• Tutti giù dal letto!

    Tutti giù dal letto!

    Il calciomercato non dorme mai, così dicono. La verità è che, negli ultimi anni, la dirigenza nerazzurra sembrava essere sprofondata in un sonno interminabile, la proverbiale pennichella pomeridiana che segue un pasto ricco ed abbondante. Errori grossolani, giocatori svenduti per poche monete ed altri acquistati a cifre sproprositate in relazione al valore intrinseco degli stessi. In quest’ultimo caso, la formula “soddisfatti o rimborsati” avrebbe fatto veramente comodo. Sarà stato il frastuono del traffico milanese, il bisogno fisiologico dettato dalla fame (quella di vittorie precisamente) dopo un lungo letargo, o ancora la paura di fornire a Mazzarri nuove giustificazioni da utilizzare nei periodi di magra. Quelle che riguardano la sfortuna o la superiorità mostrata nel numero di calci d’angolo battuti, sembrano essere, ormai, fuori moda. Qualunque sia la causa, la conseguenza è ben visibile a tutti: l’Inter si è svegliata. Facciamo un passo indietro. Negli ultimi giorni, è arrivata l’ufficialità dell’acquisto di Dodò dalla Roma e la conferma di due operazioni in via di definizione, ovvero quelle riguardanti i due centrocampisti Yann M’Vila e Gary Medel. Non si tratta di campioni affermati e generalmente riconosciuti dalla “dottrina calcistica”, spesso condizionata e ancorata a principi fin troppo lontani dalle caratteristiche del calcio moderno. E nemmeno si può parlare di giocatori capaci di sovvertire in piena autonomia le sorti di un match, lasciando ai propri compagni il solo compito di esultare al termine dei novanta minuti. Non è ciò che l’Inter cerca (o almeno può permettersi di cercare) in questo mercato. Per ripartire e ritornare competitivi, la priorità rimane quella di costruire una squadra che abbia una precisa identità, una spina dorsale ben definita, una struttura di base solida. Strada intrapresa coraggiosamente da Erick Thohir, nei confronti del quale si era anzitempo alzato il grido di disperazione dei tifosi nerazzurri, simile al “Tagliategli la testa” che la Regina di Cuori pronuncia in “Alice nel Paese delle meraviglie”. Il tycoon indonesiano è stato sinora impegnato in una massiccia opera di restyling societario con la tanto sospirata cacciata di Marco Branca e l’inserimento di figure altamente professionali, come quelle di Williamson nell’area amministrativa, finanza e controllo e di Bolingbroke (meglio conosciuto come “il re della biglietteria”) per incrementare i proventi societari. Un taglio netto con il passato, ravvisabile, ora, anche in sede di mercato. Le operazioni concluse, o quasi, dai dirigenti della Beneamata sembrano perfettamente funzionali, infatti, alle esigenze dell’allenatore e della squadra. Con l’addio di Samuel, mancava un vero leader difensivo ed è arrivato Vidic, serviva un terzino sinistro ed è stato acquistato Dodò, Mazzarri ha chiesto un metodista ed è stato accontentato con l’ingaggio di M’Vila e, molto probabilmente, di Medel. Non più il solito confuso e goffo tentativo delle ultime ore del 31 Agosto per placare l’ira dei supporters, ma una strategia mirata ed organizzata. Meritevole di una medaglia al valore, nonostante sia troppo presto per tesserne in modo definitivo le lodi, è anche Piero Ausilio, da oggi ribattezzato “il re del prestito con diritto di riscatto” o, meglio ancora, “il mago del pagamento differito“. E’ vero, un giorno o l’altro bisognerà versare i soldi promessi qua e là, ma si spera che quando quel fatidico momento arriverà, la situazione societaria dell’Inter sarà meno complicata e i conti più in ordine. A parità di budget, c’è chi negli ultimi anni ha speso tanto e male e chi, nel presente, si sta impegnando a convertire positivamente il rapporto tra quantità di risorse impiegate e qualità degli acquisti. Temporeggiare, usare la fantasia, ridurre gli sprechi e massimizzare le risorse, in attesa di tempi migliori. Perchè, in fondo, i campioni possono aspettare, l’Inter no.  

