Anche i ricchi piangono

Anche i ricchi piangono


Se la stagione dell’Inter fosse immortalata in una serie televisiva riscuoterebbe ben pochi consensi: attori mediocri e trama prevedibile. In fin dei conti una stagione pessima non è così distante da un canovaccio fallimentare.

Ciò che genera disaffezione alla storia è la totale mancanza di una trama orizzontale, quel senso che disperatamente i tifosi nerazzurri hanno cercato fino a martedì scorso in ogni raro segnale positivo. Senza mai riuscire a trovarlo. Eppure anche un pessimo prodotto talvolta riscuote buona audience, spesso per merito di ciò che di buono si è visto nelle prime stagioni.

Solo il giusto mix di fedeltà e affetto può permettere a quarantamila coraggiosi di assistere al disastroso spettacolo messo in piedi dalla combriccola di Ranieri. Ma qualsiasi produttore televisivo capace sa che una serie, per quanto di successo, non può essere tirata eccessivamente per le lunghe, portandola ad arenarsi nella decadenza in cui anche il miglior personaggio è destinato a perdersi. Dovrebbero saperlo anche i dirigenti di calcio. Almeno quelli capaci.

Chi ha acceso la tv per guardare la gara di ieri, probabilmente ha inizialmente temuto di assistere alla stessa puntata della scorsa settimana: Milito, lontano parente di quello del poker contro il Palermo, spreca dal dischetto e la gara continua tra gli sbadigli del pubblico. E anche di qualche giocatore.

Chi riesce a convincersi che in realtà si tratta di un nuovo episodio trova conferma quando l’agognata fiammata improvvisa, che aveva deciso la gara di Verona, in realtà non arriva. Neanche l’ingresso di comparse con stipendi da divi e la creativa interpretazione della guest star Gava riescono a dare una svolta ai minuti conclusivi, che fungono più da “riassunto delle puntate precedenti” che da finale a effetto.

Sulla sedia da regista a bordo campo non siede Stanley Kubrick e si vede, ma il cast è quello che è, un composito miscuglio di interpreti di una massa di generi inaggregabile: da Faraoni e Obi, che sembrano appena usciti da una serie per ragazzi, a Zanetti e Cambiasso, casi da studiare in un medical drama per i loro problemi di invecchiamento, rispettivamente tardivo e precoce; dall’atteggiamento western di Lucio, che ancora una volta finisce per vestire i panni del sergente Garcia, al dramma di Pazzini, di settimana in settimana più esasperato dalle oscure forze del male che evidentemente lo perseguitano; fino alle vette di fantascienza raggiunte con Maicon. Perché è normale che le gambe e il fiato non siano più quelle di un tempo, ma che uno dei miglior crossatori della storia del calcio a fine carriera non fosse capace di battere neanche un semplice calcio d’angolo non l’avrebbe potuto immaginare neanche la fervida mente di JJ Abrams.

Forse sarebbe il momento di uno spin-off, di una nuova storia in cui portare quel poco di buono che è rimasto dal recente passato per proporre nuovi temi, tutt’altro che inflazionati nella scarna programmazione del nostro campionato: dare la possibilità a veterani scelti di rifiatare e fare da chioccia a un gruppo meno stagionato, inserire giovani talenti come Poli e Coutinho in un’ impostazione di gioco finalmente armoniosa in cui ritrovare un bomber un tempo implacabile come Pazzini.

In fondo se la storia nerazzurra è cominciata ancor prima di “Sentieri” e ancora oggi riscuote successo la capacità di reinventarsi non dovrebbe mancare.




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