• Guarin, il rilancio che tarda ad arrivare

    Guarin, il rilancio che tarda ad arrivare

    Con l’insediamento di Mancini sulla panchina dell’Inter, tutti speravano nel rilancio definitivo di Fredy Guarin. Il posto da titolare nel centrocampo nerazzurro lo ha conquistato, complice anche l’infortunio di Hernanes, ma il colombiano non ha mai convinto. Le sue prestazioni, soprattutto nell’ultimo mese sono sempre apparse opache. Il numero 13 nerazzurro, eternamente sul mercato, sembra non riuscire mai a trovare la tranquillità necessaria per esplodere del tutto. Un’eterna promessa, un calciatore con tantissime potenzialità, un fisico roccioso e un tiro fortissimo. Troppe volte si è rivelato un flop del centrocampo nerazzurro. Si intestardisce spesso palla al piede, tarda a servire i suoi compagni e sembra sempre optare per la scelta sbagliata in campo. Se ci aggiungiamo una buona dose di irruenza che trasforma ogni suo contrasto in un fallo prontamente fischiato dai direttori di gara, possiamo capire quanto il modo di giocare di Guarin possa essere snervante per i tifosi e deleterio per i compagni di squadra. Sicuramente essere sempre un uomo mercato non lo aiuta ad essere sereno, ed è forse questa una delle cause del suo potenziale inesploso. Mancini continua a puntare sul colombiano domenica dopo domenica, pur non essendo ripagato con prestazioni sufficienti. Da gennaio però con il ritorno di Hernanes, le gerarchie potrebbero cambiare. Kovacic è insostituibile, il brasiliano ci sarà sicuramente e anche Kuzmanovic, che tanto bene sta facendo nelle ultime settimane, sarà difficile da tenere in panchina. L’eterna promessa di un Guarin 2.0 per adesso rimane aria fritta, con le prossime partite e l’avvento del calciomercato invernale che saranno decisivi per il futuro del centrocampista colombiano.

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  • Kuzmanovic, la sorpresa che non ti aspetti

    Kuzmanovic, la sorpresa che non ti aspetti

    Con l’insediamento sulla panchina nerazzurra di Roberto Mancini in tanti hanno cominciato a parlare di Guarin e del suo ennesimo possibile rilancio. Ma in questo primo mese del Mancio, la vera sorpresa in casa Inter si chiama: Zdravko Kuzmanovic. Il centrocampista serbo classe ’87, arrivato in un mercato invernale quando in panchina c’era ancora Stramaccioni, non era mai riuscito a convincere pienamente il tecnico romano prima e Mazzarri poi, tant’è che tranne sporadiche apparizioni, è stato sempre relegato in panchina. Con Mancini e il cambio del modulo con un centrocampista in più, Kuzmanovic è diventato addirittura un titolare. Quasi sempre schierato dal tecnico jesino, il numero 17 nerazzurro assicura una preziosa duttilità a centrocampo. Non per caso è arrivata anche la prima rete in maglia nerazzurra per Zdravko, contro il Dnipro in Europa League. Nelle ultime gare è sempre apparso in palla. Inserimenti, dribbling, verticalizzazioni per un Kuzmanovic che sembra davvero rinato. Non è certo la velocità la sua miglior caratteristica, ma riesce a sopperire con una discreta tecnica ed una buona visione di gioco, e lo ha dimostrato nelle gare dell’ultimo mese. La sua crescita ha colpito anche Mancini che non ne fa più a meno, anche se il centrocampista serbo deve ancora migliorare in alcuni movimenti e in situazioni pericolose dove perdendo palla, ha concesso velenosi contropiedi agli avversari. Non ha certo l’appeal dei grandi nomi, ma fin quando con massimo impegno e dedizione alla causa nerazzurra, Kuzmanovic riuscirà ad avere questa continuità di rendimento nelle sue prestazioni, sarà difficile scalzarlo dall’undici titolare.

