• Non rimane che lottare

    Non rimane che lottare

    Una vecchia canzone recita: “Pensare globale, agire locale, non è uno slogan ma una sfida vitale…“. Mai frase fu più azzeccata per questa Inter e soprattutto per il lavoro (mostruoso) che sta compiendo Mancini sui suoi calciatori e su tutta la società nerazzurra. Il tecnico, insieme al suo secondo Silvinho, sta agendo sui singoli calciatori, sulla loro tecnica e sulla loro mentalità per creare una collettività competitiva. Per plasmare un Gruppo ed una Squadra compatta ed intenta a perseguire un comune obiettivo con una comune trama di gioco. Ovviamente il Mancio sta agendo con la stessa professionalità e lo stesso modus operandi anche per quanto riguarda la Società, spronando gli addetti ai lavori a diventare Grandi e ad essere da Inter. Mancini sta partendo dalle basi e tra una battuta e l’altra, cerca di eliminare ostacoli e polemiche per ogni suo giocatore. Con Icardi aveva scherzato sulla mancanza esultanza concordata con lo stesso giocatore, con Ranocchia ironizza sul pizzino con cui gli avrebbe spiegato chi era l’Inter e chi gli avversari. Il tutto ha un fine specifico: lottare senza aver paura. Al termine della partita contro gli scozzesi del Celtic il Mancio ha dichiarato: “Anche se può capitare di sbagliare, i giocatori e tutta la squadra devono subito riprovarci, senza avere paura. Siamo l’Inter e non possiamo avere paura”. Tutto qua. L’essenza di ciò che l’Inter deve fare e di ciò che i tifosi si aspettano che faccia, è esattamente questa. Da oggi non si scherza più. I nerazzurri devono affrontare partite al limite del proibitivo in un tour de force di fatiche ed emozioni. Non c’è neppure il tempo per pensare, si gioca ogni tre giorni. Le prime sfide in ordine sono: Fiorentina, Napoli, Europa, Cesena, Europa, Sampdoria. L‘Inter sarà dentro o fuori, potrà diventare grande, o dover ricominciare tutto da capo. Tutte finali da adesso alla fine senza soluzione di continuità e senza mai mollare. Il Mancio lo sa, è tempo di verdetti per lui e per la sua banda. Non rimane che lottare, lottare senza alcuna paura.

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  • Il Mancio e l’Aeroplanino, ai campioni non serve la gavetta

