SpazioInter's Stories - Zlatan Ibrahimović, onnipotenza in giro per il mondo

SpazioInter’s Stories – Zlatan Ibrahimović, onnipotenza in giro per il mondo


Io sono Zlatan. Voi chi diavolo siete?

Per un istante potremmo sentirci risentiti, offesi e probabilmente anche arrabbiati dopo un’affermazione simile; poi, però, ci viene in mente l’elemento che ha affermato tale insinuazione e non può che scappare un “ah, ma allora va bene” chiarificatore. Effettivamente, chi diavolo siamo in confronto a Zlatan Ibrahimović? Pochi possono permettersi di affermare il contrario. Anzi, pochissimi.

È una giostra che non vuole smettere di funzionare, quello stravagante ma assolutamente affascinante marcantonio di ormai 38 anni. La carta d’identità mostra sempre quel 3 ottobre 1981, giorno del primo Natale zlataniano, ma gli anni passano. E quindi? Lo svedese non intende fermarsi. La strada verso l’onnipotenza non è ancora finita, nonostante sia iniziata ben prima dell’inizio del terzo millennio. Facciamo un salto indietro, quando Ibra ancora non si autoproclamava divinità antropomorfa.

CALCI IN CAMPO E SUL TATAMI

Ibra nasce sul mare, lontanissimo dalla concezione odierna che abbiamo di lui. Nasce a Malmö, città che diventerà la sua prima vera vetrina calcistica. Ci nasce in condizioni difficili, figlio di Šefik e Jurka Gravić, rispettivamente papà bosniaco e mamma croata; gli Ibrahimović, infatti, non vivono a due passi dal Modern Musset, in pieno centro, ma nel quartiere di Rosengård, immerso nella folla di immigrati alla ricerca di una nuova vita in Scandinavia.

Tra un back fist ed un tornado kick, Ibra si allena anche in campo. Sì, perché da piccolo non prometteva bene solo in area di rigore, ma anche sul tatami: cintura nera di taekwondo. Mica male per uno che con la Corea del Sud non ci ha mai avuto a che fare.

Dicevamo, inizia ad allenarsi anche in campo, ma con ragazzi più grandi di lui, minimo due anni in puù. La dimostrazione di talento e strapotere tecnico, però, arriva comunque: è in panchina mentre il suo Balkan, in tenera età, perde 0-4 contro il Vellinge. Poi viene buttato nella mischia: 8 gol in un amen e vittoria per 8-5. Incommentabile.

A 13 anni si deve spostare con i mezzi per andare nella parte privilegiata della città, perché Rosengård inizia a stargli stretta: lo chiamano per andarsi ad allenare al Malmö Idrottsplats, centro sportivo della squadra della sua città. Ci rimarrà quattro anni, segnando 16 gol in 40 partite tra Allsvenskan e Superettan, rispettivamente Serie A e Serie B svedesi. Inizia la cavalcata.

CALCIO TOTALE E.. ILLEGALE

I radar dell’Ajax iniziano ad illuminarsi verso nord e Zlatan conquista i primi trofei della sua lussuosa carriera ad Amsterdam. Non solo, i Lancieri gli permettono di farsi conoscere al calcio che conta, alle competizioni internazionali e non; la permanenza nei Paesi Bassi con il total football di stampo cruijffiano, però, è più breve del previsto: i nitriti delle zebre arrivano fino alla capitale del vizio, così Ibra svuota lo spogliatoio nel giro di poche ore dopo l’offerta da 16 milioni di euro pervenuta da Torino. È l’ultimo giorno di calciomercato e la Juventus si porta a casa uno degli attaccanti più completi del panorama calcistico europeo.

Ci mette poco a far innamorare i tifosi juventini: all’undicesima di campionato c’è il Derby d’Italia e chi vuoi che ci metta lo zampino? Battuto Toldo dagli 11 metri e mani alzate verso la Curva Nord, che saluterà ancora diverse volte con altre due maglie. Poi, fa un altro scherzo quando vede nerazzurro: il 12 febbraio 2006 gioca il suo ultimo Derby d’Italia con la maglia della Juve e contribuisce alla vittoria esterna a San Siro. Tutto cambia il 26 luglio di quell’anno: la Juventus è condannata alla retrocessione ed Ibra non ha intenzione di giocare un’altra volta in una categoria inferiore. Ormai è un giocatore elitario e fa parlare di sé, deve trovare un’altra squadra; l’Inter di Roberto Mancini ci mette poco a riportarlo ai piani alti del calcio italiano: è l’inizio di un’avventura fatta di gol (molti, troppi) e di sacrifici, soprattutto nel suo epilogo.