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  • Milito trionfa ancora: il Racing è campione

    Milito trionfa ancora: il Racing è campione

    Due storie che si incrociano, due linee rette che tendono sempre ad arrivare ad un punto comune: è questo ciò che è successo al Racing Avellanada e Diego Milito. Due che hanno vicissitudini differenti, specie quando si tratta di vittorie. Il club argentino aveva vinto il campionato l’ultima volta nel 2001 e anche quella volta per tornare al trionfo dovette aspettare ben 35 anni. In quel 2001 l’uomo della storia del Racing fu un certo Diego Milito. Lui si che a vincere ci è abituato: arrivato all’Inter ha vinto subito un Campionato, due Coppe Italia, una Champions League ed un Mondiale per Club. Lui fu il vero artefice dei trionfi nerazzurri. Chi sa essere decisivo, chi è un fioriclasse, lo è a qualsiasi età e con qualsiasi maglia. Nel suo ritorno alle origini al Racing Avellanada, è ancora una volta lui l’uomo della storia: il Racing vince, da Diego Milito, tredici anni dopo si ritorna ancora a lui, El Principe. Sei gol in questo campionato, fondamentali per raggiungere la vittoria. Il Racing Avellanada è dunque campione, Milito lo sarebbe stato anche senza questa vittoria, ma ha voluti dire a tutti che, dopo la notte di Madrid, il Principe ancora una volta è diventato re.

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  • Inter, una roulette russa

    Inter, una roulette russa

      Ormai sono più di quattro anni che tentiamo di decifrare la situazione dell’Inter post triplete, con teorie più o meno razionali. Fiumi di parole sono stati spesi per cercare di delineare le cause che hanno portato lentamente e in maniera straziante l’Inter ad essere una sostanza amorfa. Perchè la squadra nerazzurra, almeno per quanto riguarda gli undici effettivi che ogni settimana calcano il rettangolo verde di gioco, non ha contorni delineati. Tanti buoni propositi, tante promesse, ma ogni volta è la stessa storia. I cambiamenti sono stati parecchi e nemmeno troppo repentini. Dal cambio di proprietà, al susseguirsi di vari (troppi?) allenatori. Anche la rosa è cambiata drasticamente. L’epurazione lenta di tutti i reduci del triplete ha permesso l’allestimento di una squadra giovane, certo non formata da campioni, ma piena di promesse e belle speranze. Nessuno pretende subito lo scudetto, ma non ci si capacita di come l’Inter possa sempre molleggiare a metà classifica. Il campionato italiano non è dei più semplici, ma molte squadre che sembrano avere un potenziale minore di quello nerazzurro riescono a trovare un’amalgama di gioco ed una contiunuità di risultati che accentuano il disastro interista. L’unica cosa certa alla domenica quando  l’Inter scende in campo, è che non c’è nulla di certo. Questa squadra è una roulette russa. Il tamburo della rivoltella armato di una sola pallottola, può stendere l’avversario, o fare cilecca e causare la resa della truppa nerazzurra. Niente di razionale, tutto frutto del caso. Così come le ultime prestazioni dell’Inter. Con l’arrivo di Mancini un’ondata di entusiasmo aveva pervaso il tifo interista. Ma purtroppo con il solo entusiasmo non si vincono le partite. Ed ecco una caterva di errori banali, che hanno gettato alle ortiche i buoni spunti delle partite contro Roma e Udinese. Zero punti in due gare. L’impressione è che oltre agli evidenti limiti tecnici, la zavorra psicologica sia la causa principale. Mancini ha il compito di smuovere le acque. I buoni propositi a partire dalle prime uscite si sono potuti ammirare, ma vanno colmati con sapienza tattica e diligenza dei giocatori in campo. Forse qualcuno ha bisogno di un po’ di panchina, altri necessitano di stimoli costanti. Il tutto è nelle mani delle migliore sulla piazza: il Mancio. Il tecnico ora deve assolutamente caricare con altri proiettili la sua revolver, per avere la certezza che una volta premuto il grilletto non ci sia scampo per l’avversario di turno.

