ANALISI TATTICA Inter Milan 1-0, luci e ombre del derby della Madonnina

Inter-Milan 1-0, la lavagna tattica

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Dopo 4 turni, 43 giorni, 3 pareggi, 1 sconfitta, 7 gol fatti e 9 subiti, l’Inter torna a fare bottino pieno. Lo fa nella gara più importante, nell’appuntamento che non accetta titubanze o tribolazioni: il derby della Madonnina, nella Scala del calcio italiano. Un match che, in realtà, alla vigilia assume i contorni dimessi di un confronto tra nobile decadute che si affontano alla spasmodica ed affannosa ricerca di un’identità che possa rilanciarne blasone e velleità. La singolare, quanto inopportuna, decisione della Questura di Milano (che di fatto nega la visione di uno spettacolo coreografico da sempre decantato) rende il clima ancora più surreale e depresso. I due allenatori, dal canto loro, decidono di non dare pepe all’incontro schierando due formazioni conservative e speculative: Mazzarri sceglie di dare fiducia a Rolando come regista difensivo, a Guarin come fantasista alle spalle di Palacio, a Zanetti e Taider come cursori interni ai lati di Cambiasso; Allegri propone Constant in luogo di Emanuelson ed il duo Saponara-Kakà alle spalle del capriccioso Balotelli.

L’ANALISI TATTICA

COSA HA FUNZIONATO – L’Inter riassapora il gusto della vittoria e dell’inviolabilità. Discreta la tenuta difensiva e le prestazioni individuali di Campagnaro e di un eccellente Rolando. Buono il presidio delle corsie laterali dove l’intraprendenza e la spinta costante di Jonathan e Nagatomo hanno rappresentato una chiave tattica su cui sperare ed investire. Confortante la prova di Guarin che, nonostante le tante voci di mercato, è emerso per professionalità, qualità e quantità. Buona capacità di fare densità in fase di non possesso, di compattare i reparti in larghezza e lunghezza, di effettuare le diagonali preventive in modo tale da scongiurare il pericolo di subire ripartenze garibaldine e sistematiche transizioni negative. Sontuosa la gara di Palacio che merita di essere portato in processione a spalla come il Santo protettore dei piccoli paesini. Ottimo l’ingresso in partita di Kovacic che, accolto in campo dal boato di una annoiata platea, ha dato una decisa sferzata al velo di torpore che una gara soporifera aveva creato. Complici i cambi di Mazzarri e la stanchezza degli uomini di Allegri, i nerazzurri, nell’ultima mezz’ora, sono riusciti ad uscire fuori dal guscio, proponendo una parvenza di calcio che risponda a un’idea tattica.

COSA NON HA FUNZIONATO – Se dovessimo immaginarci spettatori terzi (magari stranieri) di questo derby, di certo arrossiremmo (quantomeno per pudore) dinanzi al ricordo di ciò a cui si è assistito. Soprattutto nel primo tempo la partita è sembrata più una parodia del calcio moderno che la degna rappresentazione di uno degli sport più intensi del nostro tempo. Una sorta di disputa tra scapoli e ammogliati, una specie di benefica partita del cuore dove, paradossalmente, ci si sfidava a chi sbagliava e regalava di più. Un noioso susseguirsi di errori, anche pacchiani, interrotto da qualche episodico sussulto o da qualche maldestro eccesso di vigoria sprroporzionata accolto anche con comprensibile stupore. L’Inter ha avuto la colpa (complice anche una formazione votata alla difesa dell’indifendibile) di crogiolarsi in questo andazzo del nulla mischiato al niente. La squadra nerazzurra, per nulla intenzionata a fare la partita, ha iniziato a rintanarsi nella sua metà campo nel tentativo di studiare un avversario che, dal canto suo, non aveva nulla da offrire se non il proprio orgoglio. La conseguenza più naturale è stata una riconquista della palla troppo distante dalla porta avversaria, una lentezza imbarazzante nella trasmissione della palla ed una partecipazione collettiva alla manovra che definire avara sarebbe un eufemismo.

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