• Il convitato di pietra

    Il convitato di pietra

    Sampdoria-Inter non è stata una bella partita. Diffidate dai telecronisti che tentano di spacciare gli scadenti prodotti della serie A per partite spettacolari, nella settimana in cui il resto del mondo del calcio ci ha offerto match del calibro di Liverpool-Manchester City, Atletico Madrid-Barcellona o Chelsea-Psg. Il livello è infimo, di triangolazioni in campo ben poche, fuori dal campo una fin troppo grossa. In una sorta di torbida mistura, tutt’altro che letteraria, di Cavalleria Rusticana e quinto Canto dell’inferno dantesco, va in scena il duello tra Mauro Icardi e Maxi Lopez, con la bella (…) Wanda Nara a fare da convitato di pietra. Tra occhiatacce ed entratacce, è il giovane duellante a sferrare i colpi migliori. Nel mezzo il rigore sbagliato da “Gianciotto” Lopez e l’espulsione di Eder, punito da una sorta provvidenza calcistica divina per aver provato a favorire l’inverosimile vendetta del compagno di reparto, con delle ragioni che non hanno ragione di esistere sul rettangolo verde. La situazione è talmente paradossale che la squadra che avrebbe dovuto segnare (e poi segnerà) quattro gol rischia di subirne altrettanti nel giro di pochi minuti, nonostante la superiorità numerica. Ci pensa un ritrovato Handanovic a calare il sipario su uno spettacolo tragicomico che ha avuto fin troppa esposizione, dando il la alla goleada nerazzurra che si concretizza solo nella seconda frazione di gioco. Era la partita che aspettavamo. No, non per l’affaire Wanda Nara, lasciate perdere quella roba lì. Noi amanti del calcio poco social aspettavamo di vedere partire Kovacic titolare, di vedergli giocare novanta minuti, di godere dei suoi lanci vellutati e delle sue spiazzanti accelerazioni. Mateo non ci ha deluso, proprio nella giornata più difficile per lui: quella in cui Coutinho, colui che sostanzialmente è stato ceduto per finanziare il suo acquisto, decide con un suo meraviglioso gol la partita dell’anno in Premier League. Sì, sappiamo cosa state pensando: non potevamo tenerli entrambi? Non disperate, forse i tempi della gestione creativa à la Branca sono finiti. Parlavamo del “ragazzino” (cit.) croato, uno capace di fare più cose utili in novanta minuti al “Marassi” di quante Guarin ne abbia fatte in un’intera stagione. La manovra resta deficitaria perché manca un impianto di gioco ma Mateo, con la collaborazione di Hernanes, si esibisce in pezzi a quattro piedi durante i quali la palla rotola da un lato all’altro del campo con un ritmo melodioso. “Squadra che vince non si cambia” è il vecchio adagio che tanto piace al mister. Se davvero vale per tutti, siamo pronti a scommettere che Mateo Kovacic non sarà più il convitato di pietra di questa stagione. Giovanni Cassese (Twitter: @vannicassese)

    continue reading »

     
     