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  • Ricky Alvarez, il riscatto del Sunderland avverrà grazie ai.. pareggi?

    Ricky Alvarez, il riscatto del Sunderland avverrà grazie ai.. pareggi?

    Ricky Alvarez è attualmente un giocatore del Sunderland. I nerazzurri lo hanno ceduto in prestito (pagato 1 milione) con riscatto fissato a fine stagione. Quest’ultimo avverrà, però solo in caso di salvezza da parte dei Black Cats. I biancorossi, che finora hanno dovuto fare spesso a meno di Alvarez causa infortuni (è rientrato da poco e nelle ultime due partite ha collezionato 43′), è per ora fuori dalla zona retrocessione della Premier League. Dopo un terribile avvio, gli inglesi hanno ottenuto diversi punti, grazie soprattutto ai pareggi: ben 9 fino a questo momento, nessuno ha pareggiato di più nel campionato inglese. Chissà se questa dei pareggi sarà la strada giusta da intraprendere per salvarsi e per.. riscattare Alvarez!

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  • Icardi non è Vieri, Kovacic non è Stankovic: Mancini, c’è da lavorare

    Icardi non è Vieri, Kovacic non è Stankovic: Mancini, c’è da lavorare

    Ieri sera l’Inter ha dato prova della mancanza di carattere, elemento che contraddistingueva invece la squadra nerazzurra ai tempi del “primo” Mancini, capace di imprese quali rimontare negli ultimi sei minuti contro la Samp, passando da 0-2 a 3-2, oppure pareggiare contro la Juventus dopo essere stati sotto per 0-2. La mancanza di carattere, certo, ma anche la rosa non è di certo la stessa. Partiamo dall’attaccante: Mauro Icardi. Ieri ha segnato, arrivando ad otto gol in campionato, ma analizzando i suoi numeri si può notare come l’attaccante argentino non sia costante. Il numero nove dell’Inter ha realizzato 7 gol in 7 partite a San Siro, segnando fuori casa solo contro il Cesena; inoltre, dei 7 gol segnati a Milano, 3 sono stati siglati in una sola partita (quella contro il Sassuolo). La punta di Mancini ha ancora molto da imparare, soprattutto nell’essere più presente all’interno della manovra, giocando di sponda quando serve e facendo così salire la squadra. “Maurito” non è ancora ai livelli che molti attendono, gli si chiede maggiore costanza anche nelle prestazioni oltre che nelle reti. Ma Mancini avrà capito che dinanzi non ha di certo Vieri, che nella sua prima esperienza all’Inter gli risolse più di una partita. Le caratteristiche fisiche sono più o meno le medesime, ma c’è ancora da lavorare. Se Icardi non è Vieri, di certo Kovacic non è Stankovic: entrambi hanno giocato sulla trequarti interista, ma il croato ha meno fisicità del serbo e meno tempo di inserimento, anche se ha sicuramente più tecnica. Nonostante abbia a disposizione un estro innato e nonostante stia migliarndo quest’anno nell’inserirsi in fase offensiva, il numero 10 interista è ancora acerbo e non riesce a risultare decisivo, a differenza di chi in quella zona del campo ci giocava quando dieci anni fa sulla panchina dell’Inter si sedeva il tecnico jesino. Mancini avrà ormai capito che alla sua seconda esperienza interista la rosa non è al livello di quella della prima parentesi nerazzurra. C’è tanto da lavorare, per far migliorare chi ha delle buone basi, ma soprattutto per far uscire il carattere e la forza che permettono di vincere le partite.

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  • Che fine ha fatto Don Rodrigo?

    Che fine ha fatto Don Rodrigo?