    Il Mancio e l’Aeroplanino, ai campioni non serve la gavetta

    Roberto Mancini e Vincenzo Montella sono stati due grandissimi giocatori, per giunta compagni di squadra nella Sampdoria, e da diversi anni stanno mostrando anche il loro talento sulla panchina. Due allenatori giovani, ambiziosi, amanti del bel gioco e preparati. La loro carriera è lì a dimostrarlo e la partita di domani può rappresentare un punto di svolta fondamentale per entrambi: la Fiorentina può scrollarsi di dosso un’avversaria scomoda per l’Europa, mentre l’Inter punta a continuare il proprio filotto di risultati e a reinserirsi in una difficile rincorsa al terzo posto. Non sarà però il risultato di domani a influenzare il giudizio su entrambi che, fra le varie cose, hanno un percorso molto simile. Sono stati catapultati immediatamente nell’universo difficile degli allenatori senza quasi il tempo di metabolizzare il cambiamento di ruolo. Il Mancio fu chiamato ad allenare una Fiorentina in condizioni economiche disperate nemmeno un anno dopo il suo ritiro. Oltre ad un’ottima salvezza ci fu il conseguimento del suo primo trofeo, la Coppa Italia. Un inizio scintillante nonostante le polemiche per un presunto patentino di allenatore non ancora conseguito. Il secondo anno vide le sue dimissioni nel mese di gennaio, prima dell’inevitabile retrocessione e del fallimento. Il destino, però, presenta sempre una seconda opportunità a chi la merita. La Lazio, altra squadra dal destino economico precario e in bilico, decide di affidargli la panchina nell’estate del 2002. Il campo dà ragione alla coraggiosa scelta: un quarto e un sesto posto con tanto di successo in Coppa Italia nel 2004 e eliminazione in Coppa Uefa avvenuta solo in semifinale per mano del Porto di tale Jose Mourinho, altro giovane allenatore in rampa di lancio. Nell’estate del 2004 avviene già il gran salto all’Inter. L’etichetta di raccomandato si sgretola pian piano dinanzi ai successi che riesce a cogliere pure in nerazzurro: riporta trofei e vittorie in un ambiente digiuno da anni. Il carattere e la personalità sono però sempre stati di spessore e le dichiarazioni shock, ritrattate, post Liverpool sono la molla che spinge Moratti all’esonero dopo lo scudetto del 2008. Le esperienze al City e al Galatasaray lo hanno riconsegnato all’ambiente nerazzurro con più esperienza, una bacheca ancor più arricchita e una maturità evidente sia nel gioco più piacevole da vedere, che nel carattere più pacato e tranquillo. Montella fu invece chiamato sulla scottante panchina della Roma nel febbraio del 2011, un anno e mezzo dopo il ritiro e con alle spalle un trascorso positivo come allenatore delle giovanili. Le perplessità sono tante, ma lui non demerita, portando una squadra in difficoltà al sesto posto finale, alle semifinali di Coppa Italia e togliendosi qualche sfizio come il trionfo nel derby. La personalità non manca e le occasioni nemmeno: la Roma non lo conferma, ma il Catania lo chiama. Sulla panchina siciliana mostra tutto il proprio valore, rivelandosi come una delle sorprese del campionato e ottenendo una salvezza con tanto anticipo e molta comodità. Anche in lui la voglia di emergere è tanta così, a sorpresa, risolve il suo contratto con gli etnei a fine stagione per accettare la delicata piazza di Firenze, reduce da una stagione a dir poco burrascosa. Con i viola c’è subito sintonia e riesce a creare un gioiellino che in due stagioni manca la Champions sempre di un soffio, diviene un modello per qualità di gioco e si toglie diversi lussi come la vittoria in casa contro la Juventus e prestazioni europee di livello, ultime quelle col Tottenham. Il tutto, tralasciando la sfortuna per i vari infortuni di Rossi e Gomez e la presunta “rigorite” che assiste il Milan nel campionato di due anni fa. Chissà se il destino gli riserverà le stesse esperienze e gli stessi successi di Mancini, d’altronde chi ben comincia è sempre a metà dell’opera e quando si è stati protagonisti per anni sui campi più importanti di Italia e d’Europa si ha una conoscenza calcistica che nemmeno la miglior gavetta possibile può eguagliare.     

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  • Il Mateo furioso zittisce tutti, ma a che scopo?

    Il Mateo furioso zittisce tutti, ma a che scopo?

    Ieri Mateo Kovacic è tornato a giocare da titolare ed è tornato al gol, ed è stata una rete davvero pesante. Nonostante questo, la sua esultanza è stata polemica, con il dito davanti alla bocca pronto a zittire tutti. Ma a che scopo? Le critiche, quando costruttive, dovrebbero essere ben accette, specie se si tratta di un giovanissimo come lui che ancora deve maturare, dal punto di vista calcistico sicuramente. Certo, spesso le critiche sono gratuite e poco edificanti. Ma l’inadeguatezza del gesto sta nel fatto che la tifoseria nerazzurra, né Mancini o chiunque altro, ha mai dispensato critiche infondate o ingiuste nei confronti di Kovacic: un periodo negativo per un giocatore può esserci, e il sentirne parlare dovrebbe portare a una reazione furente, a voglia di rivalsa. Kovacic invece nell’ultimo periodo ha dato l’impressione di incupirsi sempre più con l’inasprirsi delle critiche. Mancini continua a rincuorarlo, ad affermare come lui sia e sarà un giocatore fondamentale per l’Inter: le potenzialità sono evidenti, starà a lui dimostrare quanto vale, quanto effettivamente può essere incisivo. Solo con il tempo e l’acquisizione di convinzione nei propri mezzi potrà risultare insostituibile, non avendo più bisogno del dito davanti alla bocca pronto a zittire tutti.   Fonte foto: corrieredellosport.it