NONOSTANTE TUTTO, SACRIFICABILE

Infermabile: solo così si può descrivere Zlatan durante i suoi tre anni all’Inter, due con Roberto Mancini ed uno con Mourinho. Le magie di tacco contro Bologna ed Atalanta (presente allo stadio, un ricordo indelebile), il capolavoro contro la Reggina, i Derby decisi da solo, le cannonate contro CSKA e Fiorentina..

Potremmo stare qui a parlare dell’esperienza dello svedese in maglia nerazzurra per ore, ma non riusciremmo comunque a dimenticare qualcosa. Perché Zlatan, con il suo modo di fare e la sua presunzione, è sempre stato unico, capace di tirarti fuori dal cilindro quella giocata che, effettivamente, possiamo definire divina. O regale, fate voi.

Mi volevano Inter e Milan. Scelsi i nerazzurri per fare la differenza ed entrare nella storia. Lo scudetto mancava da 17 anni e diversi fenomeni non sono riusciti a vincerlo. Per questo l’ho scelta, per vincere dove altri non ce l’hanno fatta.

Eh sì, quello Scudetto mancava da troppo a Milano e Ibra è riuscito a portarne 3, il primo dei quali con cinque giornate d’anticipo. Ibra era fondamentale ed il rapporto con Moratti non faceva altro che lasciar passare il messaggio di amore eterno con i nerazzurri:

Ibrahimović, quando passò dal Barcellona al Milan, mi chiamò. Confessò l’inizio della trattativa e, con un gesto che ho molto apprezzato, mi disse che se avessi avanzato una controfferta, avrebbe scelto noi. Una controfferta pure al ribasso, si premurò di sottolineare. Ma, come ho detto, le strade erano tracciate e non aveva senso forzare gli eventi.

Difficile immaginarsi un ritorno di Ibra nella Milano nerazzurra dopo l’addio per il Barcellona. Un addio condiviso, senza problemi né scandali. Un addio non così doloroso, visto che ha portato all’arrivo del Re Leone e, di conseguenza, allo storico Triplete del 2010. Il risvolto negativo di questo addio, però, Ibra l’ha scoperto fin troppo tardi, quando sulla sua strada si è parcheggiato il tir negazionista e messiano di Guardiola:

Non sono violento, ma se fossi in Guardiola avrei paura.

Abbiamo celebrato Zlatan Ibrahimović e la sua trionfale avventura in nerazzurro durante la settimana del suo 38esimo compleanno, ma gli aneddoti sull’autoproclamato Dio del pallone toccano anche argomenti lontani dal campo da calcio. In primis, i social network, in particolare Twitter, a cui Zlatan si rivolge in questo modo il 9 marzo 2014, durante la sua avventura sulla sponda rossonera del Naviglio:

Ciao @Twitter. Per domani Zlatan ha bisogno di oltre 140 caratteri. Per favore, cambia le regole per Zlatan.

E poi, ultima ma non per importanza, c’è la sua Svezia, mai dimenticata da Ibra:

Non sono un tipico ragazzo svedese, ma ho messo la Svezia sulle cartine mondiali.

La dimostrazione l’abbiamo avuta il 14 novembre 2012: poker contro l’Inghilterra e gol da mani nei capelli. Rovesciata da 30 metri da capogiro che gli vale il Premio Puskás per il gol più bello dell’anno.

L’abbiamo celebrato in lungo ed in largo ed abbiamo omesso parte della sua carriera (non ce ne vogliate, cugini milanisti), che non è destinata a finire a breve. L’onnipotenza calcistica c’è già, ma Ibra non ha intenzione di smettere con la trasmissione del messaggio ai fedeli. Andate in pace, parola di Zlatan Ibrahimović.

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