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  • Mazzarri fino al 2016, ma a certificare il rinnovo saranno i risultati

    Mazzarri fino al 2016, ma a certificare il rinnovo saranno i risultati

    Manca solo l’ufficialità ma ormai l’accordo è stato trovato: Walter Mazzarri prolungherà il suo matrimonio con l’Inter fino al 2016. Alla fine, dopo settimane di tira e molla, il tecnico toscano è riuscito a ottenere da Thohir il tanto desiderato rinnovo. Già oggi, nel corso del consiglio di amministrazione, il presidente potrebbe annunciare l’intesa e porre fine a una telenovela che rischiava di rendere instabile la panchina nerazzurra già prima dell’inizio della stagione. Thohir ha deciso di dare fiducia a Mazzarri e di puntare su di lui evitandogli le pressioni di un contratto in scadenza. Dopo un’annata tribolata, con il cambio societario che ha inevitabilmente condizionato l’ambiente, il tycoon indonesiano vuole testare l’ex allenatore del Napoli senza interferenze extra-campo che potrebbero trasformarsi in alibi in caso di insuccesso. Mazzarri continuerà a guidare il progetto decidendo gli obiettivi di mercato insieme ad Ausilio, in modo da trovare elementi funzionali al proprio gioco. In base a come verrà allestita la rosa, saranno fissati i traguardi stagionali e a quel punto l’ex allenatore del Napoli dovrà far parlare il campo. Il rinnovo fino al 2016, infatti, permetterà a WM di far valere la propria autorità sul gruppo e di lavorare con tranquillità insieme al suo staff ma, se non dovessero arrivare i risultati, potrebbe anche diventare carta straccia. Il presidente indonesiano, infatti, ha fissato un piano quinquennale di rilancio – sia dal punto di vista economico che sul piano sportivo – e non accetterebbe rallentamenti nella tabella di marcia verso un ritorno ai vertici, in Italia e in Europa. Sarà il terreno di gioco, quindi, l’arbitro di questo accordo.

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  • Thohir non vuole tradire tifosi e progetto: Kovacic e Icardi resteranno a Milano

    Thohir non vuole tradire tifosi e progetto: Kovacic e Icardi resteranno a Milano

    L’addio dei senatori argentini e l’arrivo di Erick Thohir rappresentano l’inizio di un nuovo ciclo nella storia nerazzurra, con la Beneamata che dalla prossima stagione sarà necessariamente chiamata a risorgere per tornare competitiva, in Italia come in Europa. Salutati gli ultimi reduci di un’armata che troppo a lungo si è specchiata nel suo glorioso e recente passato, è arrivato il momento di gettare le basi per un nuovo corso che si spera possa essere altrettanto vincente di quello appena concluso. Thohir è arrivato a Milano facendosi carico di importanti promesse, una delle quali prevede un’Inter costruita intorno a giovani talenti. Mateo Kovacic e Mauro Icardi sono i simboli della rivoluzione verde voluta dal presidente indonesiano che adesso, però, è atteso dal difficile compito di blindare i suoi gioiellini dal corteggiamento dei top club europei. Se per il 20enne croato si è fatto avanti il Real Madrid di Carlo Ancelotti, Maurito, fresco di riscatto dalla Sampdoria, rientra invece nella lista della spesa di Atletico Madrid, Chelsea e Monaco, con i francesi che già a gennaio lo avevano individuato come degno sostituto dell’infortunato Falcao. ET ha più volte ribadito l’incedibilità dei due giocatori, dimostrando una chiara volontà di non voler tradire i propri tifosi e il proprio progetto e avrà l’obbligo di garantire la loro permanenza anche di fronte a offerte apparentemente irrinunciabili. Nel frattempo toccherà ad Ausilio e ai suoi collaboratori cercare altre giovani promesse da coltivare e da far esplodere. Probabilmente bisognerà impegnarsi in investimenti importanti ma, considerata la crescita esponenziale dei due baby talenti nerazzurri, che in un solo anno hanno visto raddoppiare il proprio valore, ogni sforzo economico sarà certamente ripagato nel tempo.   Antonio Simone

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  • Tra ricorrenze e compleanni, si apre ufficialmente l’era Thohir