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  • All’insegna della gioventù e della sofferenza

    All’insegna della gioventù e della sofferenza

    Sangue freddo, un briciolo di terrore, la memoria che tornava a Glasgow e a Guidetti. Quando invece Mazzoleni ha fischiato la fine, l’Inter si è finalmente goduta la terza vittoria consecutiva in campionato, facendo un bel passo in avanti sia dal punto di vista della classifica, che della consapevolezza. Perché solo vincendo si può acquisire la convinzione delle proprie qualità e capacità. Quando si impara a convivere con la sofferenza e a impedirle di far affiorare tutti i propri timori, è il momento in cui una squadra comincia realmente a diventare tale. L’Inter di stasera ha sofferto molto, forse anche troppo, al cospetto di un Cagliari alla disperata ricerca di punti per la salvezza e ricordatosi di ciò solo dopo lo svantaggio. La squadra nerazzurra ha fatto registrare sia i progressi che le difficoltà mostrate negli ultimi match. La volontà e la capacità di fare la partita, indirizzarla sui binari giusti attraverso il bel gioco, il fraseggio, una meraviglia per chi ha vissuto mesi a guardare uno sterile ed orizzontale possesso di palla; da contrappeso ci sono state le solite lacune difensive, quella fatica immane nel conservare il risultato e far sì che gli avversari non riescano a tornare alla carica. Dopo quasi un’ora di match nessuno si aspettava una reazione così veemente dei sardi, sempre tenuti a bada in precedenza e obbligati ad essere riconoscenti a Brkic e alla scarsa freddezza nerazzurra sotto porta. Invece M’Poku e compagni hanno fatto sudare le proverbiali  sette camicie a Vidic e compagni. Già, Vidic, l’uomo che sembrava essere entrato in rotta di collisione col nostro allenatore, ha tirato fuori l’esperienza e la caparbietà che lo hanno reso uno degli stopper migliori dell’ultimo decennio. Ha guidato il rude Campagnaro e l’ancora spaesato Jesus ad una resistenza quasi eroica. Molti hanno pensato che l’Inter fosse sul punto di cedere, invece non ha ceduto e ciò fa tutta la differenza di questo mondo e di questo sport. E’ questo il confine che deve essere travalicato per passare dalla mediocrità alla grandezza. Una rondine non fa primavera, ma 3 indizi compongono una prova e allora, dopo tre vittorie, si può dire che questo gruppo sta uscendo dalle sabbie nobili nelle quali era sprofondata. Vittorie che, ancora una volta, hanno il timbro di una gioventù che non perde la sua classica sfrontatezza, ben mascherata dietro il talento, l’umiltà e l’abnegazione. L’umiltà di quel Kovacic invocato a destra e a manca, in grado di segnare dopo quattro panchine consecutive e l’abnegazione di un Icardi che fra una Wanda Nara, un rinnovo del contratto e un pantaloncino rigettato, dimostra di essere un centravanti straordinario. Un dribbling e un tiro maestosi, per dare la certezza della vittoria e condividere il primato di capocannoniere con il più celebrato Tevez. Perché se da una parte la sofferenza e l’esperienza servono a mantenere i successi, c’è bisogni di qualcuno che li fabbrichi e i nostri giovani hanno tutte le qualità possibili per fare in modo che ciò continui ad accadere con la stessa continuità.

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  • Longo e Crisetig: il presente del Cagliari sarà il futuro dell’Inter?

