La solitudine dei numeri primi

La solitudine dei numeri primi

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“Veni, vidi, vici”: secondo la tradizione, sarebbe stata questa la frase pronunciata da Giulio Cesare dopo la vittoriosa impresa nella battaglia di Zela. Sulla scia del celebre dittatore romano, Erick Thohir è giunto a Milano, si è guardato attorno e ha preso in mano la situazione da buon condottiero.

Un esercito da motivare adeguatamente, una guerra dall’esito incerto e un nemico difficile da affrontare. Combattere contro lo scetticismo generale e riuscire a sradicarlo, infatti, non è mai stata cosa semplice. E’ estenuante come duellare con dei mulini a vento (per di più in superiorità numerica), all’apparenza innocui ma capaci di disarcionare da fermi  il buon Don Chisciotte della Mancia. Più facile trafiggere un bersaglio materiale, del quale puoi studiare le mosse e trovare i punti deboli.

Riportiamo la nostra mente agli ultimi giorni della sessione invernale di calciomercato. Uno stato di anarchia decisionale senza precedenti, una dirigenza senza idee e assennatezza e una tifoseria guidata da un profondo senso di rabbia e frustrazione, esploso in tutta la sua veemenza per impedire che lo scambio Guarin-Vucinic andasse in porto. Tanti iniziano ad esprimere anzitempo i primi giudizi negativi sulla nuova gestione societaria, al cui vertice siede un uomo troppo distante fisicamente e mentalmente da Milano.

Preoccupato e visibilmente contrariato, Erick Thohir decide di far presto ritorno nel capoluogo lombardo non in groppa al suo destriero come avrebbero senz’altro fatto Giulio Cesare o Don Chisciotte, ma con un aereo da Giacarta, mezzo più veloce e al passo con i tempi. In men che non si dica, esautora Marco Branca dalle sue funzioni, lo esclude da ogni trattativa e gli dà il meritato benservito. Per qualche giorno, tutti i poteri dirigenziali vengono concentrati nelle sapienti mani del tycoon indonesiano, la qual cosa avrebbe fatto perlomeno impallidire il filosofo illuminista Montesquieu, autore della celebre teoria sulla separazione dei poteri appunto.

Una scelta doverosa per riportare il sereno e sfruttare celermente e abilmente gli ultimi giorni di mercato. Prima in maglia nerazzurra approda Danilo D’Ambrosio, l’esterno di cui tanto aveva bisogno Walter Mazzarri per sviluppare il suo proverbiale gioco sulle fasce laterali. L’italiano è seguito a ruota da Hernanes, il cui acquisto serviva per aggiungere qualità e quantità al depauperato centrocampo interista.

In pochi giorni, il nuovo numero uno di Corso Vittorio Emanuele convince Cairo ad abbassare le proprie pretese per un giocatore ormai vicino alla scadenza naturale del contratto e persuade a suon di euro Lotito a privarsi del calciatore più rappresentativo della Lazio contro il volere dei suoi tifosi, la cui impetuosa protesta non avrà lo stesso esito di quella messa in scena dai “colleghi” della Curva Nord. L’ultimo regalo è la permanenza di Guarin, la cui mancata cessione alla Juventus aveva messo in moto ogni cosa. “Alea iacta est”, avrà pronunciato soddisfatto in lingua indonesiana durante il viaggio di ritorno, finalmente conscio dell’impegno assunto nei confronti di questi colori.

Come i numeri primi “sempre più isolati, smarriti in quello spazio silenzioso e cadenzato”, così Thohir, contando solo sulle proprie forze, è riuscito nell’impresa di permettere ad ogni interista di guardare con un po’ più ottimismo e speranza verso il futuro.

 

 

 

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