  • La caduta degli alibi

    La caduta degli alibi

    Se pensavate non esistesse condanna peggiore di vedere l’Inter raccogliere la miseria di 11 punti nelle 8 gare interne giocate contro Chievo (16°), Catania (20°), Sassuolo (19°), Cagliari (15°), Torino (10°), Atalanta (8^), Udinese (14^) e Bologna (17°), vi sbagliavate di grosso. Da inizio 2014 a oggi, oltre ad assistere a prestazioni decisamente non all’altezza da parte della propria squadra, il popolo nerazzurro ha dovuto sopportare anche i confusionari monologhi post partita di Walter Mazzarri, preoccupato di trovare ogni volta l’alibi perfetto per giustificare i propri passi falsi e proteggersi dagli attacchi della critica. Il 2-2 contro il Bologna, però, è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso: sentir parlare di “episodi” anche quando un avversario in piena crisi ritrova il gol su azione dopo 786 minuti di digiuno e, addirittura, si ripete nell’arco della stessa partita, centrando un’impresa che non riusciva da due mesi (9 febbraio 2014, Torino-Bologna 1-2), rasenta il paradosso. A maggior ragione se si ripensa al miracolo di Handanovic su Acquafresca, che ha evitato la beffa del 3-2 allo scadere, o se si analizzano le statistiche del match, con gli uomini di Ballardini che sono andati al tiro con maggiore frequenza rispetto ai nerazzurri. Questa volta non esistono scuse in grado di sorreggere il castello di carte eretto dal tecnico di San Vincenzo: impossibile giustificare l’integralismo tattico che costringe l’Inter a tenere in campo tre difensori centrali anche quando gli avversari schierano una sola punta (nello specifico, il “temutissimo” Cristaldo); impossibile continuare ad aggrapparsi agli errori individuali – come se l’Inter affrontasse ogni weekend corazzate infallibili – o all’inesperienza del giovane di turno – viste le prestazioni offerte da Icardi e Kovacic (quest’ultimo tenuto ancora una volta, inspiegabilmente, in panchina); impossibile persino prendersela con l’arbitro (Mazzoleni, ndr), abbastanza coraggioso da fischiare un rigore a favore dell’Inter, interrompendo un’astinenza lunga 33 giornate. Mazzarri, però, continua a ripetere che “è difficile trovare giustificazioni razionali per i risultati ottenuti nell’ultimo periodo”. In realtà le giustificazioni logiche ci sono eccome, perchè sarà anche vero che l’allenatore non può sempre prevenire le amnesie dei singoli, ma lo stesso ragionamento vale anche per gli avversari e pensare che sia solo la sfortuna a determinare i fallimenti della squadra è limitante per un tecnico che si considera il migliore del campionato. I soli sette gol segnati nelle ultime otto partite casalinghe, le difficoltà nel creare gioco anche contro avversari modesti e l’ostinazione nel proporre un modulo che ostacola la valorizzazione dei giovani talenti presenti in rosa (Kovacic su tutti) sono motivazioni più che sufficienti per credere che questa Inter avrebbe potuto e dovuto raccogliere di più. Indipendentemente dal fato. Alessandro Suardelli (Twitter: @AleSuardelli)  

    continue reading »

     
     
  • Walter il mago

    Walter il mago

    “E’ un’annata così”. Ce lo dice sempre Walter Mazzarri, nel tentativo di attribuire le colpe dei suoi fallimenti alla malasorte, alle decisioni arbitrali, ai giocatori, ai dirigenti, all’Unione Europea ed all’Onu. Mai un’ammissione di colpa, mai un po’ di sano realismo. Si parla sempre e solo di episodi, come se fossero totalmente esogeni, esternalità da considerare solo eventualmente nello sviluppo di una stagione. “Chi sa di calcio” (altra espressione abusata dal vate di San Vincenzo) sa che gli episodi non vanno mai tutti nel verso sbagliato di default, anche solo per la più elementare delle formulazioni della legge dei grandi numeri. “Chi ha giocato a calcio” sa che il merito delle squadre forti e, eventualmente, degli allenatori capaci sta nel far girare gli episodi a proprio favore, nel rendere la fortuna una componente del tutto trascurabile ai fini dei risultati. Per far sì che questo accada occorrono motivazioni, solidità e idee tattiche. Tutto materiale che quest’Inter non possiede. Mazzarri era stato assunto per portare con sé i tre doni. Accolto come re magio, rivelatosi un ciarlatano. Come per il mago Walter cantato da Ligabue, i suoi trucchi non funzionano più. Il suo 5-3-2 tutto catenaccio e contropiede non funziona per una rosa priva di fisicità ma ricca (almeno per gli standard nostrani) di talento. Gli undici in campo sono spesso distratti e demotivati, mostrando una fragilità mentale identica a quella che ha compromesso la scorsa stagione, sotto la guida di un allenatore con quindici anni di carriera in meno di Mazzarri. Sulla partita niente da segnalare che non sia stato scritto dopo ogni partita degli ultimi mesi. Ci limitiamo a segnalare le prestazioni di Kovacic ed Icardi, migliori in campo per distacco, nonostante abbiano qualche annetto in meno dei compagni. Quando Walter il mago si presenterà di nuovo in conferenza stampa a dirci che con i giovani non si vince “ci fingeremo stupiti che non ci costa niente farlo sentire una star”. Giovanni Cassese (Twitter: @vannicassese)  