    Fra gli elementi più altisonanti dell’attuale momento nero dell’Inter c’è senza dubbio il pessimo stato di condizione del Trenza Rodrigo Palacio. Un giocatore che nelle prime due stagioni in maglia nerazzurra si era rivelato decisivo con il suo lavoro a tutto campo durante i 90 minuti: gol, assist, corsa, movimenti, copertura, insomma dimostrando di possedere tutte le caratteristiche dell’attaccante moderno che ogni tecnico vorrebbe allenare. I numeri lo confermano e nelle ultime due annate l’attaccante ex Boca ha firmato fra tutte le competizioni disputate 41 gol in 78 partite, un’ottima media-gol per una seconda punta come lui. Nella stagione di Stramaccioni era stato praticamente il goleador di coppa con 8 gol su 10 partite di Europa League e nel momento di debacle totale della squadra per via degli infortuni aveva retto da solo per un paio di mesi il peso dell’attacco nerazzurro prima di infortunarsi egli stesso dopo la vittoria esterna ottenuta sul campo della Samp, decisa tanto per cambiare da una sua doppietta. Sebbene al suo arrivo in Italia si parlava di un buon attaccante ma poco freddo sotto porta, con la maglia del Genoa aveva dimostrato di avere i numeri da punta soprattutto alla terza stagione col grifone quando timbrò il cartellino 19 volte in campionato e due volte in Coppa Italia. Poi anche nel salto di qualità passando all’Inter aveva messo un ulteriore tassello nella sua crescita rendendo di gran lunga migliore la sua media gol fino a giungere a questa dannata stagione. Cercando un parallelismo con un altro pezzo di storia dell’Inter come Diego Milito, per entrambi sembra molto condizionante dal punto di vista fisico (e forse anche mentale) , l’impiego come riserva in un mondiale con Milito che fu impegnato pochissimo nel 2010 dal CT Maradona mentre per Palacio qualche minuti in più in Brasile ma con il peso di alcune clamorose palle gol fallite come quella in finale con la Germania che avrebbe potuto cambiare il destino dell’albiceleste. Conseguenza del mondiale una preparazione iniziata tardi e male, con acciacchi fisici e una condizione che stenta ad arrivare e soprattutto un digiuno da gol che rappresenta forse la peggior malattia per ogni attaccante al mondo. Per il Principe la stagione post-mondiale fruttò appena 5 gol in campionato per un totale di 8 stagionali con le altre competizione, Palacio a metà dicembre è ancora a secco di gol nonostante il solito lavoro sporco  e qualche assist fin qui confezionato in campionato, ma troppo poco per un giocatore come lui. Il momento più basso è stato toccato ieri con l’assist involontario per Thereau che ha fruttato l’ennesima sconfitta per l’Inter in una partita da vincere. Forse sarebbe necessario un pò di riposo anche se la stagione lo permette raramente, magari un gol seppur casuale cambierebbe tutto, probabilmente è solo sfortuna, fatto sta che l’Inter e i suoi tifosi hanno bisogno del vero Don Rodrigo, in grado con il suo indiscusso valore di tornare a essere temuto dalle difese avversarie in maniera degna del suo soprannome.

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  • Quando le parole non corrispondono ai fatti