    Tra ricorrenze e compleanni, si apre ufficialmente l’era Thohir

    La stagione appena trascorsa non verrà, di certo, ricordata per i risultati sportivi conseguiti e nemmeno per la qualità di gioco espressa dalla squadra nerazzurra, tutt’altro che spumeggiante e coinvolgente. Tra un decennio, gli appassionati tifosi della Beneamata non guarderanno all’annata 2013/2014, ricordando soddisfatti di aver riacciuffato l’Europa per il rotto della cuffia, una magra consolazione che non ripaga affatto le sofferenze patite dopo aver raggiunto gloriosamente la vetta del Vecchio Continente e del mondo. Gli annali del calcio non consegneranno l’eternità ad una compagine, tra le cui fila militano pochi fuoriclasse misti a tanti, troppi giocatori mediocri. Nei meandri della nostra mente troverà spazio, invece, un’immagine che più di tutte dipinge e riempe di significato una stagione altrimenti insignificante: la fine di un’era e l’inizio di un nuovo percorso sportivo, una scelta difficile quanto inevitabile che ha portato Massimo Moratti a defilarsi dopo diciotto anni pieni di passione e grande orgoglio. Il 28 maggio 2011, l’Inter conquistava un altro trofeo, l’ultimo della gestione morattiana. A Roma, teatro di mille battaglie, Zanetti e compagni alzavano al cielo l’ennesima Coppa Italia, non senza soffrire contro un Palermo arrembante e coraggioso. Erano i tempi di Leonardo, la cronaca di una rimonta che non ha impedito al Milan di arrivare al suo diciottesimo tricolore. Dopo, il nulla. Ieri, invece, Erick Thohir ha spento 44 candeline, festeggiando così il suo primo compleanno da presidente nerazzurro. Una vicinanza temporale, quella tra queste due ricorrenze, che sembra voler evidenziare lo storico passaggio di consegne che ha contraddistinto in modo inequivocabile gli ultimi turbolenti mesi. Come se il calendario volesse rimarcare l’importanza dell’evento, come se il tempo si fosse momentaneamente fermato tra passato e presente, per permetterci di osservare da posizione privilegiata la fatidica stretta di mano che ci proietta verso un futuro ancora ricco di incognite. “La fine di un’era” pare, senza dubbio, l’espressione più scontata ma, al contempo, esaustiva e il saluto commosso di Zanetti, Cambiasso, Milito e Samuel è una dimostrazione lampante di come il nuovo numero uno di Corso Vittorio Emanuele voglia fermare il flusso di ricordi che, fino al suo avvento, ha tenuto intrappolati società e tifosi. Due personaggi con pochi tratti comuni e due gestioni che sembrano improntate, fin da ora, su strategie differenti: una “questione di famiglia” per Moratti, una questione di “brand” per Thohir, dal sentimentalismo del primo al pragmatismo del secondo. L’addio dei senatori, il risanamento finanziario, l’interruzione del rapporto lavorativo con Branca e l’investitura definitiva di Ausilio, l’accordo con Infront, la riconferma di Mazzarri, gli acquisti di Hernanes, D’Ambrosio e Vidic. Queste sono soltanto le prime tappe di un tragitto che comporterà enormi responsabilità e massima dedizione e che prenderà realmente avvio dalla prossima stagione, la prima che il tycoon indonesiano vivrà dall’inizio alla fine alla guida della sua Inter. Con l’obiettivo manifesto di riportare al più presto la Beneamata nella ristretta cerchia delle grandi d’Europa e sperando di non dover sentir parlare ancora di “periodi di transizione” o “anni zero”. Non ricorderemo, di certo, i risultati ottenuti nell’arco di quest’ultimo anno e soltanto il tempo ci dirà se, un giorno, guardando indietro e parlando di questo nuovo capitolo della storia nerazzurra, avremo l’opportunità di affermare con fierezza “E’ così che tutto è iniziato…”.

