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“Non ci siamo prefissati nessun obiettivo. Siamo nell’anno zero e l’Inter deve solo preoccuparsi di crescere partita dopo partita, senza guardare la classifica”. E’ questo il ritornello che il popolo interista si sente ripetere da inizio stagione. Una sorta di mantra, intonato da allenatore e dirigenza, per cercare di educare i tifosi alla pazienza ed evitare altalene di emozioni che potrebbero compromettere il lavoro svolto in settimana da Mazzarri e dal suo staff.

Ma, se i soli due punti conquistati nelle ultime tre giornate non costituiscono un campanello d’allarme in ottica “ricostruzione”, lo stesso non si può dire dei segnali lanciati dalla squadra contro Roma e Torino.

E’ bastata, infatti, l’assenza di alcuni titolari per smascherare le lacune della rosa nerazzurra e far perdere a Cambiasso e compagni le certezze costruite in avvio di campionato: la solidità difensiva delle prime cinque giornate, testimoniata dai soli due gol (di cui uno su rigore) subiti da Handanovic, si è smaterializzata in concomitanza con il triplice forfait di Campagnaro, che ha fatto riemergere i fantasmi del recente passato, con sette reti incassate nel giro di tre gare.

A nulla è servito aggrapparsi a uno schieramento senza centravanti puri, con il solo Palacio chiamato a lottare costantemente contro due o tre avversari e sfiancato da un lavoro tattico che lo costringe agli straordinari in entrambe le fasi di gioco.

Non sempre l’efficacia della fase difensiva è inversamente proporzionale al numero di attaccanti utilizzati. Lo dimostra proprio il match dell’Olimpico, in cui Mazzarri – seppur penalizzato dall’inferiorità numerica – avrebbe dovuto approfittare dell’emergenza del reparto arretrato granata, privo di quattro potenziali titolari e con Vives improvvisato nel ruolo di centrale.

Non è un caso che la rete del vantaggio interista sia arrivata dopo la sostituzione Taider-Belfodil e che il pareggio di Bellomo sia nato da un’ingenuità del giovane Wallace, subentrato qualche minuto prima a Palacio.

Già in passato l’inserimento di un attaccante al posto di un centrocampista aveva spinto i nerazzurri a cambiare marcia: l’ingresso di Icardi ha cambiato volto alla squadra in ben quattro occasioni, permettendo all’Inter di raggiungere i tre punti contro Genoa e Fiorentina e di sfiorare la vittoria contro Juventus e Cagliari.

Dopo una stagione come quella passata, è comprensibile che il tecnico toscano si preoccupi soprattutto di blindare la propria porta, ma insistere su un modulo che lascia spesso l’iniziativa nelle mani degli avversari rischia di rallentare la crescita del gruppo e di limitare l’esplosione di quei giocatori di prospettiva su cui si è deciso di puntare nelle ultime sessioni di mercato (Kovacic, Icardi e Belfodil su tutti).

A preoccupare è soprattutto la situazione di Mateo Kovacic, il cui infortunio nei primi giorni di preparazione non basta a giustificare lo scarso minutaggio raccolto finora. Mazzarri, infatti, non è ancora riuscito a trovargli la giusta collocazione nel suo scacchiere: Taider e Guarin gli vengono sistematicamente preferiti nel ruolo di interni, mentre Cambiasso sembra inamovibile davanti alla difesa, così come Alvarez nella posizione di trequartista.

Anche nel match che avrebbe dovuto sancire il suo rilancio, il 19enne croato è stato sacrificato in nome dell’equilibrio e della fisicità; una scelta curiosa per un progetto che dovrebbe premiare il talento e la qualità, le uniche doti per le quali varrebbe la pena lasciare dei punti per strada e accettare un altro anno di purgatorio lontano dai palcoscenici dell’Europa che conta.

Alessandro Suardelli
(Twitter: @AleSuardelli)

 

This post was last modified on 2 Dicembre 2013 - 01:05

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