    Longo e Crisetig: il presente del Cagliari sarà il futuro dell’Inter?

    Il Cagliari nell’ultima sessione estiva di mercato ha attinto molto dall’Inter, soprattutto per quanto riguarda i giovani cresciuti nel vivaio della squadra nerazzurra. A suo tempo furono comprati il centrocampista Lorenzo Crisetig, l’attaccante Samuele Longo e il difensore Simone Benedetti, un uomo per reparto. Il mercato invernale ha portato però quest’ultimo al Bari, in prestito, dopo appena 5 presenze con la squadra sarda, senza aver mai convinto a pieno né Zdenek Zeman e né il suo successore Gianfranco Zola. Con la speranza che la discesa di categoria possa permettere al giovane centrale difensivo di mettersi maggiormente in evidenza, analizziamo il rendimento ottenuto finora da Crisetig e Longo per cercare di capire se in futuro potranno essere utili alla causa del club milanese. Infatti, entrambi sono stati ceduti al club di Giulini con la formula del prestito, con la speranza che la casa madre li possa riaccogliere dopo una buona maturazione. Al momento, è impossibile non dire che Crisetig si sta mettendo in luce in maniera migliore, mentre Longo sta in parte deludendo le attese.  Il centrocampista friulano ha infatti collezionato 18 presenze, delle quali ben 17 da titolare. Ha convinto subito Zeman e a dargli fiducia nel suo centrocampo a tre, non però come regista così come aveva fatto nella primavera nerazzurra di Stramaccioni, ma come mezzala sinistra. I risultati sono stati discreti e dimostrano come il ragazzo sia in grado di non sfigurare in un palcoscenico più esigente delle giovanili o della serie cadetta. I problemi stanno però emergendo nelle ultime partite: Crisetig infatti, con l’arrivo di Zola sulla panchina, non è più un titolare inamovibile e ha passato a guardare dalla panchina le ultime tre sfide. L’esplosione dell’ancor più giovane Donsah e il rilancio di Conti davanti alla difesa non gli stanno consentendo di vedere il campo in maniera continua. Il ragazzo sembra però essere in risalita, poiché sono in rialzo nelle ultime ore le quotazioni di un suo impiego da titolare contro l’Inter, la squadra che vuole convincere a puntare su di lui nel futuro. La speranza è che Crisetig possa metabolizzare al meglio questa perdita di peso nelle gerarchie dell’allenatore e riguadagnare al più presto uno spazio importante nello scacchiere rossoblù. Solo in questo modo potrà convincere Piero Ausilio a riportarlo alla base al termine di questo prestito di durata biennale. Chi invece sta facendo enorme fatica è Samuele Longo, il giovane attaccante che risultò fondamentale nella conquista della Next Generation Cup e dello scudetto Primavera nell’annata 2012. Dopo un anno passato a scaldare le panchine e tribune del Verona e del Rayo Vallecano, si pensava che il Cagliari potesse risultare una destinazione vantaggiosa, per la presenza di Zeman e la sua voglia di puntare sui giovani. Il boemo, invece, non ha mai creduto ciecamente in Longo, tenuto spessissimo in panchina e usato soltanto in pochi scampoli di gare. Le sue presenze sono 17, solo una in meno di Crisetig, ma ben 11 sono da subentrato e con pochissimi minuti a disposizione per mettersi in evidenza. L’unico acuto si è avuto in una sfida di Coppa Italia contro il Modena, quando una sua doppietta fu preziosa per la qualificazione agli ottavi della competizione. Con Zola le cose non sembrano essere cambiate molto: apparizioni sporadiche e brevi e una concorrenza decisamente aumentata, considerando gli acquisti di Cop e M’Poku. Longo ancora non riesce a segnare la sua prima rete nel massimo campionato, non la via migliore per mettersi in bella luce verso l’Inter. Se questa stagione dovesse proseguire sulla falsariga di quanto accaduto finora, verrebbe da dire che il destino di Longo rischia di essere separato da quello dell’Inter futura.