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  • Il momento dei saluti

    Il momento dei saluti

    Alcune pagine sono così commoventi ed avvincenti da volerle leggere e rileggere, pur di non giungere mai alla conclusione del libro. Preferiremmo, spesso, indugiare su ogni parola per assaporarne fino in fondo la bellezza e analizzare ogni sua singola meravigliosa sfaccettatura, consapevoli che da un momento all’altro arriverà inevitabilmente il tanto ritardato finale. Ci sono giorni, però, in cui passare al capitolo successivo diventa doveroso e lo facciamo con un po’ di coraggio e un insopportabile groppo alla gola. Chievo-Inter resterà negli annali della storia nerazzurra. Non di certo per una sconfitta indolore o una prestazione tutt’altro che esaltante, ma perchè rappresenta quell’ultima pagina che mai avremmo voluto leggere, l’epilogo di un racconto che ci ha tenuti con il fiato sospeso fino ai suoi titoli di coda. Ed ecco quella immancabile e travolgente sensazione di vuoto, che sopraggiunge quando ci si ritrova all’improvviso senza punti di riferimento, dispersi nei meandri dei ricordi. Come alla fine di un grande amore, uno di quelli che provocano palpitazioni, crampi allo stomaco e mancanza di sonno. Positivamente devastante è, allo stesso modo, il sentimento che lega Zanetti, Cambiasso, Milito e Samuel all’Inter e che costituisce il vero filo conduttore di questi anni ricchi di passione e orgoglio. Impossibile non lasciarsi trasportare dalle immagini di Verona, da quel saluto che non può lasciare indifferenti nemmeno i cuori più forti. Disposti uno accanto all’altro, emozionati e visibilmente scossi, stretti in un lungo abbraccio che sembra voler circondare e cingere affettuosamente un intero popolo, capace di acclamarli e renderli immortali. Quelle lacrime trattenute a stento, perchè concedendo ad una sola di esse di rigare il viso le altre la seguirebbero a ruota; quegli occhi lucidi e commossi, così veri e sinceri da non poter nascondere i sussulti dell’anima; quella mano che batte fieramente sul petto, sul quale è cucito uno stemma proprio all’altezza del cuore. In quella manciata di secondi, nella nostra mente e in quella dei protagonisti si saranno sicuramente susseguiti velocemente tutti i capitoli di questa storia, inimitabile ed inarrivabile. Le sofferenze, i primi successi, le battaglie epiche che hanno caratterizzato un’era sportiva fino ad arrivare alla gloria raggiunta nella magica notte di Madrid, dove tutti i sogni come per magia si sono trasformati in realtà. I nostri eroi ci salutano, ma lo fanno lasciandoci un’opportunità unica, quella di narrare ai nostri figli e alle generazioni future le loro gesta eroiche, l’inizio e la fine di una leggenda. Potremmo discorrere dei record di Zanetti, della sua fedeltà ai colori nerazzurri, del suo ciuffo sempre perfetto e di quando, con espressione incredula e occhi spiritati, ha alzato al cielo la Coppa dalle grandi orecchie; potremmo raccontare dell’intelligenza tattica del Cuchu e della sua abitudine di indossare la storica maglia di Facchetti dopo ogni grande vittoria; potremmo parlare della storica doppietta di Milito contro il Bayern Monaco o della grinta senza eguali del nostro Samuel. E potremmo tramandare tutto ciò con la consapevolezza di aver raggiunto traguardi inimmaginabili con onestà e correttezza, qualità che hanno sempre contraddistinto l’indole di questi quattro campioni. La malinconia e la nostalgia lasciano spazio, così, ad un sentimento di infinita riconoscenza. Dal profondo del cuore, non possiamo fare altro che rispondere a quell’abbraccio e permettere che quei ricordi rimangano insensibili al trascorrere del tempo, ringraziando chi ha contribuito con coraggio e dedizione a renderci orgogliosi di questa maglia e questi colori.      

