Eriksson: "Inzaghi è pronto per l'Inter, farà bene. Gli consiglio di restare fedele ai propri principi"

Eriksson:

Sven-Goran Eriksson, ex tecnico dell'attuale allenatore dell'Inter, in un'intervista alla Gazzetta dello Sport, ha commentato la scelta, di Inzaghi, di lasciare la Lazio. Di seguito le sue parole:

L’eredità di Antonio Conte è piuttosto ingombrante: come si fa a reggere la pressione in questo caso?
"Conte è un grande nome a livello internazionale, significa garanzia di vittoria, ma penso che Simone sia pronto per quest’ultimo scatto: meritava una società ancora più forte, senza nulla togliere alla mia Lazio. Ora ha l’occasione di dimostrare di non essere da meno di chi lo ha preceduto, sono sicuro che non la butterà via. Da parte mia, gli auguro ogni fortuna".

Che consiglio gli darebbe per questa nuova avventura?
"Guardate dove è arrivato, credete che gli serva davvero un mio consiglio? L’unica cosa che posso dirgli è di essere se stesso, di restare fedele ai propri principi che finora si sono dimostrati vincenti. Continui per la sua strada, col sorriso e un po’ di follia, anche se non ha ancora vinto lo scudetto: in questa epoca è davvero difficile riuscirci alla Lazio, eppure l’anno scorso ha sfiorato l’impresa. Il suo stile così personale mi piace davvero".

Che cosa pensa della rosa che avrà a disposizione Inzaghi?
"Puntiamo l’attenzione sull’attacco. Era già incredibile la montagna di gol che Simone ha fatto fare a Ciro Immobile, ma ora si ritrova una delle migliori coppie in circolazione in tutta Europa. Io osservavo Lukaku con molto interesse già in Inghilterra, mi sembrava molto forte ma non così tanto. E invece è cresciuto moltissimo, è diventato un giocatore che aiuta i compagni e non pensa solo e soltanto a fare gol. In più, si completa benissimo con Lautaro: se Simone riesce a scatenarli, ha la strada in discesa".

Già quando giocava, Inzaghi aveva qualcosa dell’allenatore?
"In campo assomigliava a suo fratello Pippo in tantissimi aspetti: oltre alla velocità e alla buona tecnica, aveva una grande professionalità. Amava prepararsi bene, studiava gli avversari e poi aveva il vizio di segnare spesso. Quando ero alla Lazio, lui era molto giovane: non immaginavo potesse diventare un allenatore, figurarsi uno così bravo. Lo stesso vale per Conceição, che sta facendo benissimo al Porto. Per altri, come Simeone, Mancini e Veron, invece, non avevo dubbi: erano più in là con gli anni, loro sembravano destinati alla panchina".

Ma è un caso che tanti suoi giocatori stiano facendo così strada da tecnici?
"Potrei dire che hanno avuto una buona scuola... Scherzo, ma in fondo ho sempre voluto che i miei giocatori “pensassero” calcio. Non conta solo giocarlo, ma è importante anche pensarlo. Non volevo che avessero paura di confrontarsi con me su qualsiasi cosa. Se un giocatore matura questo pensiero, anche oltre l’allenamento o la partita, si sente coinvolto nella costruzione della squadra. Ed è normale che poi gli venga un po’ di voglia di fare l’allenatore".

A proposito di allievi, che ne pensa dell’Italia del Mancio?
"Durante tutta la sua gestione ho visto una squadra di grande possesso e qualità. Può arrivare in alto. Sono svedese, ma tifo anche un po’ Italia. Oltre che Porto, Atletico e adesso pure Inter...".

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Giorgio Rapisarda
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