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  • Harakiri-Inter, un 3-3 che vale quasi come un bicchiere mezzo vuoto

    Harakiri-Inter, un 3-3 che vale quasi come un bicchiere mezzo vuoto

    E’ inutile, la Pazza Inter non si smentisce mai. Peccato che negli ultimi anni l’accezione di “pazza” sia raramente legato a vittorie rocambolesche in rimonta o nel finale di gara bensì sia più spesso sintomo di pura “follia sportiva”, una sorta di suicidio sempre sportivamente parlando naturalmente. Strano che alla fine di un turno di andata e ritorno la squadra di casa che ha subito tre gol e sarà obbligata a vincere in trasferta esulti come una vittoria mentre gli altri, quelli che hanno fatto ben tre gol in trasferta e potranno fra le mura amiche conquistare una qualificazione alla portata, escano dal campo a testa bassa. Mondo alla rovescia? No, è semplicemente l’Inter. Quella squadra pazza in grado di mettere in discussione una qualificazione che al 13′ sembrava addirittura una pratica agevole e che nel giro di pochi secondi ha saputo far riaccendere uno stadio intero con delle disattenzioni difensive che sono il vero punto debole di questa squadra ormai da anni. Prendere quelle due reti in poco più di un minuto non era abbastanza visto che grazie a un grande regalo del portiere avversario (un errore assolutamente non da scenario europeo) i nerazzurri sono riusciti comunque a chiudere in vantaggio un primo tempo surreale, folle, pazzo, da Inter. Un inizio effervescente con subito un Shaqiri in grande evidenza e una partita che sembrava essersi messa in discesa proprio dopo le reti (anche queste con contributo degli avversari) firmate proprio dall’ex Bayern e da Palacio. Nemmeno il tempo di cullarsi della propria apparente superiorità che è arrivato il classico calo mentale e fisico che da anni impedisce a questa squadra di fare quel salto di qualità che viene smentito in ogni occasione in cui se ne torna a parlare, come fatto negli ultimi giorni dopo le belle prove contro Palermo e Atalanta. Due gol pittoreschi, frutto di deconcentrazione e ingenuità che hanno fatto tornare in partita un Celtic che sembrava poter fare ben poco in quel momento della gara e sembra quasi che le imprese facili non siano gradite da questa squadra. Ecco che anche nel secondo tempo quella situazione di vantaggio non solo non viene accentuata sprecando in contropiede più di una chance (sempre per errori di misura o poca lucidità) per chiudere i conti ma viene anche lasciato spazio alla beffa finale firmata dall’appena entrato Guidetti in pieno recupero che ha infiammato un Celtic Park stracolmo. La squadra ha bisogno di crescere e prendere fiducia ma se da anni non centra tre vittorie consecutive evidentemente la sicurezza sarà sempre precaria e la situazione difensiva di stasera ne è la prova più lampante. Adessio occhio al ritorno, perchè un 3-3 in trasferta per l’Inter può significare tanto ma anche pochissimo.

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  • Mancini e il rombo magico