    continue reading »

     
     
  • Un anno di controsensi

    Un anno di controsensi

    Un’idea che trova in sè lo spunto per essere contraddetta, un comportamento che stride palesemente con ciò che si pensa e si dice, un’affermazione alla quale si vuole affibbiare un significato che non coincide con la natura intrinseca della stessa. In questi casi, si suole parlare di controsensi, di cui è piena l’attuale stagione interista. “E’ un’annata particolare, saranno valutati tutti e, a fine stagione, verranno prese delle decisioni”: una frase ricorrente firmata Walter Mazzarri. Tanto si è detto e poco si è fatto sotto questo punto di vista, essendo estremamente difficile, a sette turni dal termine del torneo, poter esprimere dei giudizi completi e attendibili sui tanti giovani presenti in rosa, a causa dello scarso minutaggio loro concesso. In un campionato che trasforma impietosamente in cenere, di giornata in giornata, gli obiettivi nerazzurri, sarebbe stato gratificante poter dire almeno di aver mosso i primi passi verso un futuro radioso. La realtà è ben diversa: al talento cristallino (leggi Kovacic) è preferita la mediocrità impersonata dal Kuzmanovic di turno, mentre degli investimenti estivi si è persa ogni traccia con Taider e Botta ad aspettare invano un’occasione. Anno zero nelle parole, ma non nei fatti. “Chi ha fatto bene in campo merita la riconferma” è l’ennesima dichiarazione che, in concreto, non trova riscontri. Ranocchia, ad esempio, avrebbe dovuto guidare la difesa nerazzurra in quel di Livorno, dopo le ultime convincenti prestazioni inanellate nelle precedenti uscite. Altri, invece, appaiono immuni dalle conseguenze negative del postulato mazzarriano. In particolare, un errore di Guarin non sembra essere nemmeno lontanamente equiparabile ad un’imprecisione di Kovacic; una partita incolore di Jonathan è sempre meno grigia e opaca di una prestazione insufficiente di D’Ambrosio; l’ordinarietà di Kuzmanovic può essere perdonata, una svista di Taider no. “Tante occasioni sprecate, tanta sfortuna”. Una frase ricorrente e ripetuta allo sfinimento per spiegare i fallimenti di una stagione e mascherare delle evidenti responsabilità. Più semplice aggrapparsi ad un quid imponderabile, piuttosto che ammettere colpe proprie e della squadra. Ancor più faticoso è coniugare la malasorte con i cali di attenzione e la mancanza di concretezza cui più volte si fa riferimento, visto che queste ultime caratteristiche sono ingredienti indispensabili di una rosa e un allenatore che mirano ad una crescita costante. Difficile aggrapparsi a controsensi facilmente sfatabili, più agevole ammettere i propri errori e cercare di superarli non per amor proprio ma per il bene dell’Inter.  

    continue reading »

     
     
