Top&Flop dell’era Moratti: I CENTROCAMPISTI

Stankovic Cambiasso Thiago Motta
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Come il centro di un cerchio, necessariamente equidistante da ogni singolo punto della circonferenza. Allo stesso modo, il dovere di un centrocampista è quello di far rimanere inalterata la distanza tra i singoli reparti nel corso dei novanta minuti di gioco. Come la corsa di un predatore si arresta solo nel momento in cui avrà raggiunto la propria preda. Ugualmente, grinta e resistenza sono doti essenziali di chi presidia la zona centrale del campo: un moto perpetuo alla ricerca del pallone. Come il perno di una costruzione meccanica, essenziale per attivare la rotazione degli altri componenti intorno al suo asse. Così è richiesto al mediano di rendere equilibrata la manovra di gioco e di ergersi a punto di riferimento per i propri compagni sul rettangolo verde.

Minimi margini d’errore e una precisione chirurgica sia nell’impostare l’azione d’attacco, che nell’arginare i tentativi avversari. In diciotto anni di presidenza Moratti, lampi di luce sfavillante intervallati da ombre oscure e inquietanti hanno contraddistinto il ruolo preso in considerazione.

Thiago Motta rievoca i fasti di un passato, cui è facile aggrapparsi a fronte di un presente avaro di soddisfazioni. Il primo ricordo che riaffiora con veemenza, rendendo meno sfocata l’immagine dell’italo-brasiliano, risale ad una gloriosa stracittadina milanese: la goleada nerazzurra si apre con una sua rete, atto conclusivo di una epica triangolazione e, al contempo, nota finale di una sinfonia che nulla ha da invidiare ai più grandi compositori. L’espulsione colta durante la semifinale di Champions contro il Barcellona, mentre spietatamente le telecamere indugiano sull’occhio vispo di Busquets, non impedisce all’Inter di raggiungere la tanto agognata finale.

Medaglia di legno per Patrick Vieira, arrivato all’ombra del Duomo conseguentemente ai misfatti di Calciopoli e alla condanna della Juventus, dove con Emerson formava una diga difficile da abbattere e oltrepassare. L’indole di un leader è un ingrediente essenziale da aggiungere ad una miscela di potenza e tecnica, grazie a cui era solito mordere le caviglie degli avversari e non perdere ugualmente l’occasione di presentarsi in zona gol sfruttando la sua forza prorompente.

“Campione” è il termine che, più degli altri, è accostabile al nome di Juan Sebastiàn Veron. Se fossimo obbligati ad individuare un singolo episodio da trasmettere ai posteri, sceglieremmo senz’altro la precisa rasoiata che, durante i supplementari, lascia di stucco Chimenti e porta la Beneamata alla vittoria della  Supercoppa italiana 2005 nel periodo in cui trionfare sembrava una chimera troppo lontana. Il suo arrivo alla Pinetina è da considerare una tappa fondamentale nel viaggio della squadra di Moratti verso l’acquisizione di uno spirito vincente.

Prima e seconda posizione della nostra classifica spettano rispettivamente a Cambiasso e Stankovic. Il primo arrivato in sordina, dopo le deludenti stagioni in quel di Madrid e dimostratosi, nel tempo, uno dei colpi di mercato più brillanti e intelligenti di questi ultimi diciotto anni; il secondo, pronto a fare del nerazzurro il suo abito migliore, dopo aver sistemato definitivamente quello biancoceleste nella scatola dei ricordi. Intelligenza tattica e senso della posizione per l’argentino; qualità balistiche fuori dalla norma per il dragone, capace di “abbrustolire” i nemici con una sola fiammata. Storie e caratteristiche differenti che trovano un importante punto d’intersezione nella estrema fedeltà ai colori del cielo e della notte.

C’è, poi, chi risalta agli oneri della cronaca più per una scena comica di Aldo, Giovanni e Giacomo che per le proprie doti calcistiche (Ciriaco Sforza); chi si vanta di essere un centrocampista, ma raggiunge il punto più alto della sua carriera prendendo le veci del portiere in un quarto di finale di Coppa Uefa (Farinos); chi, ancora, riesce nell’impresa di collezionare una sola presenza in Serie A con indosso la maglia nerazzurra (Vampeta) e chi, suo malgrado, diventa famoso per il modo di calciare il pallone, dovuto alla malsana abitudine di storcere i piedi verso l’interno (Quaresma).

Le voci stonate e fuori tempo all’interno di un coro, il finale scontato di un capolavoro cinematografico, la conclusione poco originale di un articolo (spero non sia questo il caso): una lista che si chiude proprio con quei giocatori che si ritrovano per un atroce scherzo del destino a far parte della gloriosa storia dell’Inter.