Piccolo uomo non andare via...

Piccolo uomo non andare via…

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Dopo tante chiacchiere, sfottò e ritardi il giorno del tanto atteso closing per i  rossoneri è arrivato e anche Berlusconi ha abdicato.
No, non siamo qui a tessere le lodi della squadra avversaria per eccellenza, in fondo “io non ho cugini” e neppure all’uomo Berlusconi, con i suoi pregi, i suoi difetti e le sue mille traversie private e non. Stiamo piuttosto salutando un’era, un’epoca dolce amara, “un’Italietta” controversa che faceva incazzare, ma allo stesso tempo sognare e sperare.

Sembrava un piccolo uomo con le manie di grandezza che, dopo qualche investimento sul cemento e qualche velleità sportiva, voleva diventare grande, comprando la “prima” squadra di Milano. Per ben due volte non ci riuscì, così la cosa si risolse all’altro lato del Naviglio, che tra debiti, scommesse e serie B non navigava proprio in acque tranquille. Quando arrivò non lo fece proprio in punta di piedi, come sua abitudine e come successe con le sue televisioni, ma in poco tempo stupì tutti per pragmatismo, diventando il più grande e facendo, della sua squadra, la più grande di tutte. Una storia d’amore tra il Presidente e la sua creatura che viaggiò tra piccoli errori, colpi di genio (come chiamare l’arrivo di Arrigo Sacchi), e soprattutto acquisti faraonici e stellari a suon di miliardi e miliardi.
Come gli capita spesso, con il suo stile di vita, con le sue abitudini e i suoi modi di fare, finisce per essere il precursore di un modello (vincente o meno). Così nel calcio, nella televisione, nella politica e nella vita. Così ai suoi acquisti faraonici si dovettero adattare tutti quelli che avrebbero voluto sfidarlo.
A citarne solo qualcuno a caso Donadoni, Massaro e poi ancora Gullit, Van Basten, Savicevic, Ronaldinho, Inzaghi, Kakà (di Maldini, Baresi, Pirlo e compagnia evito ogni discorso). Vengono i brividi se solo si pensa a questo elenco.
Il magnate milanese con i rossoneri ha vinto “solo” 29 titoli in 30 anni e la specialità della casa si chiamava Champions League, anzi per l’esattezza Coppa dei Campioni, ben 5.

E così da quel 20 febbraio 1986 tutto cambiò, a Milanello, a Milano ed in Italia.
Milano divenne la capitale europea del calcio e le sfide tra i “cugini” erano sul mercato a colpi di fenomeni (spesso) e in campo valevano uno scudetto, un trofeo, una finale di Champions (che rabbia quella semifinale!).
Uno tsunami in casa Milan contro un lord in casa Inter, Silvio l’istrionico e Moratti il papà, ma che passione, che emozioni, che epoca.

Ora giochiamo sabato alle 12:30, ci saranno miliardi di telespettatori in più e ben svegli, il diavolo ed il biscione sono sotto il rosso dragone di Pechino e magari a suon di miliardi di Yuan torneranno sul tetto d’Italia e del mondo, ma lasciateci dire che la poesia è un’altra cosa e forse è morta per sempre. 

 

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