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  • L’ultimo tango a San Siro

    L’ultimo tango a San Siro

    Passano solo due minuti di gioco e arriva il gol di Biava. Poi Palacio, Icardi e ancora Palacio. Non importa, non se ne accorge davvero nessuno. Non è per quello che tutti sono allo stadio. Neanche il passo d’addio di leggende come Samuel, Cambiasso e Milito distrae la platea. E’ l’ultima notte di Javier Zanetti, è l’ultimo tango a San Siro. La partita comincia (o finisce, dipende dai punti di vista) al minuto cinquantatré quando Jonathan, dopo aver fatto da opener, lascia la fascia al capitano, accolto come una rockstar dal boato del pubblico, sulle note di “The final countdown”. E’ un vero e proprio conto alla rovescia a scandire i quaranta minuti che separano dal triplice fischio finale che nessuno vorrebbe udire. Che nessuno pensava di poter mai udire. Quaranta minuti per le ultime emozionanti sgroppate sulla fascia che è stata sua per ottocentocinquantasette partite, tra difesa e centrocampo, da protagonista e da gregario. Ha avuto l’umiltà, ancor prima che la forza, per farlo. E’ stato il più grande atleta della storia del calcio. Ed è paradossale che proprio quel fisico, che per anni è stato una macchina perfetta, l’abbia costretto a dire basta. Javier Zanetti è un’icona. Del calcio, ancor prima che dell’Inter. Pupi è un esempio, una speranza, un’ispirazione per tutti quelli che per una vita vengono etichettati come dei perdenti. E’ diventato uno dei capitani più vincenti di sempre, al fianco di Josè Mourinho ha sollevato tutti i trofei del mitologico triplete, cui è giunto solo dopo aver resistito alle ere di Lippi e Tardelli o all’annata dei quattro allenatori. La Lazio è in qualche modo nel suo destino, avversaria in due momenti che per anni sono stati, rispettivamente, il migliore e il peggiore della storia di Zanetti con la maglia dell’Inter: la finale della vecchia Coppa Uefa a Parigi in cui Zanetti contribuì con un rarissimo gol alla conquista del suo primo (e per lungo tempo unico) trofeo in nerazzurro e il tragico cinque maggio. Fu la Lazio l’unica squadra capace di battere l’Inter in una “finale” nell’apertura della stagione che terminerà col Triplete. Ed è la Lazio a fare da sparring partner nel giorno in cui si chiude un ciclo che sembrava infinito. E’ stato il simbolo dell’Inter di Moratti in campo. Sarà il volto dell’Inter di Thohir. Ci sarà sempre un solo capitano. Arrivederci Pupi. Giovanni Cassese (Twitter: @vannicassese)

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  • Un Capitano, c’è solo un Capitano!

    Un Capitano, c’è solo un Capitano!

    L’anticipo tra Inter e Lazio valido per la 37^giornata di Serie A, non sarà solo decisivo in ottica Europa League, ma passerà alla storia anche come ultimo capitolo dell’immensa storia d’amore che ha legato la sponda nerazzurra di San Siro a Javier Zanetti. Contro i biancocelesti infatti, il quarantenne capitano di innumerevoli battaglie darà il suo ultimo saluto a quel pubblico che lo ha sostenuto per diciannove lunghe stagioni costellate di vittorie e sconfitte, gioie e dolori, ma soprattutto di sgroppate inarrestabili che hanno arato in lungo e in largo il manto erboso del Meazza. Ebbene sì, è arrivato il momento di dare l’addio a un uomo straordinario, un calciatore esemplare dentro e fuori dal campo. Perché Javier, oltre ad essere stato un magnifico campione, si è sempre distinto per correttezza e disciplina, valori che gli hanno permesso di guadagnarsi la stima anche dei più acerrimi rivali . Dopo il grave infortunio al tendine d’Achille del 28 aprile 2013 al “Barbera” contro il Palermo, Pupi aveva promesso a sé stesso e a tutti i tifosi che sarebbe tornato in campo almeno un’altra volta, perché la sua speciale storia d’amore con la Beneamata non si sarebbe potuta certo chiudere con un episodio così drammatico. Era cominciato tutto quel 5 giugno del 1995, quando sulla “Terrazza Martini” Zanetti venne presentato insieme al connazionale Rambert come primi acquisti dell’era targata Massimo Moratti. L’allora ventiduenne di Buenos Aires era visibilmente emozionato al cospetto di un’avventura che mai avrebbe potuto immaginare così gloriosa e ricca di sentimento. La vittoria della coppa UEFA del ’98 in finale contro la Lazio e sigillata proprio con un suo missile all’incrocio dei pali, fu solo la prima di una lunghissima striscia di successi. Nonostante qualche anno difficile contraddistinto dalle note vicende giudiziarie che hanno alterato il campionato italiano fino al 2006, Zanetti ha avuto la forza di trascinare la squadra a conquistare 5 Scudetti, 4 Supercoppe Italiane, 4 Tim Cup, 1 Coppa Uefa, 1 Champions League e 1 Mondiale per Club. Oltre a regalare gioie indimenticabili che hanno marchiato a fuoco la storia dell’Inter, Javi è certamente stato l’incarnazione vivente della voglia di andare oltre i propri limiti. Un esempio straordinario per tutti coloro che hanno avuto la fortuna di vivere da vicino le gesta di un uomo venuto da un altro continente, ma comunque capace di prendere per mano un popolo che necessitava di una figura come la sua insieme a quelle di Peppino Prisco, Giacinto Facchetti e Massimo Moratti. “L’Inter è sempre sola nel senso di solitaria, staccata da tutto il resto, al confine; è sola nel senso di unica, nel modo di pensare, di agire e di rapportarsi con il mondo. Non mi stancherò mai di ripeterlo, a costo di sembrare banale: l’Inter è una creatura diversa rispetto a tutte le altre squadre“. Parlava così in una delle tante volte in cui si è elevato portabandiera nerazzurro, rappresentando in maniera trasversale l’Inter in giro per il mondo. Questa sarà si l’ultima stagione da calciatore per Zanetti, ma per el Tractor è già pronto un altro capitolo legato ai colori più nobili della città di Milano. Infatti il Presidente Thohir sarà ben felice di accoglierlo nell’organigramma societario, anche se ancora non è chiaro esattamente con quali mansioni. L’unica cosa certa è che contro la Lazio a San Siro questa sera sarà difficile trattenere le lacrime, non solo per i tifosi interisti, ma per tutti gli amanti del calcio. Grazie di cuore, Pupi!  

