Cambiasso: “Incontrare Mourinho fa effetto. Su Mazzarri, il mio ruolo e il rinnovo…”

Esteban Cambiasso
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Esteban CambiassoDell’Inter marchiata sulla pelle con il (e dal) Triplete sono rimasti in cinque, ma stanotte a Indianapolis contro il Chelsea di Mourinho potrebbe essere lui l’unico in campo, perché Zanetti e Milito rimarranno nel New Jer­sey per proseguire il loro pro­gramma di recupero dagli infor­tuni e Mazzarri magari rispar­mierà, almeno inizialmente, Sa­muel e Chivu. Il reduce è Esteban Cambiasso: passano il tempo e gli allenatori ma lui è ancora lì, nel cuore dell’Inter.

La vostra strada e quella di Mourinho tornano a incrociarsi: fa ancora effetto, anche se so­ no passati tre anni?

Fa effetto sì. Quando si vivo­no momenti indimenticabili si tende a ricordare soprattutto l’epilogo, ma alle spalle c’è un percorso di un’intensità enorme e che ha coinvolto tante perso­ne: per questo sarà bello saluta­re lui, ma anche tutto il suo staff”.

I segni di quanto abbia inciso Mourinho nella storia dell’Inter si possono vedere nella sala trofei nerazzurra: ma quanto ha inciso l’Inter nella carriera di Mourinho?

“Anche nella sua vita, credo. E quanto, lo dice lui stesso quando spiega che l’Inter è stato un pezzo importante della sua carriera e del suo percorso per­sonale, che non è fatto solo di partite di calcio”.

Una cosa di Mourinho che non aveva trovato e non ha ri­trovato in altri allenatori?

“Ognuno di noi è diverso da­gli altri e questa diversità è una fortuna. Forse la sua diversità sta proprio nel fatto che non amerebbe che io ne parlassi con un giornalista”.

È presto per parlare di effet­to Mazzarri sull’Inter?

“Sì, è ancora presto. Ma spe­ riamo di poterne parlare fra un po’: vorrebbe dire che tutto sta andando come desideriamo”.

Non lo si carica di troppe re­sponsabilità dicendo che è lui il vero grande acquisto dell’Inter?

Né un allenatore né un gio­catore si può sentire responsa­bilizzato per quello che viene detto su di lui. E comunque oggi un tecnico, che le cose vadano bene o male, ha una responsabi­lità impressionante: anni fa le squadre erano anzitutto dei gio­catori, oggi sono le squadre del loro allenatore”.

Una cosa che l’ha colpita di Mazzarri più delle altre?

Non amo parlare dei miei al­lenatori attuali: se ne parlo be­ne passo per ruffiano, se ne par­lo male finisco dritto in prima pagina”.

Ma è vero che da tempo al­l’Inter non ci si allenava così du­ ramente come con lui? 

“Ho letto che qualcuno di noi avrebbe detto che non si lavora­va così dai tempi di Cuper. E chi? Con Cuper c’era solo Zanet­ti, che con noi finora non ha po­ tuto lavorare… Più che altro di­rei che si sta lavorando diversa­ mente, più sulla resistenza, più fuori dal campo: l’ultima volta l’avevamo fatto con Mancini”.

Come cambia il suo ruolo con Mazzarri?

“Difesa a tre e un solo uomo davanti alla difesa: così non avevo mai giocato. Comporta molta copertura ai tre dietro e il dover garantire sempre un ap­ poggio semplice a qualunque portatore di palla”.

Dover giocare solo una parti­ta alla settimana sarà un van­taggio?

“Vorrei poterne giocare an­che quest’anno due, ma per quello che abbiamo fatto non lo meritiamo”.

La domanda era diversa: gio­cando una volta alla settimana dovrà correre meno.

Non sono mai stato un velo­cista, il mio passo così tanto cri­ticato l’anno scorso era lo stesso che ho sempre avuto. Anche l’anno scorso i dati non diceva­no che non sono più in grado di correre abbastanza, ma so per esperienza che va così: quando va tutto male, corri di più e si vede di meno”.

Quanti punti in classifica in più garantisce il giocare una so­la partita alla settimana?

“Nessuno: se non avessi vinto il Triplete magari direi di sì, ma l’ho vinto. E poi, se giochi di più sai cosa correggere, al contrario hai meno possibilità di rivedere dati da rielaborare. L’unico van­taggio è il poter preparare più nei dettagli ogni singola partita e non avere l’obbligo di due uo­mini per ruolo, come necessario quando giochi una stagione di 60 partite”.

Un passo indietro di qualche mese: da allenatore dell’Inter 2012-­2013 si sarebbe sentito più colpevole o più vittima?

Se un giorno sarò allenato­re, dirò quello che penso sul ruolo dell’allenatore. E le avrei dato questa risposta per qualun­que allenatore passato dell’In­ter”.

Da giocatore di quell’Inter, si è sentito più colpevole o più vit­tima di un naufragio?

Vittima mai, significhereb­be non volersi prendere le pro­prie responsabilità. Mi sono sentito un giocatore che ha avuto la responsabilità di non arri­vare ai risultati che l’Inter avrebbe dovuto raggiungere”.

Un errore più di altri da non rifare, di quella stagione?

“Se anche sapessi quale, non lo direi pubblicamente”.

Ora si può dire: perché ave­vate litigato, lei e Zanetti?

Litigato io e Pupi? Ma non scherziamo, dai…”.

Ha detto: per rinnovare il mio contratto basteranno cinque minuti. Quando?

“La società adesso ha cose più importanti a cui pensare, e parlo di mercato, non solo della trattativa con Thohir. Ma è stato così per tutti i miei contratti con l’Inter tranne il primo: mi chia­ meranno, e ci vorranno cinque minuti”.

Se la trattativa Moratti­-Thohir andrà in porto, nulla sarà più come prima?

“Ancora non sappiamo se a li­vello di organizzazione societa­ria ci saranno cambiamenti grandi o piccoli. Ma una cosa la so: qualunque cosa succeda, Moratti non la farà pensando semplicemente a ciò che è bene per l’Inter, ma a ciò che è meglio per l’Inter”.

Aspettando chiarezza, il mercato dell’Inter si è un po’ fermato. E sulla carta le squa­dre davanti, l’anno scorso già lontane, si sono rinforzate ulte­riormente.

Credo nel mercato, ma a metà: l’altra metà si chiama la­voro, e campo. Non è il mercato che dice chi vince lo scudetto: quando la Juve vinse il primo, due anni fa, fino a metà stagio­ne dicevano tutti che il Milan era più forte”.

Ma dire che l’Inter potrà già lottare per lo scudetto non si­gnifica fare un torto ad una squadra in ricostruzione?

Contano i fatti, non le parole e nei fatti l’Inter si presenta con l’obbligo di provare a vincere. Sempre”.

Con il Chelsea no, però.

No perché noi siamo in una fase diversa dalla loro: dobbia­mo anzitutto cancellare un ri­sultato molto negativo, mentre loro giocano per fare un salto di qualità ulteriore. Questa diffe­renza si potrà intravedere, ma niente di più: non possiamo gio­care pensando che prendere uno schiaffo da loro ci può sta­ re, perché prendere uno schiaf­ fo non serve mai, e non fa mai bene“.

 

Fonte: La Gazzetta dello Sport