Game over

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Qualcuno forse avrà storto il naso quando, dopo le vittorie contro Milan e Lazio, ci eravamo preoccupati di smorzare gli entusiasmi, invitando romantici e sognatori a non cullare invano speranze tricolore e a concentrarsi su obiettivi più alla portata. Non si trattava di scaramanzia, ma di puro e semplice realismo; lo stesso che, a distanza di tre settimane, ci costringe a guardare il terzo posto con occhi diversi, come se fosse un miraggio.

Difficile ragionare diversamente considerando che nelle ultime quattro giornate l’Inter è riuscita a regalare soddisfazioni un po’ a chiunque, vanificando gli sforzi messi in atto per agganciare il gruppo di testa. La stessa squadra che era riuscita a inanellare sette vittorie consecutive ha permesso al Lecce di festeggiare il primo successo casalingo della stagione (prima di allora i pugliesi avevano raccolto solo 2 punti su 9 incontri disputati tra le mura amiche), al Palermo di realizzare in una sola partita il doppio dei gol segnati fino a quel momento in trasferta (in 10 occasioni lontano dal Barbera, solo 3 punti e 2 reti per i rosanero) e al Novara, ultimo della classe, di fare bottino pieno tra andata e ritorno (6 dei 16 punti totalizzati dai piemontesi sono arrivati dai match contro la Beneamata) e di tornare al successo esterno dopo nove mesi di astinenza.

La situazione è sempre più preoccupante e l’altalena tra inferno e paradiso che ha caratterizzato le ultime due stagioni è il chiaro segnale dell’assenza di un progetto in casa nerazzurra. Lo dimostrano le ultime campagne acquisti, prive di logica e in totale disaccordo con le indicazioni fornite da chi sedeva sulla panchina in quel momento; lo confermano i risultati, figli di una squadra che si regge ancora sulle rovine del Triplete e sugli scatti d’orgoglio dei pochi campioni rimasti in rosa. Sarà anche vero che questo gruppo ha ancora tanto da dare (come hanno lasciato intendere più volte Moratti e Ranieri) ma il campo sta dando altre risposte e di questo passo si rischia solo di trasformare quella che dovrebbe essere la naturale chiusura di un ciclo in una lenta e interminabile agonia.

 

Alessandro Suardelli

 

 

 

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