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  • Persa la città, persa la dignità

    Persa la città, persa la dignità

    Millecentoventotto giorni. E’ il tempo passato dal giorno in cui il Milan si è potuto fregiare del titolo di padrona di Milano per l’ultima volta. Dall’altra parte c’era l’Inter di Leonardo e proprio le scelte scellerate del tecnico brasiliano avevano consegnato il derby, e di conseguenza lo scudetto, ai cugini. Millecentoventotto giorni dopo la peggior versione del Milan dell’ultimo decennio riconquista il controllo della città. Fa male, come allora. Ma fa male in un modo diverso. Al tempo abbiamo sofferto nel vedere una squadra ancora zeppa di campioni arrendersi e cedere ad un’altra compagine, per la prima volta dopo un lustro, quello scudetto che era ormai diventato una piacevolissima consuetudine. Oggi soffriamo nel vedere una squadra incapace persino di tirare verso la porta avversaria, contro una difesa che è, pound per pound, la peggiore della massima serie. Millecentoventotto giorni dopo ritroviamo un unico elemento di continuità: le responsabilità dell’allenatore. Allora Leonardo, oggi Mazzarri. Se allora per il tecnico brasiliano potevano valere delle giustificazioni (invero deboli) derivanti dalla scarsa esperienza, Walter Mazzarri è indifendibile. Non gli imputiamo le colpe per errori nelle scelte di formazione, per sostituzioni sconclusionate o, per una volta,per moduli sballati. Sarebbe riduttivo. L’Inter non è in grado di giocare a calcio. Millanta di essere una squadra brava in contropiede, svilendo la nobile arte della ripartenza, degradandola a mera opera di improvvisazione. Il Milan di Seedorf di certo non è in grado di fare di meglio. Di lì una sorta di partita tra mediocri giocatori di scacchi, in cui ognuno aspetta la mossa dell’altro semplicemente perché non è in grado di farne una propria. Lo scacco matto arriva un po’ per caso e un po’ per merito. E proprio come in una partita di scacchi l’Inter si ferma, a riconoscere il dubbio merito di De Jong e compagni, incapace di reagire in alcun modo. Priva di voglia di rivalsa, umiliando i suoi sostenitori e privandoli dell’ultimo minimo motivo di vanto che gli era rimasto. Restituiteci la città. Ma soprattutto restituiteci la dignità.   Giovanni Cassese (Twitter: @vannicassese)

