Contro la legge dei grandi numeri

Contro la legge dei grandi numeri


Jakob Bernoulli probabilmente avrebbe ritenuto sufficiente un campione di più di trenta partite per valutare la qualità di una squadra. Ai tifosi nerazzurri e a tutti gli appassionati di calcio per rifiutare l’ipotesi che l’Inter di quest’anno potesse avere successo sono bastati un numero fin troppo ridotto di variabili, alla faccia della legge dei grandi numeri.

E’ ciò che capita quando nel mettere in piedi una rosa si predilige un ammasso di scarti (stavolta tralasciate l’accezione statistica del termine) e decrepite – più che vecchie – glorie a un progetto coerente tatticamente e strategicamente. Il compito di analizzare l’Inter di inizio 2012 costringerebbe alle dimissioni qualsiasi elaboratore statistico perchè – per dirne una – la possibilità che su 25 cross (stima in difetto!) gli esterni nerazzurri non ne azzecchino neanche uno è meno prevedibile di un’alluvione nel bel mezzo del Sahara. Per non parlare del tiro a segno di Sneijder, cecchino degno di una parte da protagonista in “Full Metal Jacket”, che spara a salve fino al novantesimo, quando solo la malasorte lo ferma.

Sfortuna e errori arbitrali: attenuanti che una presunta grande che si rende quasi del tutto inoffensiva contro l’ultima in classifica non merita. Nei giorni in cui al cinema impazza “Moneyball”, storia vera degli Oakland Athletics, una squadra costruita con economicità seguendo particolari indicatori statistici, ci piace (insomma…) credere che la rosa nerazzurra sarebbe capace di registrare i minimi storici in un sistema analogo a quello creato da Bill James.

Le contraddizioni e l’incapacità di una dirigenza che concentra talento in un unico ruolo, che punta su due soli attaccanti incompatibili, che rinforza un centrocampo deficitario con un mediano di serie B, che progetta rinnovi contrattuali a giocatori freschi reduci da prestazioni da “4 in pagella”, hanno raggiunto persino la guida tecnica, finora quasi del tutto immune dalle critiche.

Contro il Novara Ranieri si “gasperizza”, riuscendo in un’impresa degna del suo tutt’altro che illustre predecessore, schierando un undici totalmente insensato. Passi la scelta di lasciare in panchina Pazzini, più un ostacolo che un valore aggiunto in un sistema che non lo premia, ma la disposizione della difesa è inspiegabile, con Cordoba ridicolizzato da Caracciolo (avessi detto Van Basten…) preferito a Ranocchia e un indecente Chivu in luogo di Nagatomo, il migliore nell’infausta stagione nerazzurra, azzerando la spinta sulle fasce proprio la domenica in cui manca Maicon. Non può e non deve sorprendere che gli unici vivaci e sorprendenti in campo siano i piccioni di San Siro.

“Odio perdere, più di quanto amo vincere” era il motto di Billy Beane, general manager di quegli Oakland Athletics. Non dirlo a noi, Billy…

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