La storia del primo titolo della Serie A con Arpad Weisz

SpazioInter’s Stories: Weisz, il primo Special One dell’Inter


Prima ancora di José Mourinho ed Helenio Herrera l’Inter ha avuto un suo “Special One”, un allenatore nato forse nel periodo più sbagliato della storia mondiale, quella dell’occupazione tedesca e di una crudeltà inimmaginabile. Il suo nome è Árpád Weisz, primo mister campione d’Italia con l’attuale Serie A.

Weisz e il primo scudetto della Serie A

Árpád Weisz nasce a Solt nel 1896, figlio di ebrei ungheresi e durante la sua carriera calcistica è un’ala sinistra senza lode ne infamia, un discreto gregario che suda e soprattutto studia. Ha il piglio dell’essere colui che guida gli altri e ingaggiato dall’Inter vi gioca appena 11 partite (con 3 gol segnati) perché un infortunio ne chiude la carriera ad appena trent’anni.

Quell’infortunio è la fortuna di Weisz che studia meticolosamente il gioco del calcio, anzi, “Giuoco del calcio” come recitava il titolo del suo manuale di cui fu coautore nel 1930, dove spiegava i movimenti calcistici ben più all’avanguardia rispetto ai maestri inglesi.

L’Inter, anzi, l’Ambrosiana Inter come volevano si chiamasse la squadra lo ingaggia prima tra il 1926 e il 1928 quando i campionati erano divisi in Lega Nord e Lega Sud, poi tra il 1929 e il 1931 quando nasce l’attuale Serie A, che all’epoca comprendeva 18 squadre. Weisz ad appena 34 anni (tecnico più giovane a vincerlo, record imbattuto) guida l’Ambrosiana al titolo con 50 punti, due in più del Genova 1893 (attuale Genoa) con la squadra nerazzurra nata dalla fusione tra Internazionale e U.S. Milanese nelle cui fila militava Giuseppe Viani, centromediano che gioca principalmente nella fascia centrale del campo e che anche da difensore diventa una roccia fondamentale.

Il tecnico di Solt guida i suoi dirigendo in pantaloncini e maglietta, una sfida controcorrente rispetto a chi faceva il mister da “giacca e cravatta”,  introduce quelli che oggi si chiamano schemi, elabora tabelle su carichi di lavoro e alimentazione per i giocatori. In più, e non fa mai male averne in squadra, ha a disposizione un giovanotto che si chiama Giuseppe Meazza, da Weisz scoperto e che diventerà l’icona interista per sempre. “Peppino” era un figlio per il tecnico che lo spronava sempre a far qualcosa in più e i risultati danno ragione a entrambi.

Purtroppo la Juve gode già dell’egemonia degli Agnelli e può disporre di capitali più imponenti rispetto alle avversarie e l’Ambrosiana di Weisz si ferma solo a quel primo, storico, scudetto della Serie A. Dopo il quinto posto della stagione 1930/31 Weisz non rinnova con l’Inter e si trasferisce al Bari, ma ritorna a San Siro nelle due annate successive, condite con due secondi posti nonostante le difficoltà economiche nerazzurre. Il nuovo addio all’Inter nasce dalle incomprensioni con l’allora presidente Pozzani, una sorta di padre padrone che non può legare con Weisz, uomo timido ma anche di struttura morale ben al di sopra di tutti. Con l’Inter finisce dopo 212 panchine che ne fatto il quarto allenatore più longevo dietro Herrera, Trapattoni e Mancini, ma soprattutto diventa la pietra miliare per il calcio italiano.

Calcio italiano che di botto gli gira le spalle nonostante i successivi trascorsi a Novara e Bologna. Sono gli anni delle leggi razziali istituite nel 1938 dal regime fascista. Weisz lascia la penisola con la moglie Elena e i piccoli figli Roberto e Clara. Trova spazio a Dordrecht piccola squadra olandese che con Weisz cambia faccia e impensierisce le balsonate Ayax, Feyenoord e Psv. Purtroppo, anche i Paesi Bassi vengono occupati dai tedeschi e i Weisz vengono dapprima rinchiusi a Westerbork e poi separati. La moglie Elena e i piccoli di 12 e 8 anni vengono subito deportati ad Auschwitz dove, nel 1942, subito selezionati trovano la morte nelle camere a gas di Birkenau.

Weisz invece, ancora fisicamente possente, viene assegnato ai campi da lavoro, mentre l’Italia quasi lo fa sparire dalle cronache sportive nonostante fosse idolatrato ovunque. “Tutti sanno ma nessuno parla” nell’Italia allucinata del 1938 che niente fa per salvare il mister. Si è semplicemente ebrei e per questo con conta più il pensiero individuale, si è un numero che bisogna far sparire.

Árpád Weisz troverà la morte il 31 gennaio 1944 nelle stesse camere a gas che avevano spezzato la vita a Elena, Roberto e Clara, i suoi tre amori. Lo piangerà come un padre Giuseppe Meazza, uno che divenne campione grazie a Weisz, uno che non lo dimenticò mai, a differenza del calcio italiano che si ricordò del tecnico solo sessant’anni dopo, il tecnico del primo Scudetto della Serie A, targato Inter.

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