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Inter, quante colpe anche fuori dal campo: programmazione sbagliata e mancanza di uniformità di pensiero

Se i problemi all’interno dell’Inter riguardassero soltanto il campo, per quanto precaria sia la situazione di classifica, probabilmente tireremmo tutti un sospiro di sollievo. Basterebbe cambiare qualche elemento in rosa, o dello staff tecnico, per risolvere questa situazione. Quello che, invece, ci preoccupa e non poco è la situazione generale, dentro il campo, ma anche e soprattutto dietro la scrivania. I motivi di questa crisi provengono da scelte discutibili in quanto ad organizzazione della stagione, dello staff tecnico, del mercato, della gestione dell’organigramma nerazzurro, fino ad arrivare perfino al reparto marketing. Insomma: la società ha le sue colpe, eccome.

Andiamo per ordine: 15 maggio 2016, finisce la stagione 2015/2016 per l’Inter. Come accade ormai da tanto, troppo tempo, la stagione finisce come non ci si aspettava: quarto posto e qualificazione ai gironi di Europa League, quando l’0biettivo minimo dei nerazzurri era il terzo posto e, quindi, la qualificazione al preliminare di Champions. In quel preciso momento, ed è un record, l’Inter ha fatto il primo errore che sta pregiudicando, e probabilmente pregiudicherà, la stagione 2016/2017: inizia un tira e molla con il tecnico Roberto Mancini, complice di questo disastroso pre-campionato in campo e fuori, sugli obiettivi (non) raggiunti, su un rinnovo sulla fiducia che stenta ad arrivare, nessuna garanzia sul mercato. Tre mesi a discutere fuori dal campo, condizionando e non poco tutto ciò che è fondamentale per perseguire dei risultati all’interno del rettangolo di gioco: preparazione atletica, condizione psico-fisica, allenamenti e tutto ciò che non può mancare per preparare una stagione assolutamente da non fallire. Nel frattempo, in società, arriva la rivoluzione: il 6 giugno Suning acquista il 70% delle quote dell’Inter, con Erick Thohir che conserva la carica di presidente e la restante parte delle quote, con Moratti che esce definitivamente di scena. Tornando al campo, con un incredibile quanto colpevole ritardo arriva la decisione drastica: rescissione consensuale del contratto di Mancini che arriva l’8 agosto. L’8 agosto, vale a dire 12 giorni prima dell’esordio dei nerazzurri in campionato al Bentegodi contro il Chievo. Decisione degna del miglior Zamparini. Una mossa che, di fatto, lascia l’Inter senza guida tecnica, anche se per poco: qualche giorno dopo, infatti, viene ufficializzato Frank de Boer sulla panchina nerazzurra. Una scelta alquanto discutibile caldeggiata da Thohir: nonostante la già buona esperienza di de Boer, unico tecnico a vincere 4 campionati olandesi di fila con il suo Ajax e vittorioso all’esordio in Champions a San Siro contro il Milan, il tecnico non ha alcuna conoscenza dell’Italia, dal punto di vista linguistico e tecnico-tattico. Un vero e proprio salto nel buio. Un salto che, ad oggi, è costato all’Inter un distacco dal secondo posto, condiviso da Roma e Milan, di 8 punti, dopo sole 9 giornate, e con de Boer sul baratro: il Torino, e non è neanche sicuro, sarà la sua ultima spiaggia. Colpa del tecnico? Può darsi, sicuramente l’olandese ha alcune scelte discutibili sulla coscienza, come alcuni cambi in corsa e alcune scelte dall’inizio. Esageriamo: imputiamogli anche la scarsa concentrazione della squadra e la scelta delle seconde linee in Europa League. Esageriamo ancora di più: diamo a lui anche la colpa degli errori individuali, come quelli di Melo e Ranocchia con lo Sparta Praga e, ultimo, lo scriteriato fallo di Santon che è costato la sconfitta contro l’Atalanta. Possiamo davvero attribuire tutte queste colpe ad un tecnico che, ricordiamolo, è arrivato in Italia a 10 giorni dall’inizio di un campionato che non conosce, con dei giocatori che non conosce, in un ambiente che non conosce, con un’idea di gioco e di tattica completamente agli antipodi rispetto a quella che storicamente appartiene alla società nerazzurra? La risposta è inequivocabilmente ed inevitabilmente negativa. Questa è una sfida che potrebbe far impallidire Guardiola e Ancelotti, figuriamoci de Boer. Ancora una volta, è stato determinante il tempismo, sbagliato come non mai. Ma de Boer avrebbe ottenuto risultati migliori allenando l’Inter sin dall’inizio della preparazione estiva? Si tratta di una domanda a cui nessuno potrà mai rispondere, ma sta di fatto che già il non poter dare una risposta è sintomo di un innegabile errore della società. Decisione aggravata dal fatto di aver allestito una rosa sulla base delle scelte di Mancini per poi destinarla al tecnico olandese, che non ha caso ha rispedito al mittente Erkin e silurato Melo dopo soli pochi mesi. Rosa tra l’altro allestita male, in quanto l’Inter, pur schierando un 4-2-3-1, si ritrova in attacco Icardi, Jovetic, Eder, Perisic, Candreva, Biabiany e, colpo di grazia, un Gabigol annunciato in pompa magna e autore di soli 10 minuti in campo. E in difesa? Ranocchia, Miranda, Murillo come centrali, Andreolli che solo due giorni fa si è aggregato alla Primavera e Medel, che potrebbe giocare da difensore aggiunto.