  • Al museo delle cere

    Al museo delle cere

    Tutto fermo, nulla si muove. Né in campo, né in classifica. Succede tutto in due giorni in Toscana: la Fiorentina inciampa in casa contro la Sampdoria, l’Inter non è in grado di approfittarne in quel di Livorno. Sembra fatta quando, dopo trentasette minuti di nulla, i nerazzurri trovano l’uno-due con Hernanes e Palacio che normalmente stroncherebbe le velleità di una squadra con un piede in serie B. Invece no. Guidati dai gol di Paulinho ed Emeghara (pausa scenica) e dalle ottime prestazione degli “scarti” nerazzurri Benassi e Duncan (nuova pausa scenica) i labronici trovano un punto dal nulla. Tutto fermo. Ferma la difesa nerazzurra sul gol di Paulinho, ferma la manovra che si interrompe ancor prima di partire, fermo Mazzarri con le sue idee tattiche retrograde che lo portano ad insistere con questo insensato schieramento da esercito di terracotta. A complicare la faccenda un centrocampo di mummie con il povero Hernanes affiancato da un Alvarez in netto calo rispetto alla versione scintillante di inizio anno e un Kuzmanovic recuperato dal museo delle cere. Kovacic, inutile dirlo, a marcire in panchina. Del resto c’è il decisivo assistman Guarin da mandare in campo. Al posto di quello che fino a quel momento era stato il migliore della serata, ovviamente. Idiozie tattiche di cui Mazzarri continua a non dar conto, preferendo parlare di episodi sfortunati per giustificare il punto in meno rispetto alla squadra (quella sì iellata) che di questi tempi lo scorso anno schierava già Rocchi titolare. Riuscirà con ogni probabilità a superare il rendimento di Stramaccioni avendo a disposizione effettivi decisamente più validi di Pasa, Schelotto e Rocchi. Ma questa rimane una stagione molto più fallimentare di quanto lo sia stata la scorsa. Non gli avrete creduto quando in conferenza ci ha promesso un’Inter anarchica? Per andare fuori dagli schemi bisogna almeno averne uno. Giovanni Cassese (Twitter: @vannicassese)

    continue reading »

     
     
  • Una mezz’ora non fa primavera

    Una mezz’ora non fa primavera

    Le sciabolate di Hernanes, il sinistro a botta sicura di Cambiasso, il colpo di testa di Samuel e i miracoli di Scuffet probabilmente sono le immagini che ci ricorderanno di Inter-Udinese, uno 0-0 infrasettimanale che frena le già fin troppo illusorie velleità nerazzurre di ripresa In molti ricorderanno solo quelle azioni, ma vi possiamo garantire che in precedenza ci sono stati altri sessanta minuti di gioco. Se non ne trovate traccia tra gli highlights non è colpa della vostra distrazione, la spiegazione è molto più semplice: non è successo nulla. Non che non ce lo si aspettasse fin dal momento della lettura delle formazioni ufficiali: da una parte il solito 9-1 guidoliniano, dall’altra il valoroso Mazzarri risponde con un coraggioso 5-3-2 (chiamiamolo col suo vero nome) in cui tre stopper e due terzini bloccati sono chiamati a prendersi cura del non irresistibile Muriel, mentre Pereyra fa il bello ed il cattivo tempo a centrocampo. Appellarsi alle occasioni avute nei minuti finali è esercizio di mera retorica. Una squadra come l’Inter non può permettersi di scendere in campo senza colpo ferire, né la minima intenzione di provare a farlo. Non si può sistematicamente attuare la strategia del non-gioco, che paradossalmente (ma non troppo) può pagare solo contro squadre d’alto bordo. Questa è una mentalità da provinciale che cozza tanto col passato pazzo ma vincente di questa squadra quanto coi progetti futuri di ringiovanimento e vivacità. Dove sono le trame di gioco, le alchimie tattiche, i meccanismi rodati in nome dei quali il prode Mazzarri si è ostinato a tenere fuori giocatori meritevoli di spazio tanto ad inizio anno quanto a metà campionato? E’ un’annata in cui ci aspettavamo di tornare a vivere, ancor prima che a vincere. Invece continuiamo a vivacchiare nel limbo della serie A, tra gli ignavi del calcio nostrano. Ci sarà chi si attribuirà i meriti di una probabile qualificazione all’Europa che meno conta, omettendo che dovrebbe essere l’obiettivo minimo per una rosa comunque ben al di sopra dell’infima media del belpaese. Non fatevi abbindolare. Neanche un’Europa League fa primavera.   Giovanni Cassese (Twitter: @vannicassese)    

    continue reading »

