Quanto all’Atletico, esempio ottimale: hanno dato l’idea di giocare ogni pallone come fosse questione di vita o di morte. Un po’ come il Cile o la Costarica ai Mondiali”.

La sera della presentazione ha detto «Dovremo essere tutti capitani». Frase non banale.

“Nell’arco del cam- pionato ci saranno momenti bellissimi e altri difficilissimi. Ecco, quando vivremo questi ultimi io sarò lì a dare una mano ai nuovi e ai più giovani ma dovrà essere tutto il gruppo a spingere dalla stessa parte, a prendere decisioni”.

Per essere capitani ci vuole la faccia da cattivo, alla Medel? Lei non ce l’ha esattamente così…

(ride, ndr) “Per fare i capitani contano gli atteggiamenti, sia in campo che fuori. E non facciali, ma comportamentali”.

La sua prima fascia da capitano?

“Nella Primavera dell’Arezzo”.

E con l’Inter?

“A Kazan, contro il Rubin”.

A proposito di Rubin: cosa dimostra la storia di M’Vila, «incatenatosi» prima a Milano e poi a Pinzolo pur di abbracciare l’Inter?

“Insegna che i soldi non contano, visto che ha rinunciato a una corposa buonuscita. E che è una di quelle persone che sanno rimettersi in gioco: questa è un’idea che mi piace un bel po’”.

Vidic: una nave-scuola eh?

“Figura importante, giocatore che porta esperienza e vittorie”.

Riavvolgiamo il nastro: se a gennaio fosse andato al Galatasaray non staremmo parlando di fascia di capitano, giusto?

“Perfetto. Classica storia da ‘Sliding doors’. Sono stato a un minuto dai turchi. La mia vita sarebbe cambiata totalmente. Ma fortunatamente sono rimasto”.

Un mese e mezzo in panca: voleva scappare, è così?

“No, avevo soltanto voglia di giocarmi il Mondiale”.

Storia abrasiva, quella…

“Ci sono rimasto malissimo. L’unica consolazione è che a gennaio ero sotto zero e che a maggio sono finito nei 30: ho messo Prandelli in difficoltà, ed è quel che volevo. Poi… vabbé”.

Le piace quest’Inter tecnica e muscolare?

“Moltissimo. Quando giocavo contro l’Inter, dentro al tunnel vedevo Ibrahimovic, Vieira, Stankovic, gli altri e dicevo: ‘Ma questi come li batti?’. Ora stiamo crescendo così, e anch’io sto mettendo muscoli, così Stankovic non mi darà più del Johnny Stecchino”.

Senza argentini cosa succederà?

“Che saremo tutti più responsabilizzati. Tutti”.

Chiosa: 3 buoni motivi per credere in questa Inter.

“Ambiente molto positivo e ragazzi che non hanno vinto nulla di importante o quasi, Vidic a parte. Quindi, fame. Lo ripeto: sinceramente mi sono stancato di non vincere. Voglio cominciare”.

 

 

 

 

 

 

 

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