    Quando le parole non corrispondono ai fatti

    Tante, troppe volte negli ultimi mesi l’Inter si è ritrovata ad affondare dopo aver esplicitamente dichiarato di voler mettere sul campo tutta la volontà di fare risultato, ottenendo oltre alle sconfitte anche qualche magra figura. Certo, che ogni giocatore di questo mondo cerchi di dare il massimo è cosa scontata, ma quando lo si afferma davanti alla stampa e ai tifosi si vuole sottolineare che in quella circostanza ci sarà un impegno ulteriore per raggiungere il proprio obiettivo. Peccato che spesso le intenzioni si siano perse nel nulla. Basti pensare alle parole di capitan Ranocchia prima della rovinosa sconfitta interna subita dal Cagliari di Zeman, quando dopo le prime quattro incoraggianti giornate il numero 23 dichiarò in conferenza : “Tutti devono temerci quando vengono a giocare a San Siro. Noi siamo l’Inter, deve per forza essere così”. Parole sane, voglia di caricarsi e di caricare gli avversari di timori reverenziali, ma in campo non vanno le parole bensì la testa e i giocatori stessi e tutti sanno come è finito quel match, forse vero crocevia per questa ennesima stagione fallimentare. Solo per pensare a un altro momento simile si può far riferimento al pre-partita di Parma-Inter, dopo che anche se in maniera fortunosa l’Inter di Mazzarri aveva ottenuto 6 punti grazie ai successi contro Cesena e Samp e tutti alla vigilia invocavano l’agognata continuità e in molti si sbilanciarono nel pronostico: “Dobbiamo sfruttare il fatto che il Parma sia in difficoltà per ottenere la vittoria. Non possiamo non pensare a prendere i tre punti”. Guarda caso, quel Parma si rivelò solo in quella partita una squadra compatta o semplicemente più vogliosa dei nerazzurri e pensare che abbiano perso 12 gare su 14 ma che l’Inter ci abbia perso 0-2 fa davvero riflettere sulla debolezza mentale di questa squadra e sulla sua mancanza di cattiveria sportiva. Ultimo caso eclatante, la vigilia di questo Inter-Udinese. Tutti, fiduciosi del nuovo corso di Mancini avevano messo al primo posto l’obiettivo e la certezza di vincere nel posticipo di ieri. Da Ranocchia: “Conta solo vincere” a Guarin : “Dobbiamo regalare la vittoria ai nostri tifosi” passando per Kuzmanovic che si era dimostrato addirittura convinto : “Con l’Udinese non ci sarà partita”. Ennesima smentita. E’ ovviamente necessario ribadire che mai queste dichiarazioni corrispondono a una mancanza di rispetto verso gli avversari ma la via mediatica è da molti ritenuta un mezzo per darsi forza, ricercare la propria autostima e dimostrare ai rivali di avere fiducia in sè stessi, magari per essere almeno minimamente temuti per la propria sicurezza di ottenere il successo. Sicuramente dopo le numerose smentite è necessario che tutti si rendano conto che la realtà si fonda sui fatti e non sulle  semplici intenzioni, per quanto positive possano essere. 

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  • Inter, è sempre la stessa storia