     
     
  • Rimasti al palo

    Rimasti al palo

    Doveva essere la giornata della terza vittoria consecutiva, impresa mai riuscita nella tribolata e altalenante stagione nerazzurra. Doveva essere un modo come un altro per placare finalmente la sete di vendetta accumulata nel tempo nei confronti dell’Atalanta, che non perde a San Siro dal 2010. Doveva essere un trionfo, in attesa che, poco più tardi, Napoli e Fiorentina si togliessero punti a vicenda. Non è stato, invece, nulla di tutto questo: solo un’altra occasione sprecata. L’espressione “rimanere al palo”, in riferimento alla partita persa contro la squadra di Colantuono, travalica la sua accezione figurata, assumendo una maggiore concretezza e approdando ad un significato più fedele alla lettera. Prima ci prova il solito Palacio a raddrizzare le sorti del match: lo stesso colpo di testa a pallonetto che aveva trafitto Padelli e abbattuto il Torino, però, si infrange sul palo alla destra del portiere. Poi è la volta di Guarin. Il colombiano mette mano all’arma principale del suo repertorio e fa partire una violenta sassata dal limite dell’area, che scheggia la parte alta della traversa. Infine, è Jonathan a dare adito alle imprecazioni dei tifosi sugli spalti, increduli davanti a cotanta malasorte. Ad ogni gol sbagliato corrisponde sempre un gol subito e, così, Bonaventura si appiglia ad una delle regole non scritte più antiche nel mondo del calcio per regalare i tre punti alla sua Atalanta, con la complicità di Handanovic e di un “misterioso centrocampista”, per dirla alla Mazzarri. Se, per certi aspetti, è facile addebitare una sconfitta a delle semplici coincidenze sfortunate o ad un destino che rema contro in maniera manifesta, più difficile è riuscire ad ammettere che nulla avviene per caso. Lo stesso reparto difensivo che aveva ostentato sicurezza e solidità nelle uscite precedenti, si è sgretolato come neve al sole, soffrendo gli inserimenti dei centrocampisti orobici e la presenza fisica di Denis che, per rimanere in tema, colpisce l’ennesimo legno di giornata. La concretezza, poi, rimane un problema irrisolto e il motivetto ricorrente che continua a costituire il sottofondo musicale di vittorie e sconfitte della stagione nerazzurra: oltre pali e traverse, ci pensano Icardi Guarin e Nagatomo ad accrescere il dato dei tiri verso la porta avversaria. Nemmeno la scelta e il tempo dei cambi è da considerarsi frutto di una lettura ineccepibile dell’andamento del match. Alvarez buttato nella mischia troppo presto, Kovacic troppo tardi. A proposito del croato, difficile attribuirgli ancora una volta tutte le colpe della sconfitta, ma c’è chi riesce in questa ardua impresa. Tutt’altro che felice, infine, la mossa di sostituire Cambiasso, quid ordinatore del centrocampo, e arretrare Hernanes, così da menomare la sua capacità di incidere in fase offensiva. Doveva essere una prova di maturità, volta ad attestare il superamento dei “retaggi del passato” e il raggiungimento dello step successivo nel percorso di crescita della squadra. Doveva essere e non è stato: in fondo sui legni della porta difesa da Consigli, insieme alle conclusioni degli attaccanti nerazzurri, si sono infrante le ultime speranze di stagione.    

    continue reading »

     
     
