Rolando: "Mazzarri mi considera importante. A Napoli non giocavo per problemi di forma, ma lui mi disse..."

Rolando: “Mazzarri mi considera importante. A Napoli non giocavo per problemi di forma, ma lui mi disse…”

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In un’intervista concessa ai microfoni di SportWeek, Rolando ha parlato della sua avventura in maglia nerazzurra, cominciata in sordina ma proseguita con una crescita progressiva, tanto da convincere l’Inter a trattare con il Porto per il riscatto del suo cartellino.

Perché con il Napoli non hai quasi mai visto il campo?

“Perché ero fermo da sei mesi. Dopo cinque anni al Porto avevo voglia di una nuova esperienza, l’ho fatto presente ai dirigenti e per tutta risposta mi sono trovato ai margini della squadra. Fino al 31 gennaio, quando mi sono trasferito al Napoli, in campionato avevo messo insieme cinque minuti appena. Ho dovuto rifare la preparazione e intanto la stagione se n’è andata”.

Però Mazzarri ti ha voluto con lui anche nell’esperienza sulla panchina nerazzurra…

“A lui sono piaciuto le poche volte che ho giocato. Mi disse che ho delle qualità come giocatore e come persona, che in partita sono capace di fare quello che lui chiede ad un difensore, per questo mi considera importante e aggiunse: ‘Farò di tutto per portarti con me’. E così è stato”.

Nell’Inter attuale sei uno di quelli che ha convinto di più, a parte lo scivolone che ha permesso al Bologna di agguantare il pari a San Siro sabato scorso.

“Non devo rispondere io. Posso dire che mi sento sempre meglio, dentro e fuori dal campo. Conosco meglio la lingua e questo è un grosso vantaggio”.

Chi ti ha accolto meglio all’Inter?

“Primi fra tutti Pereira e Guarin, coi quali avevo già giocato nel Porto. Ma anche Cordoba e qualcuno della società”.

E’ figlia delle tue origini la tranquillità che dimostri in campo, dove hai raccolto appena 3 ammonizioni in 25 partite di campionato?

“Certamente ho imparato ad avere pazienza da mio nonno pescatore. Io e mio zio lo accompagnavamo quando usciva in barca, ma solo nelle occasioni in cui non si stava fuori tanto: quasi sempre andava per mare per giorni. Mi piaceva guardarlo rimanere in silenzio mentre aspettava che il pesce abboccasse. Una grande lezione di pazienza e di vita”.

Che tu applichi in ogni situazione?

“Magari. Quando ho problemi sul lavoro torno a casa un po’ nervoso. E se i bambini fanno troppo casino non mi riesce sempre di mantenere la calma. Soprattutto quelle volte che resto solo con loro per due o tre giorni perché mia moglie è partita”.

Hai sempre e solo giocato a calcio?

“No, da ragazzino facevo pure basket. Ero un 3, un’ala piccola. Giocavo con un mio amico. Una volta lui mi disse: ‘Vieni a provare con la mia squadra, sono sicuro che conquisterai un posto’. Mi presento alla partita, ma mi fermano subito: ‘Prima vieni a fare un allenamento’, mi dicono. Io non capisco quello che succede. Chiedo spiegazioni e quelli insistono: ‘Oggi non giochi’. ‘Ma come’, rispondo, ‘Mi avete invitato voi’. Alla fine me ne vado”.

E non sei più tornato?

“No. Non mi piacciono le bugie. Se mi avessero detto: ‘Non hai abbastanza qualità per giocare con noi’, lo avrei accettato. Ma non mi stava bene non aver avuto nemmeno la possibilità di essere messo alla prova sul campo. Oggi guardo la NBA alla televisione e ogni tanto gioco qui ad Appiano con Handanovic e Palacio: bravini…”.

Ma eri più forte a basket o a calcio?

“Allo stesso modo in entrambi. Ma il calcio mi è sempre piaciuto di più”.

Hai dovuto lasciare Capo Verde da giovane…

“Ero poco più di un bambino. Il destino della metà della popolazione delle nostre isole è partire. Da noi c’è poco lavoro, ci sono poche occasioni per diventare davvero padroni del proprio destino. Conosce Chiquinho? E’ il romanzo più famoso di uno dei più grandi scrittori della mia terra, Baltasar Lopes da Silva. Racconta la storia di un ragazzino che si stacca da Capo Verde per trovare fortuna altrove. E’ un po’ la mia storia. La storia di un emigrante in cerca di una vita migliore. Leggendola, mi è sembrato che parlasse di me. E mi sono commosso”.

L’Europa ti ha dato il lavoro dei sogni e il benessere economico. Che cosa ti ha tolto?

“Non ci avevo mai pensato. Ho perso il modo di essere figlio della mia terra. Ho perso uno stile di vita semplice e rilassato. Più meditativo. Non sono più Rolando e basta, sono diventato Rolando il calciatore”.

Ti senti diverso rispetto ai tuoi colleghi? Non sembri un esponente tipico della tua categoria, quello attratto da belle ragazze e belle macchine.

“E’ un’idea sbagliata. La gente dimentica che la maggior parte di noi lascia la propria casa da bambino, un bambino spesso solo ed è costretto a crescere in fretta. Tutti ci guardano e non possiamo sbagliare mai”.

Hai deciso cosa farai dopo il calcio?

“Tornerò a casa a guardare il mare. Quando ho problemi, mi basta sentirne il rumore per stare bene. Soprattutto tornerò ad essere Rolando e basta”.

 

 

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