Eto'o un affare per tutti, Anzhi no

Eto’o un affare per tutti, Anzhi no

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“Devo correre come un nero, per riuscire a guadagnare come un bianco”, disse un giorno Samuel Eto’o da Nkon, un centinaio di chilometri a nord-ovest della capitale del Camerun, Yaoudè.

In questo capitalistico aforisma moderno, pronunciato in un momento difficile da un uomo ambizioso e sicuro dei propri mezzi, è condensata la lapalissiana causa della partenza del fuoriclasse africano verso i desolati lidi del più grande lago del mondo, il Mar Caspio.

Un addio che, almeno dal punto di vista economico, lascia soddisfatte tutte le parti in causa: la società nerazzurra con i stimati 100 milioni risparmiati (sebbene, con tutta probabilità, il prezzo adeguato del cartellino fosse di almeno 8 milioni in più); i russi dell’Anzhi, in grado di far approdare in Daghestan uno dei più forti attaccanti della storia; il giocatore, che andrà a guadagnare 20 milioni di euro all’anno, superando ogni sua più rosea previsione.

Questa la lettura più semplicistica della situazione, con Moratti pronto a reinvestire subito il tesoretto e il camerunense, scortato da guardie armate (non sono rari nell’area caucasica i sequestri a scopo estorsivo), costretto a stringere i denti per qualche anno nel suo dorato esilio dal calcio che conta.

Da una prospettiva squisitamente tecnica e sportiva il bilancio dell’operazione sorride molto meno ai protagonisti. L’Inter si ritrova, infatti, ad affrontare gli ultimi sette giorni del mercato estivo con l’ansia di completare la rosa in fase offensiva (e non solo), cercando di sostituire un atleta forse insostituibile e perdendo ancora terreno nei confronti dei cugini rossoneri.

Corsa, assist, coperture, tagli e reti. Solo Arjen Robben, in ruoli e con compiti diversi, potrebbe colmare il vuoto lasciato da Eto’o, anche a livello di impatto mediatico. Ma il Bayern non ha intenzione di mettere sul mercato l’esterno olandese e, qualora lo mettesse, l’operazione richiederebbe prezzi decisamente al di sopra del budget interista.

Anche la stella africana, calcisticamente parlando, si taglierà fuori dai palcoscenici più prestigiosi per alcune stagioni, proprio negli ultimi lembi ad alto livello della gloriosa carriera. Un calciatore abituato all’ovazione del Camp Nou e di San Siro dovrà tendere bene le orecchie per percepire il brusio dei 20mila spettatori – meno del Dino Manuzzi di Cesena – presenti sulle gradinate dello stadio Khazar di Machačkala, capitale della repubblica del Daghestan.

Infine, il miliardario Sulejman Kerimov, presidente dell’Anzhi, avrebbe potuto, con pari investimento, inserire più giocatori di prima fascia utili al progetto, studiando maggiormente i teoremi calcistici e meno le strategie di marketing. Il calcio è uno sport di squadra e nemmeno il “florentinismo” madridista riesce più a produrre qualcosa che vada oltre degli impalpabili sogni.

Nel frattempo, però, un altro pilastro del triplete 2010 si allontana dall’abbraccio del Meazza. E’ il calcio, è il mercato, è il turbinio della vita sportiva contemporanea. L’importante è trovare un sostituto valido. Preferibilmente che desideri correre come un nero, ma pretenda uno stipendio meno salato.

Emanuele Alberti

 

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