  • La <i>rival</i> Verona

    La rival Verona

    Prima il Torino, poi il Verona. Doppio scontro diretto nel giro di una settimana contro le rivali che non ti aspetti. Due successi che potrebbero spianare la strada verso il quarto (o il quinto, fa lo stesso) posto che permetterebbe di beneficiare dei fondi europei senza stravolgere la preparazione con le conseguenze nefaste di cui abbiamo avuto prova lo scorso anno. Nel giro di una settimana abbiamo assistito a centottanta minuti di un’Inter molto simile a quella che abbiamo desiderato vedere per l’intera stagione. Si è vista la voglia, la determinazione, l’orgoglio di una squadra che, seguendo un percorso inverso a quelle delle sue avversarie (alle quali va aggiunto il meraviglioso Parma corsaro contro la seconda squadra di Milano, per cui Verona fu fatale e indicativa di quello che sarebbe stato il prosieguo della stagione), si è resa conto di aver finora fatto un percorso ben al di sotto delle sue potenzialità. E’ vero che la rosa è stata costruita male, che l’organico ha dei buchi clamorosi, che l’allenatore ha faticato a dare un’identità alla squadra, che la querelle presidenziale probabilmente ha minato la concentrazione dell’ambiente, che la salute e le direzioni arbitrali sono state raramente dalla nostra parte. Ma è ancor più vero che l’Inter ha una dotazione di talento a livello delle prime della classe, più che sufficiente per competere per la qualificazione diretta all’Europa League. Se non di più. La squadra di Mazzarri al completo può permettersi di tenere in panca il granitico Samuel per un ritrovato Ranocchia, un brillante Kovacic per le certezze Hernanes e Guarin, un’istituzione come Milito per un sempre decisivo Icardi o di far esordire dal primo minuto D’Ambrosio, che a Torino ha dimostrato di essere uno dei migliori esterni del campionato, in luogo dell’infortunato Nagatomo, mentre sull’altra fascia maramaldeggia un Jonathan da nazionale (qualsiasi essa sia) nelle vesti di assistman e goleador. E’ bello battere le rivali. E’ uno spreco che esse siano Torino e Verona.   Giovanni Cassese (Twitter: @vannicassese)

    continue reading »

     
     
  • La corsa all’oro

    La corsa all’oro

    Era uno scontro diretto. Non si sa per cosa, non si sa perché. Fatto sta che, a dispetto di qualsiasi previsione di inizio stagione, Inter e Torino, l’ex squadra dell’ormai mitologico D’Ambrosio, sono rivali in questa corsa all’oro che non c’è. Era uno scontro diretto e l’ha vinto l’Inter. Senza entusiasmare, senza dominare, senza convincere. Senza essere troppo diversa dal solito. Eppure ha vinto. Quando la difesa e il centrocampo sono efficaci il peso dell’attacco è relativo. Ce l’ha dimostrato la Juve bicampione d’Italia con Matri, Quagliarella e Vucinic. Ce l’ha dimostrato la partita di ieri a San Siro, decisa da un gol fortuito di un Palacio peggiore in campo per distacco. Le basi per il successo le mette una retroguardia arcigna, in grado di negare ai temibili nazionali Cerci ed Immobile gli spazi in cui riescono ad essere mortiferi. Merito di un ritrovato Ranocchia, sostenuto dal pubblico caloroso (ancora una volta “mvp” della giornata), e di un Rolando che, a furia di prestazioni da 7 in pagella, sta dimostrando di valere i soldi del riscatto che toccherà versare alla mai prodiga dirigenza del Porto. Ma il migliore in campo è Cambiasso, che dimostra una volta di più che, se nel corso della stagione venisse sfruttato con un impegno a scartamento ridotto, sarebbe ancora un principe della mediana. Tra il lavoro di interdizione e un assist al bacio, il Cuchu trova il tempo e il modo di fare da tramite tra la difesa e l’attacco, con l’umiltà per vestire i panni del paggetto dei più talentuosi Hernanes e Guarin. Il primo lo ripaga con una prestazione concreta, condita da una serie di doppi passi che, a differenza di quelli con cui ci ha deliziato un altro ex laziale, ubriaca gli avversari e non se stesso. Non si può dire lo stesso del colombiano, spesso arruffone e confusionario, ma dotato di uno strapotere (più fisico che tecnico) che gli permette dei break che hanno comunque impatto sulla gara. Andrebbe ammansito, come l’anno scorso, quando abbiamo visto il miglior Guarin solo dopo un periodo di “riflessione” in panchina. L’1-0 arriva grazie ad un episodio ma è meritato. La vittoria del Napoli in serata probabilmente chiude definitivamente il discorso Champions, che qualcuno nel postpartita si era affrettato a rimettere in discussione. Continua la corsa al Klondike chiamato quarto posto, dove le pepite d’oro non sempre brillano.   Giovanni Cassese (Twitter: @vannicassese)

