Gasp: "Con Milito-Palacio-Eto'o avrei sfidato il mondo"

Gasp: “Con Milito-Palacio-Eto’o avrei sfidato il mondo”


Esattamente un girone dopo l’esonero seguito alla sconfitta di Novara rimediata dalla sua disastrosa Inter, Gian Piero Gasperini, in un’intervista rilasciata a “La Gazzetta dello Sport”, più che dei sassolini si toglie dei veri e propri macigni dalle scarpe riguardo alla sua esperienza in nerazzurro. Tra lui e la società di corso Vittorio Emanuele non ci fu mai feeling, né sul mercato, né sul modulo da adottare in campo, né tanto meno sulla gestione dei giocatori.

Moratti mi spiegò che per il fair-play finanziario un pezzo grosso doveva partire, ma che Eto’o sarebbe rimasto. Le difficoltà del mercato fecero partire il camerunese. Arrivarono Forlan e Zarate, molto diversi da Palacio. L’obiettivo era quello di rigenerare il gruppo. A me bastavano Palacio, un centrocampista e un difensore, visti gli infortuni nel reparto. Si pensava a Vidal, a me piaceva anche Nainggolan che però non veniva ritenuto da Inter. Come Criscito, per non dire di Palacio che si poteva prendere. Cercavano Sanchez, Lavezzi, Tevez, molto meno abbordabili. Io col tridente Palacio, Milito ed Eto’o ero pronto a sfidare il mondo. Fui accontentato almeno con Thiago Motta, cui l’Inter aveva chiesto di trovarsi una squadra, e con Milito, che rifiutò una grande proposta. Bastava poco: due-tre giocatori, non i nove che ha poi comprato l’Inter. Alla faccia del fair-play. Questo è il grande rimpianto”. 

Poi, Gasperini rivela un retroscena che ha dell’incredibile: “A Dublino Moratti mi parlò della possibilità di riprendere Balotelli. Forse aveva parlato con Mancini. Mi spiegò però che eravamo i soli all’Inter a volerlo. Presidente e allenatore: pensavo bastasse“. Insomma, Mario è stato ad un passo dal tornare in nerazzurro, ma qualcuno, probabilmente nello spogliatoio, ha posto il veto sul suo rimpatrio. Evidenti erano i modi diversi di vedere il calcio tra società e allenatore: “Alla prima a Palermo perdemmo, ma giocammo bene. Pagammo alcuni errori individuali. Chiedevo cose nuove: aggredire di più, salire per accorciare e rubare la palla. La squadra aveva paura degli spazi che si lasciava dietro. Avremmo corretto i difetti in allenamento. Ma invece di valutare la prestazione alla luce del contesto, venne ridotto tutto alla difesa a tre. Assurdo. Io ero convinto di avere giocatori forti che dovevano solo diventare più squadra. Motivandoli con un gioco diverso, avrebbero trovato nuovi stimoli. Resto convinto: l’Inter ha giocatori forti, può ancora vincere lo scudetto. All’Inter sono convinti del contrario: di avere giocatori logori che formano però una grande squadra, se giocano come hanno sempre fatto. Ma allora perché chiamare me? Lo sapevano come gioco. Io non mi sono proposto. Sono stato scelto“.

La sconfitta interna contro il Trabzonspor fu l’antipasto della disfatta di Novara che gli costò la panchina: “Il giorno dopo dissi alla squadra: mai più così, piuttosto torno ad allenare i ragazzini. Quello non è il mio calcio. E ho tirato dritto con le mie idee, anche per dare un segnale chiaro ai giocatori”. Poi, si passa a parlare di Pazzini, Milito e Sneijder: “Pazzini è un grande realizzatore, ma per me era fondamentale recuperare il miglior Milito, che segna e fa segnare. Uno dei pochissimi in Italia che sposta gli equilibri, come sta dimostrando. Veniva da una stagione di infortuni, aveva bisogno di giocare. Non capivo tanta diffidenza per un giocatore così determinante nei trionfi dell’Inter. Fantastico Sneijder, può fare tutto, è un giocatore completo. Deve rivedere solo certi comportamenti”.  

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