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  • Oltre la polvere

    Oltre la polvere

    Ad oggi, in casa Inter e dintorni, c’è un grande polverone, sembra quasi una tempesta di sabbia, calda come la stagione che ci aspetta ma anche fastidiosa e soprattutto non permette di vedere al là del proprio naso. Le voci si rincorrono su tutto, mercato, allenatore, tesoretto, presidente, dirigenti, stadio,ma presto il vento calerà, la polvere si poserà ed i tifosi scopriranno finalmente la MancinInter 2.0, quella vera, quella cercata e voluta dal suo tecnico, quella che, per forza di cose, dovrà puntare in alto. Sembra essere vicino il ritorno di un eroe nerazzurro, del Drago, del mai domo Dejan Stankovic e sarebbe un bel punto di partenza. Il serbo, grande amico di Mancini, porterebbe cuore e carattere e soprattutto esperienza (vincente) da vendere ed amore per la maglia. Potrebbe aiutare a spiegare ai nuovi (e vecchi) nerazzurri che cos’è l’Inter, perché tutte le partite ma in particolare alcune prescindono dai valori in campo ma contano solo cuore e sudore, vedi derby milanese e d’Italia. Per quanto riguarda il presidente Thohir, sembra proprio che questa volta voglia fare sul serio, puntando deciso e senza tentennamenti sull’allenatore e soprattutto con la voglia di accontentarlo in tutto o quasi. Sembra anche che stia accelerando sul progetto stadio, incalzando il Comune e non volendo troppo aspettare le volontà (confuse) dei cugini, perché in fondo, dalla notte dei tempi, la prima squadra di Milano è la sua. Con la speranza che il tesoretto, proveniente da cessioni mirate e prestiti riscattati, aumenti il più possibile, partendo dalle parole del Mancio: “I top Players non si vendono…”, il mercato si preannuncia scoppiettante e pieno di sorprese, magari senza far troppo rumore, senza alimentare false speranze ed aspettando la quiete, ma ci saranno sicuramente i botti. I nomi accostati alla squadra di Corso Vittorio sono tanti, troppi, per crederci o anche solo per sperare, ma quest’anno a differenza dei recenti mercati, si parla solo di squadrone che sarà e che lotterà per il vertice, meno, molto meno di FPF, obiettivo Europa e conti in rosso. Il vento si calmerà, la MancinInter si svelerà e tutti giurano sarà da lustrarsi gli occhi. Il lavoro per la società non manca, partendo dal far riavvicinare i tifosi, rendendoli parte del progetto, senza illusioni ma con concretezza, cuore e sudore.

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  • Come Dottor Jekyll e Mister Hyde, questa Inter è sempre più preda di se stessa