    continue reading »

     
     
  • Immagini contrastanti

    Immagini contrastanti

    Due immagini contrastanti, troppo per non creare scalpore. Da una parte, la sua espressione attonita, stemperata da un sorriso forzato per nascondere delusione e amarezza, mentre siede su una panchina che mal si adatta alle sue aspettative; dall’altra, una traiettoria che sembra disegnata da un geometra professionista, in occasione della partita tra la sua Croazia e la Svizzera. Niente squadretta e compasso, non ce n’è alcun bisogno quando si ha l’innata capacità di prendere le misure ad occhio e di elaborarle in un brevissimo lasso di tempo. Si parla, ovviamente, di Mateo Kovacic. Considerato, dall’attuale allenatore dell’Inter, alla stregua di uno di quei pregiati pezzi d’antiquariato da conservare gelosamente e a cui concedere, ogni tanto, una energica spolverata, necessaria per recuperare la brillantezza e la lucentezza originaria. Più corretto sarebbe, invece, paragonarlo ad un prezioso gioiello, da sfoggiare fieramente e mostrare al mondo intero, facendo divampare l’invidia altrui. Passiamo ad un’altra sequenza di fotogrammi discordanti. La prima immagine, scattata al minuto 60 di Lazio-Inter, racconta dell’avvicendamento con Kuzmanovic, partito titolare come tante altre volte. La preferenza e la fiducia costantemente accordata al serbo, a discapito del talento cristallino di Kovacic, è ancora oggetto di studio e discussione da parte della poco credibile troupe di Mistero. Altro che oggetti non identificati e cospirazioni governative. L’istantanea successiva, invece, è stata difficile da catturare, perchè il croato continuava a scappare dall’obiettivo: nella gara di qualificazione mondiale contro l’Islanda, il diciannovenne parte dal cerchio di centrocampo e solo una prodezza del portiere gli nega il gol, dopo aver saltato, uno dopo l’altro, i difensori avversari come fossero i paletti snodabili dello slalom e come se ai piedi avesse un paio di sci. Si potrebbe, allora, giungere a formulare una stramba ipotesi circa l’efficacia dell’aria croata, magari pura e povera di scorie, sulle prestazioni del giocatore. Non è questa, ovviamente, una spiegazione plausibile e la prossima coppia di immagini lo testimonia. La prima si riferisce all’attuale stagione disputata dal centrocampista. Arrivati alla 26^ giornata, Kovacic è stato schierato nell’undici titolare in otto partite, se dovessimo considerare anche quella contro il Torino, in cui il giocatore è uscito dopo una manciata di minuti conseguentemente all’espulsione di Handanovic. La seconda è ambientata nell’annata 2012/2013: arrivato nel mercato di gennaio, l’ex Dinamo Zagabria si è meritato le chiavi del centrocampo, mettendosi in evidenza in uno degli scorci più desolanti della storia moderna interista, caratterizzato da una incontrastabile pochezza di mezzi e fortuna. Altro che aria, risiedono nella fiducia e nella consapevolezza di sentirsi al centro di un progetto gli elementi in grado di superare le incongruenze dei fotogrammi analizzati, riportandoli ad unità. Come nel gioco in cui bisogna trovare le differenze tra le due vignette proposte: la soluzione del rompicapo, in questo caso, è a portata di mano.      

    continue reading »