    Mancini e il rombo magico

    Dall’insediamento di Mancini sulla panchina dell’Inter, i moduli provati sono stati innumerevoli. Subito il tecnico jesino aveva lamentato una carenza di uomini nei ruoli chiave del suo sistema di gioco: le ali offensive. Il mercato invernale è stato improntato appunto per cercare dei profili di giocatori offensivi capaci di giocare sull’esterno. Sono arrivati Podolski e Shaqiri che nello scacchiere tattico del Mancio avrebbero dovuto ricoprire le zone esterne dell’attacco in un 4-2-3-1. I risultati sono stati altalenanti, pochi punti raccolti ed una solidità di squadra che sembrava smarrita. Poi la svolta. Mancini ha provato a mettere un centrocampo a rombo e due punte. Un rombo magico, perchè dopo questo cambio tattico l’Inter ha cominciato a giocare. I primi sentori nella partita beffa contro il Napoli, in cui i nerazzurri avevano imposto il proprio gioco. Poi le ultime vittorie con Palermo e Atalanta. Con questo nuovo modulo a giovarne è soprattutto il centrocampo. Con tre uomini nel mezzo si copre meglio il campo, e si possono sfruttare le innumerevoli mezzali che l’Inter ha in rosa. Poi la duttilità tattica di Shaqiri gli permette di agire in maniera egregia dietro le punte. Insomma l’Inter sembra aver trovato una quadratura tattica. Per il momento Roberto Mancini ha accantonato il progetto con le ali offensive, anche perchè con il rombo di centrocampo sono esaltate le caratteristiche di giocatori come Guarin e Brozovic. Il colombiano è in uno stato di forma incredibile e con questa collocazione tattica riesce a rendere al meglio. Il croato velocizza la manovra con tocchi rapidi e precisi e si è subito conquistato un posto da titolare. Per adesso Hernanes e Kovacic sono in panchina, ma pronti a dare il loro contributo in uno scacchiere anche a loro molto congeniale, nella speranza che ci sia una continuità di prestazioni convincenti e risultati.

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  • Guarin sì, Ranocchia no, Kovacic forse

    Guarin sì, Ranocchia no, Kovacic forse

    Disciplinare l’anarchia. Un ossimoro? Forse. Ma è ciò che sembra riuscito a fare Roberto Mancini con Fredy Guarin. Incredibile il colombiano visto contro l’Atalanta ieri. Sulle qualità tecniche del centrocampista non vi erano mai stati dubbi, ma l’indisciplina tattica, la discontinuità e l’anarchia di gioco del calciatore l’avevano reso dapprima un oggetto misterioso, poi un uomo mercato ed infine un giocatore ai margini della rosa. Mancini è riuscito ad infondergli fiducia, a disciplinare la sua anarchia ed infine a renderlo un leader del centrocampo e della squadra. Guarin decisamente sì. Ha trovato la sua posizione e soprattutto la sua dimensione. Ranocchia no. Nel momento in cui la squadra sta esprimendosi al meglio, macinando gioco e mostrando tecnica e soprattutto carattere, il capitano latita. Non solo. Il difensore continua a commettere errori pacchiani ed irritanti, appare fuori contesto, a tratti disorientato e distratto. Caratteristiche fuori da ogni immaginario per un capitano. In particolare per un capitano dell’Inter. Il tecnico, seguendo il suo diktat che prevede di non rivoluzionare troppo la difesa, gli ha dato fiducia ad oltranza. Nonostante prestazioni non all’altezza ed insicurezza si è sempre puntato su di lui. Anche il vicepresidente Zanetti lo ha difeso ed incitato in pubblico ed in privato. Il giocatore però non sembra trovare la quadra e la serenità per esprimersi al meglio. Anche a corto di uomini nel reparto arretrato è giusto continuare ad affidare la difesa e la fascia da capitano a Ranocchia? Non è detto. Ma il tecnico, siamo sicuri, riuscirà, con l’aiuto del suo secondo Silvinho, chiamato appositamente per seguire il reparto arretrato, a tamponare le falle difensive in un modo o nell’altro. Kovacic forse. O meglio si spera. Se Mancini riuscirà a fare con il piccolo maghetto di Linz, ciò che ha fatto con Guarin, avrà compiuto un’impresa. Un’impresa ben più importante del raggiungimento dell’Europa o del secondo, terzo o quarto posto. Il giovane croato è un diamante grezzo e renderlo maturo e brillante è necessario. Il ragazzo deve ritrovare fiducia, posizione e serenità. Se ci riuscirà il tecnico avrà costruito una Squadra, un gruppo solido e compatto in tutti i suoi elementi. A quel punto gli obiettivi ed i risultati verranno da sé. In attesa che ciò accada e dopo un’altra prova convincente, la squadra non deve sentirsi appagata e vincente. Come dice il suo condottiero: “Con due vittorie non cambia nulla, c’è ancora molto lavoro”. Già, ora testa concentrata su Glasgow e sul Cagliari per centrare quelle tre vittorie di fila che mancano da troppo tempo.

