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Omaggio a Roby Baggio, l’essenza del Dio fragile… con il codino

Oggi non è un giorno qualunque. Chi ha amato il calcio lo sa bene, oggi è una sorta di Santo Natale, di prova che qualcosa di straordinario sia possibile anche in questo mondo caotico. Oggi è il compleanno del Divin Codino, Roby Baggio.

OMAGGIO AL DIO CON IL CODINO

Baggio è stato qualcosa di unico e irripetibile. Un’onda senza precedenti che ha colpito il calcio italiano e ci ha cambiati per sempre, modificando in maniera indelebile i nostri gusti estetici, il nostro modo di vedere una partita. Una divinità prestata al gioco del calcio, scesa dal cielo per spiegare un attimo a noi poveri buzzurri cosa sia veramente lo spettacolo. Un fulmine a ciel sereno che ha regalato gioie e dolori a due generazioni di tifosi. Ha fatto sognare, ridere, piangere, esultare e disperare come nessuno mai prima di lui.

Roby è riuscito a tatuarsi a fuoco nell’anima e nel cuore di milioni di appassionati, travalicando il tifo, il campanilismo, le antipatie e tutti i fenomeni suoi contemporanei. Ci ha ammaliato la fragilità di quel Dio apparentemente onnipotente, eppure, come noi, cosi fallace. Più perdente che vincente, perennemente torturato da quelle maledette ginocchia, la sua croce eterna, malvoluto da tutti quelli che più volte hanno provato a estrometterlo dal regno che lui si era conquistato di diritto. L’eroe di un’epopea tragica, fatta di molteplici cadute e risalite, di abissi profondi e vette inarrivabili per i comuni mortali. Un fenomeno di cristallo, tanto fragile e forte da rendere più tenero anche il cuore più arido. Girovago senza meta, ha portato la propria luce in tutte le piazze del Belpaese, ricevendo sempre scroscianti applausi. Un mago prestato al pallone.

L’unico capace di essere amato incondizionatamente da una nazione intera, di farti incazzare relativamente poco quando faceva goal alla tua squadra, perché perdere per mano sua era quasi bello. L’unico, nessun altro ci sarebbe mai riuscito, in grado di dipingere calcio per vent’anni praticamente senza ginocchia. La sua croce era la nostra delizia. Provate a pensare quanta sofferenza, quanto dolore, quanti sacrifici, sono costati al suo fisico malconcio quei dribbling, quelle punizioni, quegli assist, quei goal. Quelle magie.

Più di tutti rappresenta un calcio che non ci sarà più, una Serie A colma di campioni leggendari. Baggio è il calcio italiano, poche storie. Più dei lanci di Rivera, delle rovesciate di Riva, delle punizioni di Pirlo, dei goal di Del Piero o dei cucchiai di Totti. Perché il Divin Codino, regalava qualcosa di nuovo ogni volta, non si abbassava a blande etichette, a giocate da replicare in serie. Lui era troppo superiore per avere un marchio di fabbrica. Lui era la fabbrica. La scatola magica da cui scaturivano i sogni di noi bimbi estatici, sembra in attesa del suo tocco di palla illuminante.

Io ho amato incondizionatamente Baggio, per quanto la sua parentesi nerazzurra sia stata breve e non particolarmente felice. L’ho amato ancora più di Ronnie il fenomeno, e ancora più ne ho sofferto l’addio. Perché se Ronaldo era potenza, tecnica, velocità d’esecuzione, Baggio era ARTE. Pura e semplice arte, poesia delle più delicate in quei piedi fatati, musica dolce che tocca le corde del cuore. Baggio è stato il calcio. Baggio è il calcio. Il più forte italiano che abbia mai dato un calcio a un pallone, due spanne sopra tutti.

Auguri Roby, cento di questi giorni. E grazie per tutto.

“Ah da quando Baggio non gioca più, non è Domenica!”

 

Fonte immagine in evidenza: Screen Youtube

 

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redazione