EDITORIALE - Conte, che fine ha fatto la mentalità vincente?

EDITORIALE - Conte, che fine ha fatto la mentalità vincente?

Fuori dalle Coppe europee a inizio dicembre. Dove ha lasciato l’Inter la mentalità vincente?

Fattore mentalità

È ufficiale: l’anno europeo 2020, dell’Inter, è stato fallimentare. Una finale, persa, non è un trofeo. E uscire prematuramente da Champions ed Europa League, per quanto possa far concentrare tutte le energie sul campionato non da l’immagine di una squadra dalla mentalità vincente. Lo specchio, è quello di una squadra che al momento clou della stagione perde se stessa, muore dentro le sue paure, regredisce e non affonda. E come può, questo elemento mentale, piuttosto che fisico-tattico, dare l’idea di una squadra pronta a vincere lo scudetto? Onestamente, le sensazioni non sono queste. Le “vibes” trasmesse, sono quelle di una squadra ancora acerba, non pronta ad affrontare palcoscenici importanti e a competere per un trofeo, nemmeno su scala nazionale. Non sono le questioni del gioco o del modulo a preoccupare, quanto l’evidente mancanza del fattore mentale che Conte aveva promesso di portare. “No more pazza Inter” e ancora l’Inter è pazza e ancora l’Inter è come quello studente che si riduce a studiare il giorno prima dell’esame, fallendo infine quest’ultimo. Serve, c’è la necessità per una squadra storicamente vincente di crescere di mentalità. Serve un’inversione di rotta che permetta di tornare a vincere. Dopotutto Conte è stato preferito a Spalletti per la sua mentalità: sarebbe ora che si vedesse.

Qualità o quantità?

Qualità, quantità, fisicità, esperienza. Sono tutti elementi presenti nella rosa nerazzurra. Tutti. Dall’esperienza di Vidal, alla qualità di Eriksen e Hakimi, dalla quantità di Barella e Brozovic, alla fisicità di Gagliardini e Nainggolan. E allora, il problema, dov’è? Conte ha quello che ha chiesto, i giocatori che ha voluto. Se manca la sua impronta vincente, c’è solo una persona a cui rinfacciare questo: il tecnico leccese. Se, contro una squadra che si difende in dieci per 180 minuti, fai entrare un giocatore di qualità palpabile come Eriksen, a 5’ dai 90 minuti, significa che questa mentalità vincente per ora è totalmente offuscata da un’idea ossessiva da difendere a qualsiasi costo. E questo non è fare il bene dell’Inter, come viene tanto millantato dall’allenatore. Questo è difendere la tua idea, il tuo essere allenatore, a discapito di una società e di una squadra che ti ha presentato, accolto e ti paga come un top. Ad oggi questo, si è visto solo a sprazzi; pochi ed evanescenti sprazzi che non valgono dodici milioni annui.

Fattore extra campo

Non è da Inter il modo in cui il suo allenatore si è presentato fuori dal campo, ai microfoni di Sky. Non è da Inter la passivo-aggressività con cui ha risposto alle domande ben poste e rispettose dei giornalisti. Non è da Inter l’atteggiamento infantile con il quale viene difesa un’idea e non si ammette di aver sbagliato. Arroganza e prepotenza hanno caratterizzato le sue risposte, mancando di rispetto a persone competenti e qualificate quali Fabio Capello e Anna Billò. E non è nemmeno da persona con una mentalità vincente e competente rifugiarsi nel “non dico il piano B altrimenti ci parano anche quello”. L’idea che emerge è quella di un allenatore che non tiene conto dell’imprevedibilità e che è insicuro del suo operato. E questo è stato lampante al momento delle sostituzioni, avvenute, a parte Sanchez e solo per dieci minuti, cambiando i giocatori ruolo per ruolo. Se c’è un piano B, non può durare dieci minuti. L’idea dell’uomo è quella di una persona incriticabile, non solo perché non accetta le critiche, ma nemmeno le domande. Un uomo talmente pieno di se stesso da risultare ossessivo e inavvicinabile. Mai fargli notare qualcosa che va contro il suo pensiero poiché verrà a galla tutta la sua scontrosità e ottusità.

Rinascita

Insomma, per non fallire anche in questa stagione Antonio Conte deve portare un trofeo ai nerazzurri e ora le scuse sono finite. Ha tutto il tempo per concentrarsi sul campionato. A gennaio sarà ancora più difficile dopo l’eliminazione condurre un buon mercato. Con molta probabilità dovrà accontentarsi dei giocatori che ha. Il risultato di ieri deve essere la spinta per tutti quanti a voler dimostrare quanto si vale, dai giocatori all’allenatore. E questo come fine ultimo ha solo il raggiungimento di almeno un titolo, se non due. Serve la vittoria per crescere di mentalità, serve la vittoria per crescere a livello economico, non si può più andarci vicino o sfiorarla, sarebbe solo l’ennesimo fallimento societario, economico e...dell’allenatore.

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Andrea Righini
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