Mazzarri: “I fatti parlano per me, l’obiettivo è rivalutare il gruppo. Kovacic e Icardi sono potenziali campioni, ma…”

Walter Mazzarri Inter-Hellas Verona
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In una lunga intervista concessa ai microfoni del Corriere della Sera, Walter Mazzarri ha parlato della sua carriera e del suo credo calcistico, analizzando anche i progetti nerazzurri, per il presente e per il futuro. Ecco le sue parole:

Mazzarri, lei che, come allenatore, è partito da Acireale, si è già accorto che Milàn l’è un gran Milàn?

“Sono venuto tante volte a Milano da avversario e non ho avuto occasioni per vedere la città. Non la conoscevo e mi ero fatto un’idea diversa; invece è bellissima e purtroppo me ne sono accorto a 52anni. Mi trovo molto bene, anche se mi piacciono il sole e il mare, perché i Mazzarri vengono dall’isola d’Elba. Ma so apprezzare anche un tipo di fascino diverso. E poi Milano è piena di verde e di parchi, una sorpresa”.

Milano è bella, la panchina dell’Inter è scomoda?

“Per come intendo io il ruolo dell’allenatore, non mi soffermo troppo su quello che mi sta attorno. Sono totalmente concentrato su quello che devo fare per far rendere al massimo i giocatori che la società mi mette a disposizione. Questa è la mia forza, e non sento tanto la pressione. Quella me la metto addosso da solo. Per cercare di vincere sempre”.

Partire dal basso è un vantaggio?

“Se uno parte da zero o da sottozero e arriva all’Inter, dopo aver fatto tutte le categorie in 12 anni di carriera sì. Posso dire di avere un bagaglio di esperienze che pochi hanno e che mi è servito quando sono arrivato in alto. Detto senza che nessuno si offenda. Ho cominciato da preparatore anche dei portieri e conosco anche le logiche dei magazzinieri; so come vivono o come parlano con i giocatori”.

A che punto è il suo viaggio con l’Inter?

“Quando arrivo in una nuova realtà non alleno solo i giocatori perché credo che tutte le persone che lavorano vicino alla squadra siano importanti. Lo dico sempre ai ragazzi: i successi partono da lontano. L’azienda calcio ha bisogno di coinvolgere tutti. Venendo all’Inter, alla squadra, il primo obiettivo era quello di rivalutare il gruppo, partendo non tanto dal 9° posto, ma dai 19 punti del girone di ritorno. Il gruppo che mi è stato consegnato era più o meno lo stesso e se si tiene conto oggettivamente di certi parametri, siamo andati oltre le aspettative, indipendentemente dalle ultime tre partite che abbiamo pareggiato. I ragazzi mi hanno dato subito risposte eccezionali. Ora devo capire la flessione che abbiamo avuto e rendermi conto del tipo di reazione che avrà questasquadra, sotto una responsabilità grossa, perché la maglia dell’Inter pesa. Ora abbiamo il Napoli e il Milan per chiudere il 2013, poi Lazio e Chievo per chiudere l’andata. Diamoci appuntamento a metà gennaio e capiremo meglio quanto vale la squadra”.

Quattro anni a Napoli e domenica c’è il grande ritorno. Cosa si aspetta da Napoli?

“Non ho mai chiesto niente a nessuno. I tifosi delle squadre dove ho allenato mi hanno sempre voluto bene. Poi, come succede quando due si lasciano, l’amore può trasformarsi in odio. Per domenica non mi pongo il problema; io ho presentato fatti e non parole. Ho la coscienza più che a posto. E poi un allenatore si deve valutare dal primo giorno in cui arriva in una squadra all’ultimo giorno in cui ha lavorato lì”.

Nel rapporto potenziale/risultati, è Napoli il fiore all’occhiello della sua carriera?

“Ci sono dati facilmente riscontrabili. Uno di qusti è il valore di una squadra quando la prendi in mano. I parametri sono il monte ingaggi e gli investimenti. La competizione parte da qui. Il punto è: quanto vale la rosa all’inizio e quanto vale al momento nel quale lasci? Da Livorno in poi, l’unico anno che ho fatto in B, con la promozione dopo 55 anni, ho ottenuto una serie di risultati che si possono vedere e verificare. A Napoli siamo partiti dal 15°posto del 4 ottobre 2009 e siamo arrivati al secondo posto del maggio 2013, con in mezzo la vittoria della Coppa Italia. Ecco che cosa è successo a livello economico, nei punti e nel prestigio del club. Il Napoli non era considerato prima accanto a Inter, Milan e Juventus. Poi se esiste la tendenza a far vedere altre cose, a me non interessa. A me interessa il giudizio delle persone intelligenti”.

Gli acquisti del Napoli quest’anno sono stati diversi da quelli dell’era Mazzarri…

“Basta guardare le squadre di provenienza dei giocatori. Perché si è fatto questo? Perché in quei quattro anni si sono fatte cose straordinarie. Un esempio? Le plusvalenze. Ne cito due: Lavezzi e Cavani”.

Qual è il giocatore che pensa di aver maggiormente valorizzato?

“Zuniga. Veniva dal Siena e all’inizio il SanPaolo lo fischiava e con lui fischiava Paolo Cannavaro, che è diventato il capitano”.

Chi è lo Zuniga dell’Inter?

“Direi la squadra Inter. Qui ce ne sono alcuni che, se dovessero continuare a giocare a questi livelli, diventerebbero risorse aziendali importanti. Ecco come dovrebbe essere valutato un allenatore :rapporto tra quello che ha preso, risultati sul campo e risultati economici”.

Quando a maggio ha firmato per l’Inter ha capito che la proprietà sarebbe cambiata?

