Ibra alla ricerca della Champions perduta

Ibra alla ricerca della Champions perduta


Correva l’anno 1971, quando Nicola Di Bari (in coppia con Nada) trionfava nel Festival di Sanremo con la canzone “Il cuore è uno zingaro”. Dieci anni dopo sarebbe nato in Svezia, da papà bosniaco e mamma croata, Zlatan Ibrahimovic, futura promessa del calcio svedese, ma con il “cuore zingaro”.

La carriera di Zlatan ebbe inizio nel 1998, a diciassette anni, con l’esordio nel Malmö, squadra dell’omonima città natale. La sua prestanza fisica e le sue indiscutibili doti tecniche, suscitarono l’interesse di molti importanti club europei: nell’estate del 2001 approdò all’Ajax, iniziando così il suo pellegrinaggio alla ricerca della “Coppa dalle grandi orecchie”. Nel 2004 proprio una competizione europea, disputata con la Nazionale, lo consacrò come grande promessa del calcio. Neanche a farlo apposta fu l’Italia a farne le spese: il gol di tacco dello svedese costò agli azzurri la qualificazione alle fasi finali dell’Europeo e gli scatenò contro l’antipatia di un Paese intero. Ibra cercò di rimediare accettando nell’estate del 2004 il trasferimento dall’Ajax alla Juventus.

Lasciò il club olandese dopo aver vinto due scudetti (nel 2002 e nel 2004): furono i primi di una lunga serie. Approdò alla Juve con l’intento di fare il salto di qualità e poter finalmente competere per vincere la Champions League. Tuttavia non era stato avvisato da Moggi che in Europa sarebbe stato più difficile “comunicare per telefono”. Concluse la sua esperienza in maglia bianconera nell’estate 2006, dopo la sentenza che condannò la Juventus alla retrocessione in serie B, con due scudetti “vinti” e altrettanti fallimenti a livello europeo. Durante il mercato di quell’estate Ibrahimovic fu vicinissimo a vestire la maglia del Milan, ma la trattativa non si concluse perchè i rossoneri non erano ancora sicuri di poter partecipare alla Champions League dell’anno successivo (anche il club di Berlusconi, infatti, era rimasto invischiato nell’affaire Calciopoli).

Ad approfittarne fu l’Inter che, non avendo nessun problema con la giustizia sportiva, chiuse la trattativa bruciando sul tempo i cugini. Ibra cominciò la sua avventura ad Appiano dichiarando, nella conferenza stampa di presentazione, che fin da piccolo era un tifoso nerazzurro. Già da quelle prime parole i tifosi della Beneamata capirono che avrebbero avuto a che fare con un “cuore zingaro”. Tre anni all’Inter, tre scudetti ma solo delusioni in Europa e verso maggio del 2009 Zlatan iniziò a soffrire di forti mal di pancia: si sentiva vittima di una squadra che non era all’altezza dei top team europei.

Ci fu lo scambio Ibra-Eto’o, più un conguaglio di 50 milioni a favore di Moratti. L’anno dopo l’Inter eliminò il Barcellona in semifinale e andò a vincere la Champions a Madrid. Il mal di pancia aumentò e fu così forte da convincere Guardiola a liberarsi di lui. Lo svedese decise allora di trasferirsi al Milan, fregandosene della sua infanzia a forti tinte nerazzurre. Presentazione a San Siro con il botto: “quest’anno vinciamo tutto” disse il veggente Zlatan. Fu eliminato agli ottavi mentre il suo Barcellona viaggiava tranquillo verso il trionfo di Londra.

L’intervista rilasciata ieri, nella quale Ibrahimovic ha dichiarato che lascerà presto il calcio perché la motivazione e il divertimento non sono più quelli di una volta, sembra quasi la metafora di un uomo che dopo aver cercato invano di conquistare la donna amata (in questo caso la Champions) prova la tattica: “in amor vince chi fugge”. Noi intanto lo ringraziamo per le gioie che ci ha dato, da amico e da avversario, e lo salutiamo con un piccolo “amarcord”:

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Lorenzo Candotti

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