Il sapore della vittoria

Il sapore della vittoria


Vittoria all’esordio, risultato mai in discussione, prestazioni brillanti dei nuovi acquisti: neanche i sogni nerazzurri più bagnati nella notte di sabato prospettavano uno scenario simile. Il sapore della vittoria della prima di campionato è una sapidità che rievoca tempi e luoghi che furono, e che si temeva non potessero più essere. Ma l’Inter di ieri va oltre, sperimenta gustosità mai assaggiate, preparate da uno chef che fa della freschezza un marchio di fabbrica, capace di mescolare ingredienti che colpevolmente mancavano nella cucina nerazzurra.

Qualità: più che una caratteristica il vero e proprio mantra della rosa nerazzurra. La conferma nell’acquisto e nell’immediato utilizzo di Cassano, mossa a prima vista azzardata, ma che affonda le sue ragioni anche nel volersi riservare l’arma Coutinho (capace di cambiare ritmo come l’affannato Cassano non può fare) da una panchina che, a dispetto delle modifiche regolamentari, è ancora fin troppo corta. La triplice alleanza Cassano-Sneijder-Milito forma un cartello del talento senza eguali in Italia e, ogniqualvolta la macchinosa ma tremendamente efficace mediana nerazzurra riesce a varcare la soglia di metà campo il pericolo è assicurato.

La fase offensiva interista è un potpourri di efficaci soluzioni: le sovrapposizioni dei terzini si alternano alle incursioni dei centrocampisti, alle manovre ragionate si frappongono contropiedi ficcanti a un solo tocco. Anche l’impostazione della squadra si adatta ai momenti della gara: un primo tempo molto attendista con baricentro della squadra basso per evitare che le rapide sortite degli avanti abruzzesi, infiammati dal pubblico, potessero sorprendere la retroguardia nerazzurra che vede la sua unica pecca nella lentezza; nel secondo tempo la musica cambia, il pressing alto si intensifica, facendo presto esaurire al Pescara le poche energie serbate dopo il forcing iniziale. Fino all’ottantesimo la metà campo nerazzurra rimarrà territorio inesplorato, rendendo fin troppo facile la vita a Castellazzi, a suo agio nelle vesti da impegnatissimo numero uno nella prima parte di gara.

Milito mette lo zampino su ogni gol pur essendo (forse) al 60% della forma. Ranocchia esce a testa alta da veterano come già sapeva fare a vent’anni. Gargano gioca come se vestisse quella maglia da una vita, attira a sé tutti i palloni, come fosse Magneto. Ma è Guarin a dominare la gara in lungo e in largo e ad interpretare al meglio lo spirito di questa Inter: determinata e trasformista. Come solo le squadre che hanno fame di vittoria sanno essere.




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