Il Mancio e l'Aeroplanino, ai campioni non serve la gavetta

Il Mancio e l’Aeroplanino, ai campioni non serve la gavetta


Roberto Mancini e Vincenzo Montella sono stati due grandissimi giocatori, per giunta compagni di squadra nella Sampdoria, e da diversi anni stanno mostrando anche il loro talento sulla panchina. Due allenatori giovani, ambiziosi, amanti del bel gioco e preparati. La loro carriera è lì a dimostrarlo e la partita di domani può rappresentare un punto di svolta fondamentale per entrambi: la Fiorentina può scrollarsi di dosso un’avversaria scomoda per l’Europa, mentre l’Inter punta a continuare il proprio filotto di risultati e a reinserirsi in una difficile rincorsa al terzo posto.

Non sarà però il risultato di domani a influenzare il giudizio su entrambi che, fra le varie cose, hanno un percorso molto simile. Sono stati catapultati immediatamente nell’universo difficile degli allenatori senza quasi il tempo di metabolizzare il cambiamento di ruolo. Il Mancio fu chiamato ad allenare una Fiorentina in condizioni economiche disperate nemmeno un anno dopo il suo ritiro. Oltre ad un’ottima salvezza ci fu il conseguimento del suo primo trofeo, la Coppa Italia. Un inizio scintillante nonostante le polemiche per un presunto patentino di allenatore non ancora conseguito. Il secondo anno vide le sue dimissioni nel mese di gennaio, prima dell’inevitabile retrocessione e del fallimento. Il destino, però, presenta sempre una seconda opportunità a chi la merita. La Lazio, altra squadra dal destino economico precario e in bilico, decide di affidargli la panchina nell’estate del 2002. Il campo dà ragione alla coraggiosa scelta: un quarto e un sesto posto con tanto di successo in Coppa Italia nel 2004 e eliminazione in Coppa Uefa avvenuta solo in semifinale per mano del Porto di tale Jose Mourinho, altro giovane allenatore in rampa di lancio. Nell’estate del 2004 avviene già il gran salto all’Inter. L’etichetta di raccomandato si sgretola pian piano dinanzi ai successi che riesce a cogliere pure in nerazzurro: riporta trofei e vittorie in un ambiente digiuno da anni. Il carattere e la personalità sono però sempre stati di spessore e le dichiarazioni shock, ritrattate, post Liverpool sono la molla che spinge Moratti all’esonero dopo lo scudetto del 2008. Le esperienze al City e al Galatasaray lo hanno riconsegnato all’ambiente nerazzurro con più esperienza, una bacheca ancor più arricchita e una maturità evidente sia nel gioco più piacevole da vedere, che nel carattere più pacato e tranquillo.

Montella fu invece chiamato sulla scottante panchina della Roma nel febbraio del 2011, un anno e mezzo dopo il ritiro e con alle spalle un trascorso positivo come allenatore delle giovanili. Le perplessità sono tante, ma lui non demerita, portando una squadra in difficoltà al sesto posto finale, alle semifinali di Coppa Italia e togliendosi qualche sfizio come il trionfo nel derby. La personalità non manca e le occasioni nemmeno: la Roma non lo conferma, ma il Catania lo chiama. Sulla panchina siciliana mostra tutto il proprio valore, rivelandosi come una delle sorprese del campionato e ottenendo una salvezza con tanto anticipo e molta comodità. Anche in lui la voglia di emergere è tanta così, a sorpresa, risolve il suo contratto con gli etnei a fine stagione per accettare la delicata piazza di Firenze, reduce da una stagione a dir poco burrascosa. Con i viola c’è subito sintonia e riesce a creare un gioiellino che in due stagioni manca la Champions sempre di un soffio, diviene un modello per qualità di gioco e si toglie diversi lussi come la vittoria in casa contro la Juventus e prestazioni europee di livello, ultime quelle col Tottenham. Il tutto, tralasciando la sfortuna per i vari infortuni di Rossi e Gomez e la presunta “rigorite” che assiste il Milan nel campionato di due anni fa.

Chissà se il destino gli riserverà le stesse esperienze e gli stessi successi di Mancini, d’altronde chi ben comincia è sempre a metà dell’opera e quando si è stati protagonisti per anni sui campi più importanti di Italia e d’Europa si ha una conoscenza calcistica che nemmeno la miglior gavetta possibile può eguagliare. 

 

 

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