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  • Il miglior modo per iniziare a diventare grandi è sentire di esserlo

    Il miglior modo per iniziare a diventare grandi è sentire di esserlo

    Qualsiasi malizioso potrebbe subito rispondere ai commenti positivi sulla grande vittoria ottenuta quest’oggi dall’Inter dicendo che rappresentano il solito fuoco di paglia destinato a durare non più di qualche giorno per essere smentito alla partita successiva. Conoscendo il DNA della Pazza Inter tutto è possibile e sarebbe da sciocchi negarlo. C’è però anche da considerare come le due vittorie ottenute contro Palermo e Atalanta rappresentano l’ennesimo momento in cui è possibile dare avvio a un processo di crescita che, forse nel giro di qualche anno, potrebbe riportare l’Inter a livelli ben più alti dell’attuale nono posto attuale. Le due sfide erano sulla carta proibitive perchè il Palermo è una delle rivelazioni del campionato e nella coppia d’attacco Dybala-Vazquez ha i suoi punti di forza mentre l’Atalanta sta vivendo un campionato in sordina ma in casa è sempre un avversario quasi insormontabile, lo dimostra il fatto che l’Inter non vinceva a Bergamo dal 2008 quando vinse 2-0 grazie al gol di Vieira e alla prima rete in Serie A di un certo Mario Balotelli con sempre con Mancini seduto in panchina. Pensando a un’Inter che era reduce da tre sconfitte consecutive fra campionato e Coppa Italia, molti erano convinti che le sfide contro i rosanero e i bergamaschi avrebbero rappresentato ulteriori buchi nell’acqua del team di Mancini. Era lecito pensarlo viste le difficoltà riscontrate in quasi ogni partita dai ragazzi del Mancio, nonostante la costante convinzione espressa dal tecnico riguardo l’essere sulla giusta strada e la sua richiesta di pazienza perchè “i risultati arriveranno”.  Per una volta non si può dargli torto visto che la fiducia di Mancini anche successiva alle sconfitte contro Sassuolo e Napoli soprattutto è stata ripagata con i sei punti delle ultime due gare con sette gol segnati e appena uno subito da avversari che appunto si presentavano assolutamente pericolosi. Certo, la fortuna è servita come sempre. L’errore sotto-porta di Dybala di domenica scorsa oppure il rigore odierno in apertura e l’espulsione di Benaloane (comunque giusta) sono circostanze che hanno leggermente spianato la strada alla squadra che comunque ha messo a frutto il gioco e le occasioni create tornando a inanellare due vittorie consecutive (cosa che mancava da ottobre), rilanciandosi almeno per un campionato alla rincorsa del famigerato treno per l’Europa. Oggi peraltro dopo il pareggio subito da Moralez c’era il solito rischio di disunirsi e soffrire le scorribande avversarie ma un grande Guarin e una prestazione corale comunque accorta e solida hanno permesso di ridurre al minimo i rischi e soprattutto di gestire la partita con la maturità che una grande squadra deve per forza avere. L’inserimento nel 4-3-1-2 di giocatori duttili e abili come Brozovic e Shaqiri si è rivelato fondamentale per trovare certi automatismi e soprattutto quella sicurezza con cui si riesce a impostare la partita con il giusto piglio e la fiducia nei propri mezzi. Questo perchè, nel calcio come nella vita, per iniziare a diventare grandi è necessario agire con la tranquillità delle proprie capacità e la certezza di poterle sempre dimostrare.

