CdS - Mazzola (1/2): "La mia lunga storia in nerazzurro, da "mascotte" a tesserato a vita. Su Helenio Herrera..."

CdS – Mazzola (1/2): “La mia lunga storia in nerazzurro, da “mascotte” a tesserato a vita. Su Helenio Herrera…”


Alessandro Mazzola, figlio dell’indimenticato Valentino, è stato uno dei simboli dell’Inter fra gli anni ’60 e ’70 con 565 presenze e 160 gol segnati fra tutte le competizioni dal 1960 al 1977. L’ex attaccante torinese si è concesso a un’intervista al Corriere dello Sport per ripercorrere le sue tappe dell’avventura milanese, partendo dall’essere sconosciuto fino a diventare un pilastro della società meneghina e del calcio italiano.

Che ricordo ha di suo padre?
“Mio padre si chiamava Valentino Mazzola. Io non sapevo chi fosse per gli altri. Per me era solo mio padre. Quando a Torino passeggiavo con lui, a Via Roma, tutti lo fermavano e gli parlavano. Io allora gli stringevo forte la mano perché avevo paura che gli volessero far male. Mi portava allo stadio Filadelfia quando si allenava con la sua squadra che tutti chiamavano, doveva esser vero, il “Grande Torino”. Io mi ricordo che avevo un fuciletto a tracolla che era il mio orgoglio. Non lo avrei lasciato per nulla al mondo. Ma quando vedevo un pallone perdevo la testa. E allora mi mettevo a tirare rigori e a dribblare con il fuciletto sulla spalla. Giocavo con le figlie del magazziniere e con quelle di Grezar. Ero felice, allora”.

Poi ci fu Superga…
“I miei si erano divisi e io ero rimasto con mio padre e la sua nuova compagna. Mio fratello invece era con mamma a Cassano d’Adda. Ho capito dopo un anno, ne avevo otto. Mi dicevano sempre che papà era in viaggio. Non ricordo come lo capii. Mi ricordo che mi chiusi in stanza a piangere e non parlai con nessuno per giorni. L’unica cosa che ho saputo dopo è che mio padre non avrebbe dovuto partire per quel viaggio maledetto. Stava male, aveva la febbre. Ma era stato lui a convincere squadra e dirigenti ad andare a Lisbona per una partita amichevole, l’addio al calcio di Ferreira. Andarono ma non fecero ritorno…”.

E’ vero che la scoprì Benito Lorenzi, detto “Veleno” per il suo caratteraccio?
“Sì e no. Lui era un tipo un po’ strano. Era immensamente grato a mio padre perché papà vide che lui, in Nazionale, non giocava mai, chiuso dai giocatori del Torino. Allora andò da Pozzo e gli disse di fargli fare una partita. Da quel momento per Lorenzi Valentino Mazzola era un semidio. Portava Ferruccio e me allo stadio come mascotte dell’Inter. E se la squadra vinceva o pareggiava lui sosteneva con il presidente che dovevano dare il premio partita anche a noi, che portavamo fortuna”.

Fu lui a farle fare il provino in nerazzurro?
“No. Lui diceva sempre che ci avrebbe accompagnato lui. Ma non lo fece. Finché il mio patrigno non decise che dovevamo provarci e andammo. Ci vide Giuanin Ferrari e ci prese. Così io a quattordici anni firmai il mio primo cartellino. C’era scritto “tesserato all’Inter a vita”. E così è stato. Nonostante una telefonata di Boniperti, amico e collega di papà, che mi voleva alla Juventus. Mentre parlavamo mi passò l’avvocato Agnelli. Io me la stavo facendo sotto ma tenni botta. Ringraziai ma dissi che non potevo tradire l’Inter. Così è andata”.

Un commento su Helenio Herrera?
“Ci diceva sempre che lui doveva allenare prima la nostra testa e poi le gambe. Ma ci faceva faticare da pazzi. Compreso il lunedì. E poi i ritiri. Lui, non il medico, faceva la dieta. Il giorno della partita ci faceva mangiare un filetto al sangue alle dieci di mattina. Io non ci riuscivo. Ma per reggermi in piedi, in campo, mi ero messo d’accordo con un mio vecchio amico di Cassano che aveva aperto una panetteria a Milano. Mi faceva tre panini che io mangiavo di nascosto al Mago”.

Torniamo al suo esordio. Fu in una strana partita: nel 1961 l’Inter mandò in campo, per protesta, la squadra Primavera contro la Juve. Fu un fatto clamoroso.
“Io lo ricordo così: avevo tre interrogazioni a scuola. A quei tempi mi dibattevo regolarmente tra il cinque e il sei. E quel sabato si erano concentrate le tre interrogazioni decisive per la promozione. Io però non ci pensavo, non era la mia priorità. Tornai a casa entusiasta e dissi a mia mamma che avrei giocato in serie A. Lei mi rispose che non ci pensava neanche a mandarmi, che la scuola era più importante. Ma all’Inter anche non sentivano storie, pensavano che la presenza in campo del figlio di Mazzola avrebbe attenuato l’offesa recata alla Juve. Insomma ero strattonato da due parti. Fu Allodi a trovare la soluzione. Parlò col Preside e mi fece interrogare nelle prime tre ore. Poi mi mandò a prendere con il taxi. Si immagini l’entusiasmo dei miei compagni di scuola. Mi mangiai dei panini durante il viaggio”.

Come fu l’impatto con il grande calcio?
“Quando uscii dallo spogliatoio mi venne incontro Boniperti: ‘Io ho giocato con tuo papà, era il più forte di tutti: State tranquilli, sappiamo che siete dei ragazzi. Non ci impegneremo’. Tra i miei compagni di squadra, nella Primavera, c’era Morosi, un ragazzo grosso e buono che in campo mi difendeva quando i difensori avversari mi menavano troppo. Si avvicinava a questi e gli sibilava ‘Se non la smetti di picchiare Sandro ti spacco in due’. In genere funzionava. Quel giorno marcava Sivori. Dopo dieci minuti Sivori non aveva ancora segnato e lui mi gridò, tutto felice ‘Sto bloccando Sivori, al paese mi faranno sindaco!’. Poi Omar decise che era tempo di cominciare a giocare e ne fece sei. Il povero Morosi tornò a piedi a Milano, per la vergogna”.

 

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