Gasperini e il 3-4-3, un progetto che rischia di morire sul nascere

Gasperini e il 3-4-3, un progetto che rischia di morire sul nascere


Quando lo scorso 24 giugno la società ha deciso di puntare su Gian Piero Gasperini non poteva ignorare il fatto che stava per affidare la squadra a un allenatore che, pur avendo dimostrato nel corso della sua carriera di saper adottare moduli diversi, ha costruito le sue fortune su un disegno tattico ben preciso: il 3-4-3.

Un sistema di gioco che non può prescindere dal dinamismo dei suoi interpreti: solo con la corsa, il pressing e la giusta sincronia nei movimenti è possibile raggiungere alti standard di rendimento. Senza dimenticare l’importanza della spinta sulle fasce, con sovrapposizioni, raddoppi e diagonali a tormentare le notti dei giocatori.

In poche parole un progetto ambizioso che richiede un lungo periodo di rodaggio prima che si possano cogliere risultati apprezzabili e che può funzionare solo se tutti sono disposti a remare nella stessa direzione.

L’impressione però è che sia proprio la società a non essere del tutto convinta della rivoluzione tattica messa in atto dal nuovo mister. Lo si è capito seguendo le mosse del mercato nerazzurro, dove è stato fatto ben poco per assecondare le richieste di Gasperini, che ora si ritrova con una rosa concepita per tutt’altro tipo di gioco.

Partiamo dal mercato in uscita. I tifosi nerazzurri si erano rassegnati all’idea che almeno uno dei campioni in rosa potesse essere sacrificato in nome del fair play finanziario. Tutti davano per scontata la partenza di Wesley Sneijder, trequartista poco funzionale al progetto del nuovo tecnico, ma a fare le valigie è stato Samuel Eto’o, elemento indispensabile per il tridente offensivo studiato da Gasperini. Un’operazione quanto meno discutibile in cui, al di là dei vantaggi economici, è difficile trovare risvolti positivi.

Le perplessità sono aumentate quando l’Inter ha deciso di scaricare Goran Pandev, letteralmente regalato al Napoli di De Laurentiis. In pochi si sono strappati i capelli per la partenza del macedone, ma la questione è ben più profonda: Pandev ed Eto’o erano gli unici giocatori del reparto offensivo nerazzurro in grado di adattarsi sulla fascia. Non a caso, ai tempi di Mourinho, erano loro ad agire come esterni offensivi nel 4-2-3-1 che ci ha portato sul tetto d’Europa. Che senso ha dunque cederli proprio in coincidenza con l’arrivo di un allenatore che intende sviluppare il suo gioco sulle ali?

L’ultima speranza alla quale si aggrappava Gasperini era che queste mosse fossero soltanto l’inevitabile perludio a movimenti importanti in entrata. Ma anche sotto questo aspetto il messaggio della società è stato chiaro: se la scelta di affidarsi a Forlan piuttosto che a Tevez poteva essere dettata dalle esigenze di bilancio, il mancato arrivo di Palacio (primo nome sulla lista dei desideri stilata dall’allenatore piemontese) è stato un chiaro segnale di mancanza di fiducia nei confronti del nuovo progetto. Tanto più che, al posto dell’esterno rossoblu, è arrivato Mauro Zarate, il cui rapporto con Reja si è incrinato proprio a causa della posizione troppo defilata nella quale l’argentino veniva utilizzato. Insomma, immaginare Zarate e Forlan che rincorrono gli avversari sulla fascia è pura utopia.

A mercato chiuso l’Inter si trova con 5 attaccanti in rosa, ma senza esterni di ruolo. Con queste premesse è difficile credere che Gasperini possa insistere sul 3-4-3, anche perchè Moratti, in preda a deliri berlusconiani, si è sentito in dovere di dettare le sue condizioni: ritorno a una linea difensiva a quattro e Sneijder trequartista dietro due punte. Non il modo migliore per zittire chi insinuava il dubbio che Gasperini fosse solo l’ennesimo traghettatore.

Alessandro Suardelli

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