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  • Guarin, da oggetto misterioso a vero trascinatore di questa Inter

    Guarin, da oggetto misterioso a vero trascinatore di questa Inter

    Troppe volte si è parlato di Fredy Guarin come di un giocatore particolare, dalle grandi potenzialità ma spesso inespresse. I suoi punti di forza sono numerosi, a partire dalla tecnica abbinata a una grande forza fisica, ma nei suoi primi tre anni di Inter il colombiano è stato spesso sotto i riflettori più della critica che degli apprezzamenti. In realtà durante la stagione 2012-2013 quando alla guida dell’Inter c’era Andrea Stramaccioni, l’ex Porto aveva dimostrato davvero il suo volto migliore disputando una grande annata con dieci gol totali all’attivo fra campionato, Coppa Italia ed Europa League e un gran numero di assist con cui si era imposto nell’assetto tattico del giovane tecnico nerazzurro. Quel grande temperamento, quell’esplosività che a volte lo rende imprendibile o insuperabile nel contrasto fisico e quella vivacità che tanto l’avevano fatto apprezzare in principio, si sono però affievoliti nella scorsa stagione quando nel 3-5-2 di Mazzarri il Guaro era comunque considerato un giocatore importante (paragonato ad Hamsyk nel ruolo che l’allenatore voleva attribuirgli, facendo un parallelo con l’impostazione mazzariana del Napoli) ma le prestazioni non sono mai state all’altezza delle aspettative. Qualche gol segnato ma anche tanti errori, soprattutto in fase di impostazione quando spesso Fredy si intestardiva in dribbling o giocate individuali che lo rendevano avulso dal resto del gioco e che talvolta hanno portato Mazzarri a escludere il colombiano dall’undici iniziale.  Sicuramente il momento più buio della sua avventura all’Inter è stato vissuto nel gennaio 2014 quando Guarin è stato vicinissimo all’approdo alla Juve e solo la pressione della tifoseria e la decisione finale di Erick Thohir hanno evitato il tanto temuto trasferimento che a un certo punto sembrava davvero cosa fatta. Arriviamo così a quest’anno. Si parte sempre con Mazzarri e il suo 3-5-2 ma per Guarin c’è poco spazio in quanto gli vengono spesso preferiti Kuzmanovic, Hernanes o Kovacic e il colombiano si mette in evidenza principalmente quando segna entrando a gara in corso come fatto contro Sassuolo e Napoli nel girone d’andata. Vero spartiacque nella sua vita nerazzurra arriva quando con l’avvicendamento sulla panchina nerazzurra fra Mazzarri e Mancini  cambia radicalmente l’importanza del giocatore per la squadra. Inizialmente diventa partner preferito di Medel nel 4-2-3-1 manciniano dove peraltro il Guaro si adatta nonostante le numerose differenze tattiche rispetto alle sue abitudini. Poi la striscia negativa che ha portato Mancini al cambio di modulo passando al 4-3-1-2 ha davvero restituito all’Inter il vero Guarin, quel giocatore che ai tempi del Porto aveva attirato l’attenzione di tutta Europa e che troppo spesso a Milano aveva deluso. Piazzato come interno nei tre uomini in mezzo al campo si è rivelato migliore in campo contro Palermo e Atalanta timbrando per ben tre volte il cartellino e siglando 2 assist. La possibilità di attaccare con minori responsabilità difensiva ha infuso grande tranquillità e fiducia al colombiano che quest’oggi sul campo dei bergamaschi è stato a dir poco straripante in quanto a presenza, visione di gioco e ,oggi è lecito dirlo, classe. Questo perchè bisogna ammettere che i due gol con cui ha trafitto Sportiello sono davvero da grande giocatore e con queste due perle il colombiano è salito a quota 5 reti in campionato (eguagliando il record personale stabilito col Porto nella stagione 2010-11) e si è dimostrato quel giocatore che forse, per troppo tempo, i tifosi nerazzurri hanno desiderato.

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