Gianfelice Facchetti: “Non poteva essere una vera giornata di festa. Thohir ha sentito…”

Thohir Gianfelice Facchetti
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Nel giorno delle “vecchie glorie” nerazzurre, a San Siro non poteva mancare Gianfelice Facchetti, figlio dell’indimenticato “Cipe” e degno rappresentante di una famiglia che ha scritto la storia dell’Inter. Attraverso le pagine de La Gazzetta dello Sport, Gianfelice ha raccontato le sue emozioni nel giorno dell’esordio ufficiale di Erick Thohir al Meazza: “Chi conosce l’amore per l’Inter di Moratti, sapeva bene che quella di ieri non poteva essere una vera giornata di festa, un rito di passaggio spensierato attraverso cui un simbolo di Milano migrava da una proprietà meneghina verso mani indonesiane. E’ tutto vero? Faccio ancora fatica a crederci!, con lo sguardo dolce e un po’ malinconico commentava così tra primo e secondo tempo Bedi Moratti, spassionata e sincera come il fratello”.

“Accanto a Thohir una fila più su, Massimo ha fatto gli onori di casa insieme alla moglie Milly e ai figli, impossibile che il nuovo presidente non abbia sentito di aver messo piede in un posto speciale per tutti loro. Non esiste infatti parola migliore di «famiglia» che rispecchi il rapporto tra l’Inter e i Moratti: «servitore, domestico» dice l’etimologia, niente di più calzante per chi ha dato un’anima al nero e all’azzurro, incarnando il «karma» dei bauscia con autenticità ogni giorno senza riserve, facendo sì che il fantasma interista trovasse pace per tante domeniche. Ieri verso la fine della partita, dal terzo anello filtrava in campo una bella luce, mi ha ricordato l’alba vista dentro San Siro dopo la notte di Madrid; per pochi attimi ci abbiamo creduto. Il risveglio dal sogno è stato immediato, Renan ci ha riportato a un presente fatto di pochi lampi e un gioco a singhiozzi, un «rebelot» in cui il Recoba della rimonta contro la Samp avrebbe fatto comodo. Forse è stato giusto così, un pareggio al novantesimo è il modo migliore per far sentire cosa sia l’Inter, materia da trattare con cura e che può scoppiare tra le mani dell’artefice più innamorato. Moratti ieri non andava consolato, doveva solo essere ringraziato”.