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  • <i>Aspettando Godot</i>

    Aspettando Godot

    L’ennesimo pareggio. Uno in più rispetto alle vittorie raccolte. Non necessariamente un buon segnale per una squadra che mira ai primi posti in classifica. Però,a dispetto del risultato, Inter-Napoli si è rivelata una delle partite più godibili della mesta stagione nerazzurra: frizzante, ricca di occasioni da una parte e dall’altra, più per la debolezza dei rispettivi reparti difensivi che per qualità di gioco delle due compagini. Per l’Inter poteva e doveva essere l’occasione per battere finalmente una delle tre squadre “da Champions”, quelle che in teoria dovrebbero essere le dirette avversarie. I tre punti raccolti in sei partite certificano, se ce ne fosse ancora bisogno, la distanza che ancora separa i nerazzurri dalle prime della classe. Neanche la moria dei difensori centrali convince Mazzarri a schiodarsi dalla solita inefficace difesa a 3/5, raffazzonata grazie all’esordio dal primo minuto di un piuttosto arrugginito Andreolli. Il protagonista per fortuna è ancora una volta lui, il Godot che si è fatto attendere contro la sua volontà: Mateo Kovacic. Doveva essere la sua squadra fin dal primo giorno di ritiro, è stata invece la squadra di Mazzarri, incapace di vincere la sua idiosincrasia verso la gioventù, sacrificando il talento del più grande patrimonio tecnico di una società in ricostruzione. Mateo ci ha messo un po’ a prendere in mano la squadra, il tempo necessario perché il mister si convincesse – o fosse pressochè costretto dalle assenze – a schierarlo con continuità da titolare. La riconferma ormai certa del tecnico di San Vincenzo lo obbliga al raggiungimento di due obiettivi: far crescere Kovacic e dare un gioco alla squadra. L’uno implica l’altro. Il talentino croato domina giocando a tutto campo, ricordando sinistramente il connazionale Modric che in settimana si è reso protagonista di una prestazione meravigliosa a ben altri livelli. Quelli che un giorno potrebbe meritare Mateo. Quelli che fin da subito meriterebbe l’Inter. Giovanni Cassese (Twitter: @vannicassese)

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  • La metamorfosi di Kovacic: da costruttore di gioco a mezz’ala tuttofare

    La metamorfosi di Kovacic: da costruttore di gioco a mezz’ala tuttofare

    La metamorfosi è veramente avvenuta? Mazzarri è riuscito a trasformare il regista dai piedi vellutati in una mezz’ala tuttofare? Vedere Mateo Kovacic fare due recuperi come quelli di sabato al “Tardini” ha lasciato di stucco molti tifosi e addetti ai lavori. Eravamo abituati a vederlo danzare sul pallone, ma spesso Mazzarri lo aveva messo in discussione per la sua pigrizia nello svolgere la fase difensiva. Almeno per un pomeriggio, però, è sembrato l’opposto. A Parma il centrocampista croato si è fatto notare più in fase di contenimento che nella costruzione del gioco. Al tecnico nerazzurro saranno brillati gli occhi quando lo ha visto correre per tutto il campo e anticipare in diagonale il diretto avversario. Dopo tanto martellare i risultati stanno cominciando ad arrivare e il giusto premio è stato lasciarlo sul terreno di gioco per tutti e novanta i minuti. A lasciare il campo a Guarin, infatti, è stato Hernanes, a testimonianza della soddisfazione del mister che, nonostante il risultato ancora in bilico, ha continuato a dare fiducia all’ex Dinamo Zagabria. Tuttavia, le energie sprecate in fase difensiva hanno tolto lucidità al numero 10 nerazzurro, apparso meno preciso e illuminante quando si trattava di servire i compagni e ripartire. Sarebbe sbagliato, però, pretendere tutto e subito da una ragazzo di 19 anni, anche se la speranza di Mazzarri é che presto Kovacic possa abbinare in maniera equilibrata quantitá e qualitá. Naturalmente, i tifosi si augurano che questo tipo di lavoro non finisca per snaturare il talento cristallino del croato: Mateo è nato per inventare calcio e vedere il suo estro limitato da troppi compiti tattici sarebbe davvero un peccato.

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