    Inter, è sempre la stessa storia

    Sono anni ormai che il tifoso interista, per quanto possa essere appassionato a questi colori, non riesce a essere orgoglioso di tifare una squadra che solo qualche anno fa aveva vinto tutto, nel vero senso della parola. Un baratro interminabile, angoscioso, dal quale si può uscire ma probabilmente anche la rosa di questa stagione, pur avendone le carte in regola, non ci riuscirà. Anzi, la cosa peggiore è che le ultime deludenti annate sono davvero una peggio dell’altra e forse basta questo a confermare che sebbene il progetto sia anche ambizioso e ben impostato, è proprio il livello reale dei giocatori a non poter garantire molto di più dell’attuale posizione in classifica. Ieri c’era l’occasione, l’ennesima occasione, di rimettersi in carreggiata dopo che quasi la totalità delle pretendenti al terzo posto aveva subito un minimo rallentamento. Era anche la serata di dimostrare, una volta per tutte, che l’effeto Mancini poteva ancora produrre quella scia di entusiasmo, sicurezza e vivacità successive a ogni cambio di allenatore. Invece ci si ritrova a parlare di un punto in tre partite e di una classifica che piange. Eppure ieri si è visto un ottimo primo tempo, con una squadra che ha praticamente schiacciato gli avversari che si sono limitati a contenere nella speranza di subire il meno possibile. Approccio alla partita perfetto, se non fosse che capitalizzare con un solo gol un predominio totale espone poi al solito rischio di vedere riaperta dal nulla una partita che si poteva tranquillamente vincere, specialmente una volta passati in vantaggio. E invece dopo l’intervallo scende in campo una squadra confusa, timorosa nel gestire il risultato e con la fretta di chiudere la partita per evitare ulteriori ansie. Proprio da questa preoccupazione è nato il non-gioco che ha permesso alla squadra dell’ex Stramaccioni di agguantare il pari con il gran gol di Fernandes e mettere ancora più pressione a dei giocatori che aspettano solo di uscire dal tunnel, senza sapere come però. Allora nessuno si stupisca se poi dopo il pareggio dell’Udinese la squadra vada completamente in tilt temendo che anche quella partita fosse ormai compromessa e di conseguenza caricandosi di un eccessivo fardello che psicologicamente questi giocatori non sanno reggere. Perciò, da classica Pazza Inter, non poteva accadere altro che l’inspiegabile. Harakiri di Palacio che emulando la prodezza di Guarin che mandò in gol l’anno scorso Emeghara del Livorno, decide di mettere in porta Thereau, ovviamente freddissimo nella circostanza come ogni giocatore al cospetto di Handanovic (escludendo i tiri dal dischetto). Una squadra con un minimo di attributi avrebbe almeno avuto la forza di metterci un pò di cattiveria nel finale macinando occasioni su occasioni come magari fatto proprio nell’ultima giornata da Roma e Napoli in partite dallo stesso coefficiente di difficoltà. Ma niente. Solo confusione e ansia da prestazione che portano alla quinta sconfitta stagionale e all’ennesima occasione sprecata. Non solo da tifoso, ma da appassionato di calcio in generale, emerge un forte dispiacere nel vedere giocatori totalmente stravolti come Palacio, che sta diventando un vero tabù di questa stagione, ormai evanescente e mai come ieri utile solo agli avversari. Ci sarà da lavorare davvero tanto per risollevare una stagione che sembra compromessa e forse solo il mercato di gennaio può dare qualche nuovo spunto su cui lavorare per Roberto Mancini, che necessita di almeno due profili di alto livello per ridare fiducia a una squadra ormai non più temuta da nessuno come dimostrato dall’atteggiamento propositivo con cui tutti gli avversari giungono a San Siro. Perchè se non fosse per i colori e per il nome che porta, probabilmente potremmo facilmente confondere il valore di questa rosa con quello di tutte le squadre di metà classifica che hanno ambizioni ben diverse dalla ormai utopica Champions League.  

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  • IL MIGLIORE: Mauro Icardi, fa quello che deve fare

    IL MIGLIORE: Mauro Icardi, fa quello che deve fare

    Difficile scegliere un migliore nella sfida di stasera. Nessuno ha brillato, ha svettato sugli altri, ha avuto continuità di rendimento nell’arco della partita. Abbiamo così scelto di premiare il centravanti argentino, capace di rilanciarsi con merito dopo una panchina che molti avevano già etichettato come bocciatura da parte di Mancini. L’ex tecnico del City si fida invece del suo bomber, un bomber che ha segnato 8 goal in campionato e 4 in Europa League. Dato che viene forse sottovalutato ma, cosa bisogna chiedere di più ad un ragazzo appena più che ventenne che ha sulle spalle il destino di una squadra grande nel blasone ma ormai terribilmente piccola per risultati e mentalità. Icardi oggi si è mosso, è venuto anche basso per giocare qualche palla, ha collezionato qualche buona sponda e ha segnato l’unica palla goal capitatagli. Per questo si salva nel grigiore generale; perché è stato l’unico a far qualcosa di decisivo per la sua squadra e di significativo per farla vincere. Non è bastato, ma le colpe non son sue ma di chi non lo assiste sempre a dovere. Forse vicino gli si dovrebbe mettere Osvaldo visto che i due hanno gran feeling e nella prima parte di stagione avevano fatto vedere buone cose. A Mancini l’ardua sentenza. 

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