    Come Dottor Jekyll e Mister Hyde, questa Inter è sempre più preda di se stessa

    Una partita che inquadra esattamente lo sviluppo dell’ultima stagione, anzi a dire il vero delle ultime quattro anche se con modalità varie. La sconfitta di ieri contro la Juventus fa male, alla squadra così come a tutti i tifosi, non solo perchè arrivata contro gli storici rivali bianconeri, non solo perchè arrivata contro la squadra B della Juve e nemmeno perchè sono ormai cinque anni che i nerazzurri non riescono ad avere la meglio nel “Derby d’Italia”. Questa sconfitta fa male a tutti ed è forse più bruciante degli scialbi pareggi casalinghi contro Parma, Chievo e Cesena. Nulla da togliere ad una Juventus che è in stato di grazia come l’Inter del  2010 e che ora vincerebbe anche giocando con la Primavera perchè, si sa, quando hai il vento favorevole tutto riesce facile. La cosa più allarmante perè è proprio quanto questa Inter sia sempre in grado di rivelarsi il peggior pericolo per sè stessa. Una roba da fare invidia al Dottor Jekyll e Mister Hide di Stevenson. Quella di ieri poteva essere davvero l’occasione di dare continuità a uno dei rarissimi periodi positivi di questa stagione, una striscia di prestazioni in crescita, da imbattuti e con delle speranze europee di nuovo accese anche se ormai il grande obiettivo dell’Inter è diventata l’Europa League, e questo è un altro indice chiaro della mediocrità di questa squadra. Nonostante la tensione con cui spesso si vive la sfida con la Juve, a prescindere da tutto, hai anche l’occasione di passare in vantaggio nei primi minuti con un gol casuale, ma meritato. Cosa chiedere di più? Hai di fronte una squadra che pur giocando con molte seconde linee, sembra essere proprio altrove con la testa. Magari a Roma o a Berlino dove la posta in palio sarà ben più alta di quella di ieri. Eppure l’Inter, pur se con un’apparente volontà di imporsi, non riesce a segnare la seconda rete (o meglio, Brozovic ci era riuscito…) e quando giochi con supponenza prima o poi rischi di pagarla cara. Soprattutto se ti affidi a un “regista” che decide di fare un harakiri con una palla alta a centrocampo che diventa un assist al bacio per Matri che tocca il suo primo pallone a fine primo tempo, giusto in tempo per guadagnarsi il rigore del pareggio. Secondo tempo con un copione persino peggiore visto che la Juventus ha occasioni importanti per passare in vantaggio ma non riesce a far male. L’Inter prova a metterci cattiveria ma il braccino corto, quello tanto criticato da Mancini visto che parliamo di obiettivi stagionali davvero di basso profilo, ha prevalso ancora. E se magari lo stesso Mancio riesce a stupire un con cambi discutibili (Nagatomo per Shaqiri, Podolski dentro solo al minuto 82′) allora gli ingredienti ci sono tutti per un’altra beffa. Nessuno stupore quindi se un tiro di quelli che in gergo si definiscono caramelle, il classico tiro centrale fatto senza convinzione e senza forza, riesce a bucare Handanovic, un altro forse poco presente a livello mentale. Persino nella sua esultanza Morata ha mostrato l’incredibile sorpresa per il regalo ricevuto. Un gol e una partita nel complesso che dimostrano come le qualità di questa squadra possano essere totalmente azzerate dalla mancanza di cattiveria e concentrazione. Così si riesce ad annullare nel giro di pochi minuti tutto il lavoro fatto in precedenza, facendo tornare la delusione per una stagione che poteva essere migliore ma che si rivelerà  l’ennesimo buco nell’acqua, soprattutto per le capacità auto-distruttive di questa squadra, vera nemica di se stessa.

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  • Inter-Juventus, un mix di errori condanna i nerazzurri. Partita che rispecchia l’andamento mediocre della stagione

    Inter-Juventus, un mix di errori condanna i nerazzurri. Partita che rispecchia l’andamento mediocre della stagione

    L’aveva detto tempo fa Roberto Mancini, più son forti gli avversari più l’Inter deve dare il meglio. Succede però che una Juve, fresca d’impresa contro il Real Madrid, si presenti a San Siro senza Buffon, Vidal, Pirlo e Tevez e questo nell’Inter non innesca il killer instinct. Il vantaggio di Icardi con deviazione fortuita su tiro di Brozovic fa il resto e spegne rabbia e agonismo dei nerazzurri che per l’ennesima volta sono vittima dei giocatori in rosa, sbaglia Medel, Matri parte in contropiede e Vidic non può fare altro che atterrarlo in area. Ci si aspetta un’Inter rabbiosa nella ripresa, invece è un secondo tempo da encefalogramma piatto e la squadra di casa appare spenta e abulica dalla manovra, la panchina che spesso ha dato la scossa ai nerazzurri comporta un peggioramento della situazione, aver tolto Shaqiri per Nagatomo sembra una resa o almeno giocarsela per un pareggio, il resto continua a farlo l’Inter, tiro di Morata e clamoroso infortunio di Handanovic, un errore che fatto dall’ultimo uomo a difesa della porta condanna i nerazzurri, regalo che neanche Morata si aspetta. Handanovic non è da solo nella serata horror, Juan Jesus sembra un pesce fuor d’acqua in più di un’occasione, nervoso e spesso anticipato dall’avversario, sia Lichtsteiner o Morata poco importa. è da esempio come errori da non fare da terzino, messo poi nella difesa a tre continua la sua serata infelice non riuscendo a smistare la palla nel raddoppio juventino, Medel ingabbiato fa denotare i suoi limiti nell’impostar l’azione, sul suo errore parte l’azione del rigore bianconero. A dirla con una battuta è l’ennesima partita infelice che il presidente Thohir vede di persona, una gara che doveva essere un regalo per il compleanno numero 70 di Massimo Moratti rispecchia l’annata 2014/15, sfortunata, sprecata e da dimenticare.

