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EDITORIALE – Il mal di pancia di Mancini ora e quello dei tifosi poi…

La mattinata nerazzurra si è aperta con due fulmini a ciel sereno: Pirelli e Inter in rotta, dopo il fresco rinnovo dei mesi passati. Al secondo allenamento ufficiale della stagione 2016/17 i nerazzurri sono scesi sui campi di Appiano Gentile con un bel cerotto sul petto, a coprire il Main sponsor che dal 1996 caratterizza ogni casacca della Beneamata.
Se non che, proprio in mattinata l’Inter annunciava le nuove divise ufficiali da gioco, dove il marchio Pirelli era più che in evidenza.
Confusione, inevitabile confusione, quella che porta un cambio di proprietà. Ben lo sapevano, o ormai lo sanno, Stramaccioni e Mazzarri i quali hanno vissuto sulla loro pelle (e scalpi) l’arrivo di Thohir.

A proposito di allenatori: l’altro terremoto che ha colpito casa Inter sarebbe l’ira di Mancini, stanco di non essere soddisfatto sul mercato, di doversi accontentare sempre di seconde (terze o quarte?) scelte e di ritrovarsi spesso tra le mani elementi di gran potenziale, ma non pronti per palcoscenici importanti. Un mal di pancia che potrebbe portarlo lontano da Milano, addirittura fuori dall’Unione Europea, in Inghilterra, come nuovo CT della perfida albione.

“Solito capriccio dell’allenatore”“Non è mai soddisfatto”“Se non vuol rimanere se ne può anche andare” – Insomma in molti possono averla pensata così, presi dai sogni di mercato che vengono venduti durante ogni estate. “Un’Inter giovane! Fatta di giovani che ci facciano divertire”. Ma, a ben vedere, l’Inter non è mai stata una squadra per giovani, tanto più non ora che il risultato finale conta sopra ogni cosa. Quanti ragazzi, ragazzini, che hanno calcato il prato verde della Scala del Calcio si sono poi persi senza mai più ritrovarsi? Vogliamo parlare dell’ultimo? Kovacic? Arrivato come il salvatore della patria, non ha mai saputo dare quello strappo che non serviva alla squadra, bensì era necessario. “Sì ma era un’Inter lontana parente di quella del Triplete! Fosse finito alla Juve avrebbe avuto l’exploit di Pogba”. Allora parliamo di altri, come ad esempio Jonathan Biabiany e Coutinho, arrivati entrambi nel post Madrid, mangiati, masticati e poi rigettati dal pubblico di San Siro e da tutti gli interisti, per poi andare a far bene in realtà differenti, alcune di grado più basso (Parma), altre di simile o, in quest’anni, superiori (Liverpool). Senza prendere in considerazione la reale forza dei giocatori, è fuori di ogni dubbio che tutti e tre questi casi siano accumunati da un filo rosso: il fallimento con la maglia dell’Inter.

Dunque, è così visionario e schizofrenico Roberto Mancini? È veramente in errore quando, da persona ambiziosa come è sempre stato sia da giocatore sia da allenatore, si presenta da Mr. Zhang chiedendogli calciatori pronti, di personalità e con carisma da vendere? Yaya Touré e Zabaleta? Candreva invece di Gabriel Jesus o Marko Pjaca? Sul potenziale non si discute, quest’ultimi, inseguiti da mezzo mondo, possono essere il crack delle prossime stagioni. Ma, appunto, possono. Mancini, da quando è tornato due anni fa, si è posto un solo obiettivo: riportare l’Inter al suo posto, in vertice in Italia e tra le grandi in Europa (per intenderci, tra le prime due in Italia e tornare in Champions).

Il mal di pancia che sta affliggendo Mancini in realtà è quello che verso fine stagione avranno i tifosi nerazzurri, ed ha una sola cura: vincere. Il Mancio in carriera l’ha sempre fatto quando a disposizione ha avuto giocatori pronti a seguirlo e non acerbi. La Juventus prosegue il suo dominio incontrastato, iniziato non certo con i piedi di Pogba, che per quanto possa valere per la stampa nostrana, non ha mai vinto scudetti da solo come faceva un certo Zlatan Ibrahimovic, il quale ne ha dovuta fare di strada per diventare ciò che è. Conte, condottiero della nazionale più vecchia degli europei in corso, ha incominciato il proprio ciclo di vittorie in bianconero dando le chiavi di casa sua ad un certo Andrea Pirlo, arrivato sotto la Mole a 32 anni. Non di certo un giovincello…

Dunque, ben vengano i giovani, a patto che non siano loro i primi chiamati a tirare la carretta, ma che siano un contorno ad una squadra già pronta ad affrontare le difficoltà e insidie di una stagione.

Antonio Caianiello

This post was last modified on 8 Settembre 2021 - 10:33

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redazione