C’eravamo tanto amati: Zanetti rinnova, Ambrosini saluta…

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Zanetti AmbrosiniC’eravamo tanto amati. Il tempo passa, scorre via proprio come le sequenze di una pellicola cinematografica che raccontano storie di inizi ma che comportano la necessità di un finale. Ogni storia che si racconta volge sempre mestamente ai titoli di coda, portando via con sè riflessioni, osservazioni, magari inquietudini e, spesso, critiche o polemiche.

Questa è la storia di due capitani, così diversi ma così vicini. Due condottieri, che con modi di fare diversi e spesso agli antipodi, hanno rappresentato degnamente le due sponde della Milano calcistica: Javier Zanetti e Massimo Ambrosini. Impavidi, mai sfiacchiti da vicissitudini o difficoltà, li abbiamo sempre trovati orgogliosamente attaccati al timone delle loro navi, pronti a non cedere alla furia della tempesta. Così vicini, ma paradossalmente così lontani proprio nel giorno in cui uno, Zanetti, rafforza e prolunga il suo legame alla causa nerazzurra, l’altro, l’ex capitano rossonero, viene scaricato e saluta, per il tramite del suo procuratore, con frasi al vetriolo.

I legami, è vero, soprattutto in un calcio che ormai si specchia sempre più nella sua logica aziendalista, per loro natura si prestano ad interruzioni improvvise e dolorose. I matrimoni no. Il matrimonio è per la vita, è per sempre, è un giuramento di fedeltà, un atto di fede per la vita, è la quintessenza dell’amore. Ebbene, Zanetti ha deciso di sposare l’Inter come l’Inter ha deciso di sposare Zanetti. Per carità, è sempre un cattivo vezzo mettere occhi, naso e bocca sui matrimoni altrui, sulle probabili infedeltà altrui, ma se, dopo le stilettate di due pilastri del Milan pluridecorato come Gattuso e Pirlo, dopo l’impietoso trattamento riservato ad un monumento come Maldini, arriva l’addio al veleno del capitano di tante battaglie, allora vuol dire che “la squadra dell’amore” nasconde sentimenti o sentimentalismi retorici e di facciata.

Giocare con i paragoni è sempre esercizio antipatico, ma in questo caso è strumeto utile per comprendere quanto, spesso, anche il mondo del calcio presti particolare ed interessata attenzione alla forma, al potere, alla vendita dell’immagine e si dedichi, invece, troppo poco alla sostanza. La sostanza dice che un giorno, quello di ieri, può rendere, in un solo attimo, così diversi 18 lunghi anni all’ombra della Madonnina. 18 lunghi anni in cui Zanetti e Ambrosini si sono incrociati in campo, si sono scambiati saluti e gagliardetti, si sono battuti come due gladiatori in un’arena con vigore ma rispetto.

Le strade dei due, da ieri, non si incontreranno più. Zanetti, nonostante l’età e l’affiorare di qualche primo acciacco, si tiene stretto il suo mondo firmando un rinnovo in bianco, Ambrosini viene tristemente allontanato da quella Città del Sole dove evidentemente non splende sempre tutto e dove la luce, spesso ostentata, si accompagna a ombre e spazi bui. Questione di fortuna, di riconoscenza o di stile?

Già, proprio quello stile tanto decantato e pubblicizzato quasi come fosse una peculiarità autentica ed esclusiva da sbandierare in segno di lezione se non di spregio. Ma cosa sarà mai, poi, lo stile? Quello che utilizzò lo stesso Ambrosini per appagare un impulso partigiano e curvaiolo imbracciando uno striscione che invitava il povere Presidente Moratti a mettersi lo scudetto dove non batte il sole? Moratti ha risposto con il cuore, con le emozioni e con i fatti. Zanetti e lo scudetto sono ancora all’Inter e dell’Inter. Ambrosni non è più al Milan e del Milan. Anche il tempo ha il suo stile.

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