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La Tim Cup come ultimo lasciapassare per l’Europa. In caso di eliminazione…

Chi avrebbe mai immaginato che una semplice semifinale di quella Coppa Italia snobbata ed abbandonata da molti club potesse diventare il crocevia della stagione nerazzurra.

Eppure l’infallibile armata che nemmeno 3 anni fa conquistava trofei in giro per il mondo deve cercare l’impresa per ribaltare il verdetto dell’andata contro la Roma e le nefandezze di una stagione stregata.

L’eventuale vittoria contro la Lazio nell’ultimo atto della competizione regalerebbe alla squadra di Stramaccioni l’accesso diretto all’Europa League, evitandole l’inutile supplizio dei preliminari e di una stagione interminabile.

Un elemento, quest’ultimo, che nell’economia della sbiadita annata dell’Inter ha rappresentato un handicap insormontabile, in termini di logorio fisico e di dispendio di energie. Ci si ritrova, insomma, a dover affronatre una sorta di amletico e legittimo enigma che si traduce nella convenienza o meno di partecipare ad una competizione che sfibra ed impoverisce una squadra.

Che il gioco non valga la candela, soprattutto se si è costretti ad iniziare la stagione quando gli altri si dedicano ancora ad una spensierata tintarella, è un dato oggettivo; che da un punto di vista etico, morale ed affettivo una società come l’Inter debba cercare di appagare i desideri dei propri tifosi e del proprio blasone lo è altrettanto.

Lo diventa ancor di più se si considera che la finale della prossima edizione dell’Europa League vedrà come contorno lo scenario dello Juventus Stadium che, se da un lato evoca piacevolissimi ricordi al mondo interista, dall’altro, suggerisce suggestioni provocanti.

Al di là delle valutazioni squisitamente romantiche, si tratta, però, di trovare il giusto contemperamento tra le aspirazioni, le motivazioni, gli obiettivi di una società prestigiosa, come quella del Presidente Moratti, e le insidie che una competizione come l’Europa League comporta.

Una sorta di calcolo empirico che deve tener conto di costi (gestire due competizioni in 3 giorni girovagando, spesso, per lontane mete europee) e ricavi (credibilità europea, introiti economici, capacità di spesa).

Se c’è un insgnamento che questa stagione ha impartito, questo è rappresentato dall’intangibile verità che le società di calcio devono rispondere alle proprie logiche aziendali ma ricordare che il capitale sul quale investono e sul quale pianificano è pur sempre un capitale umano fatto di limiti e necessità.

Alla luce di ciò, a chi converrebbe iniziare un’altra stagione in anticipo? Forse solo alle acide valutazioni dei tanti detrattori.

This post was last modified on 17 Aprile 2013 - 20:38

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redazione