No e nemmeno ci pensavo. Quando ho incontrato il presidente Moratti, per la prima volta, il mio unico pensiero era la voglia di allenare l’Inter, di accettare la sfida. Non gli ho mai chiesto nulla di questo argomento. Credo di avergli detto solo: quando ci sarà qualche cambiamento, me lo dirà. Il mio dovere era ed è quello di portare il più in alto possibile la squadra che ho a disposizione”.

È riuscito a isolare i giocatori da questo?

“Quando sono stato informato della situazione, ho detto alla squadra: io sono l’allenatore e il mio dovere è allenare. Voi siete i giocatori, avete firmato per la società Inter, noi dobbiamo fare il nostro dovere a prescindere da chi sia il presidente. Ho chiesto a tutti di isolarsi per pensare al gioco. Poi dentro alle teste di ognuno non ci sono e qualcuno può anche aver avvertito questo cambio”.

Lei ha fatto bene ovunque. Dove deve arrivare l’Inter perché lei possa dire a maggio: ho fatto bene anche qui?

“Anche qui il rapporto è fra la squadra che ho preso e quello che questa squadra farà”.

Lei dice che il calcio non è una scienza esatta ma va studiato come una scienza. Thohir sottolinea l’importanza dei giovani, Barbara Berlusconi ha parlato dell’importanza della ricerca dei talenti. In sostanza, più lavoro e meno soldi: è questa la strada giusta per il calcio italiano?

“La domanda può essere posta anche in un altro modo: come si può fare calcio senza le risorse di prima? Ci vuole un po’ di pazienza, occorre parlare chiaro alla gente,  chiedere ai tifosi di appoggiare un piano di rinnovamento. Si tratta di anni zero. Dei giovani bisogna capirne il valore, per questo è importante cercarli e farli crescere”.

Lei dà alle sue squadre un’impronta di gioco chiara. Se le capitasse, come ad Ancelotti, di avere Di Maria, Bale, Cristiano Ronaldo, Benzema non sarebbe più difficile?

“Magari… A parte le battute, non è vero che sia più difficile dare un gioco a una squadra quando ci sono tanti campioni. Dalla Pistoiese andai a Livorno e trovai giocatori di valore, ma quasi a fine carriera. Tutti si chiedevano come avrei fatto a imporre il mio gioco con giocatori di personalità. Siamo andati in A. Il campione inserito in un gioco organizzato dà ancora di più. Quando parlo della fase difensiva spiego i movimenti, l’importanza di tenere stretti i reparti. E appena un giocatore capisce che, se dà retta a me, deve correre dieci metri e non 60 il gioco è fatto. E di solito un campione lo capisce prima degli altri”.

Parliamo di due giocatori dell’Inter, che sono giovani e che non sono in un momento di splendore: Kovacic e Icardi…

“Di Kovacic siamo tutti innamorati di come conduce il pallone; le qualità ci sono. Ma quanto è funzionale al nostro calcio quello che ha fatto lui l’anno scorso? Il ragazzo è un potenziale campione e ogni giorno gli spiego quello che deve fare. Va fatto esplodere facendogli capire tutta una serie di cose. Poi io devo pensare anche alla squadra, ma se Kovacic capisce tutto quello che deve fare, passo dopo passo, diventerà un campione. Su Icardi ripeto che ho chiamato Zanetti, Cambiasso, Samuel e Milito e ho detto loro di spiegare a Icardi quanti sacrifici hanno fatto loro per diventare campioni. Se capirà, diventerà un campione”.

Quanto tempo impiega a scoprire un talento o a cercare di recuperarlo? Si dice che alla Samp si sia liberato di Cassano…

“Ho avuto due anni Cassano e credo che con me abbia giocato due grandi stagioni, forse le migliori della sua carriera. Io non smetto mai di parlare con i giocatori. Chiedete a Lavezzi: ho speso più tempo con lui che con mio figlio. Sono fatto così: penso al calcio 24 ore al giorno, a far rendere al massimo i miei giocatori. È il mio lavoro e il mio chiodo fisso”.

A proposito di talenti, lei era stato chiamato il nuovo Antognoni. Poi cosa è successo?

“Semplice, non ero il nuovo Antognoni. Secondo Ulivieri, avevo l’estetica di una Ferrari, ma il motore di una 500. Se parliamo di piedi, i miei erano buoni, ma a livello organico non avevo una grande corsa, probabilmente a quei tempi avevo anche bisogno di un allenatore che credesse molto in me e che mi facesse crescere. Poi, al di là di tutto, non ero uno da spogliatoio. Avevo fatto l’università, non mi riconoscevo in quello che facevano i miei compagni. Sembravo un impiegato delle poste: arrivavo, mi allenavo e andavo via. Ma è stato lì che ho iniziato a capire che quello dell’allenatore poteva essere il mio mestiere”.

Come mai fa da tanti anni l’allenatore pur soffrendo così tanto?

“Credo che mi serva essere così, in questo modo scarico le tensioni”.

È vero che il pubblico interista di San Siro è tra i più esigenti?

“A me sembra molto competente. Ha percepito il momento che stava attraversando la società. Penso che l’arrivo di un allenatore esperto abbia rappresentato una sicurezza. Al di là dei pareggi, credo che la gente abbia visto cose belle. Lo scetticismo verso i giocatori? Se si vuole bene all’Inter, fino a che non è finita la partita i tifosi dovrebbero riuscire a non farlo percepire al giocatore. Poi c’è anche la responsabilità di indossare la maglia dell’Inter”.

C’è un allenatore che rappresenta per lei un riferimento?

“Guardo più agli allenatori che hanno avuto incarichi a 360 gradi, tipo Ferguson, per dare un’idea. È così che io intendo il mio lavoro”.

Molto mourinhano?

“Ogni allenatore è un artista. Ognuno ha le sue idee”.