Ci fermiamo agli errori relativi al campo? Non è il caso. Perché dal 29 giugno, giorno della prima assemblea dei soci dell’Inter, se ne sono viste, eccome: in primis, la scelta di de Boer è stata una scelta, come già detto, caldeggiata da Thohir, ma che probabilmente non ha mai entusiasmato al 100% Suning, che avrebbe virato volentieri su altre scelte, come dimostra la lista di candidati ad un’ipotetica successione all’olandese. Questo è solo uno degli esempi di una mancanza di unità d’intenti da parte dei proprietari dell’Inter, soprattutto se consideriamo il non troppo velato ostracismo del gruppo cinese nei confronti dell’indonesiano e di Bolingbrooke. L’errore più grande, poi, è di quelli che farebbero applaudire i migliori sceneggiatori tragi-comici: la questione relativa alla biografia di Mauro Icardi. Poche settimane fa, infatti, il capitano nerazzurro ha fatto uscire il libro sulla sua vita e carriera sportiva, contenente anche numerosi episodi relativi al campo. Il più famoso è quello del post Sassuolo-Inter, stagione 2014-2015: Icardi litiga con la Curva, poi fa pace, ma riporta l’episodio nella biografia, introducendo la sua versione. Risultato? Rottura totale con la Curva, ambiente a dir poco pesante contro il Cagliari, 1-2 e tutti a casa. La domanda, a questo punto, viene spontanea: com’è possibile creare un incidente sportivo e diplomatico di tali proporzioni che ancora riecheggia in quel di Milano? Come ha fatto il reparto marketing ad acconsentire all’uscita di un libro contenente episodi in grado di distruggere anche la migliore delle società, la migliore delle famiglie (cosa che l’Inter non è)? Leggere un centinaio di pagine, accorgersi del pericolo e sventarlo prima della pubblicazione, era davvero tanto difficile? A questo punto, intervengono anche i pensieri peggiori: non lo hanno letto per noia, lo hanno letto e hanno considerato quelle pagine innocue, e chi più ne ha, più ne metta. Infine,il colpo di grazia: la società, nella persona del vicepresidente Javier Zanetti prima, e con il comunicato poi, multa Icardi, prendendo le parti di un gruppo di tifosi, e ritira il libro, ammettendo l’errore del reparto di marketing e chiudendo definitivamente (???) questa storia.

Fuori dal campo, insomma, c’è stato un bel po’ di lavoro fatto male. L’impressione è che, in campo e fuori, NON SI LAVORA ALL’UNISONO PER IL BENE DELL’INTER. L’impressione è che l’Inter non sia più una vera e propria squadra. L’impressione è che l’Inter non sia più una vera e propria società. 

This post was last modified on 24 Ottobre 2016 - 16:29

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Published by
Piergiuseppe Pinto