Questione di mentalità: le differenze tra Italia e resto d'Europa

Questione di mentalità


questione di mentalità Zanetti Champions MadridEsperienza o spregiudicatezza? Affidabilità comprovata o talento allo stato grezzo? Consapevolezza di essere già nell’Olimpo del calcio o voglia di arrivarci? Presente o futuro? Sono questi i dubbi che, nel momento in cui si costruiscono le fondamenta di una rosa vincente, attanagliano i pensieri di presidenti e dirigenti. Tema scottante e inflazionato punto di dibattito è rappresentato proprio dalle diversità intercorrenti tra il modello italiano, da sempre restio a fare pieno affidamento sui talenti in erba e il calcio estero, più propenso a seguire la “linea verde”.

Al fine di cogliere tali differenze, potrebbe tornare utile un confronto puramente statistico, basato sul calcolo dell’età media delle squadre italiane e straniere più vincenti degli ultimi sette anni. Per condurre questa indagine, sono stati presi in considerazione soltanto i giocatori che hanno collezionato un numero di presenze pari o superiore a 15, con l’intento di non comprendere chi ha ricoperto il ruolo di semplice apparizione.

Partendo dal calcio nostrano e seguendo esclusivamente un criterio cronologico, prima squadra a dover essere presa in considerazione è il Milan targato Ancelotti che, nella stagione 2006/2007, conquistava ad Atene la sua settima Champions League, vendicando l’umiliazione subita dal Liverpool il 25 maggio 2005 in occasione della finale di Istanbul. I rossoneri, guidati dai gol di Inzaghi, dalle magie di Kakà e dalla solidità difensiva assicurata da Nesta e Maldini, diventavano campioni continentali con un’età media pari a 30,47.

Con un salto temporale, arriviamo alla gloriosa stagione del Triplete nerazzurro. Il sogno di migliaia di tifosi ha inizio a Roma il 5 maggio, prosegue e prende forma a Siena undici giorni più tardi e diventa un’incantevole realtà allo stadio Bernabeu, nel momento in cui Zanetti alza verso il cielo stellato di Madrid quella coppa che mancava da 45 anni. La rosa a disposizione del condottiero Mourinho aveva anch’essa un’età media piuttosto avanzata (29,6). Tra i più “esperti” vi erano i trentasettenni Pupi e Materazzi e i trentaquattrenni Cordoba e Vieira (ceduto a gennaio), mentre i più giovani erano Balotelli (20) e Santon (19). Politica, questa, in controtendenza rispetto a quella attuale, maggiormente orientata all’acquisizione di talenti di belle speranze (vedi Icardi e Belfodil e gli altri obiettivi interisti che portano i nomi di Dragovic, Isla e Nainggolan).

Dall’Inter alla Juventus di Antonio Conte capace di vincere due scudetti consecutivi, battendo una concorrenza non troppo agguerrita. In casa bianconera sembra funzionare in modo equilibrato e armonioso il mix di esperienza (vedi Pirlo, Buffon e Barzagli) e gioventù (Pogba, Vidal, Marchisio, Bonucci) grazie al quale l’età media si ferma a 27,6.

Uscendo dai confini italiani, in questi ultimi anni ad imporsi sulla scena nazionale ed internazionale sono stati, per fare alcuni esempi, Manchester United, Barcellona e Bayern Monaco. Gli inglesi che, nella stagione 2007/2008, conquistavano il double grazie alle vittorie in Premier e in Champions League, avevano un’età media di 26,9 anni, mentre di un solo decimo più alta era quella dei blaugrana capaci di stupire ed incantare il mondo intero grazie alla regia di Pep Guardiola e alle gesta dei vari Messi, Eto’o, Xavi e Iniesta. I risultati ottenuti dal Bayern Monaco costituiscono storia contemporanea e rappresentano il risultato finale di tanti anni fatti di vittorie sfiorate e sogni infranti (vedi finali contro Inter e Chelsea). Età media complessiva di 27,1, abbassatasi ancor di più dopo i recenti acquisti di Gotze e Thiago Alcantara nell’attuale sessione di calciomercato.

Questi semplici dati statistici mettono in evidenza un altro aspetto che, stavolta, lega esperienza italiana e internazionale. Il numero di giocatori mediamente utilizzato dai tecnici delle squadre più vincenti dell’ultima decade, escludendo quelli impiegati per una manciata di partite, va da un minimo di 15 ad un massimo di 21, dimostrando così quanto sia preferibile allenare un gruppo non eccessivamente ampio.

Negli ultimi anni molti club italiani hanno deciso di puntare sui giovani più per necessità economiche che per scelte coraggiose guidate dalla volontà di concedere maggiore spazio a chi deve ancora dimostrare di meritarselo. Sembra essere questa, infatti, l’unica strategia efficace al fine di riavvicinare l’Europa che conta, sulla scia dei maggiori “dream team” europei.




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