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  • Cosa fare senza Dybala?

    Cosa fare senza Dybala?

    Dybala non c’è, è andato via anzi, non è mai arrivato. La sua destinazione è Torino e il primo obiettivo serio per la prossima campagna acquisti di Mancini e Ausilio è così evaporato. Rammaricarsi? Un po’, l’idea della coppia giovane ed argentina con Icardi stuzzicava molte fantasie e avrebbe potuto funzionare, considerando come i due hanno caratteristiche complementari. Mancini sa far crescere i giocatori e di sicuro Dybala, in quanto attaccante, avrebbe beneficiato come Icardi dei consigli di un grande ex giocatore, un campione. E’ stato però, al tempo stesso, evitato un esborso economico abnorme per le casse del club, sempre tenute sotto controllo dall’Uefa. Inoltre, un giocatore senza esperienza in grandi club avrebbe rischiato di subire la pressione di un ambiente esigente e desideroso finalmente di tornare protagonista al più presto. In giro ci sono giocatori che costano meno, hanno più esperienza e potrebbero avere un impatto migliore, anche se non futuribili come l’argentino. L’Inter ha però nelle sue fila tanti di quei potenziali campioni futuri, che puntare su un nome più solido non pare eresia. Jovetic è una pista percorribile: il City lo ha forse messo fra i cedibili già al momento dell’acquisto e l’esclusione invernale dalle liste europee lo ha fatto piombare nello sconforto più totale. Al di là della gestione tecnica futura del club, sembra impossibile che ora il montenegrino si ostini a rimanere in Inghilterra. Rientrare in un campionato che conosce e dove è apprezzato potrebbe essere la svolta. L’Inter lo segue da tempo e l’affare Tourè potrebbe far nascere ottime collaborazioni tra le dirigenze. Il resto? Di certezze poche, ma nomi appetibili vari, da Lamela a Pedro, passando per Lacazette e Lavezzi, il tutto senza dimenticare Dzeko o addirittura Destro. Gli ultimi due sono solo suggestioni passate, in quanto rappresenterebbero solo delle fotocopie di Icardi, ormai inamovibile nel progetto manciniano. Convincono di più gli altri, soprattutto per la propensione ad essere sia delle seconde punte che degli esterni pericolosi. Mancini ha infatti virato nel finale di stagione al collaudato rombo di centrocampo, ma nella sua mente il progetto di 4-2-3-1 con due esterni di qualità è sempre aperto. Non è un caso, che oltre Dybala e Jovetic, il nome più gettonato sia stato quello di Pedro. Vedremo cosa Ausilio sarà ancora in grado di ricavare da sorprendente mercato.

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  • Icardi-Inter, una storia d’amore destinata a continuare

    Icardi-Inter, una storia d’amore destinata a continuare

    Secondo quanto riportato dalle maggiori testate sportive Mauro Icardi e la dirigenza nerazzurra avrebbero trovato l’accordo per il rinnovo dell’argentino, dopo un periodo in cui si credeva che il bomber nerazzurro sarebbe stato sacrificato per la rifondazione della squadra, ma che evidentemente Mancini non vuole perdere. Maurito arrivò a Milano l’8 luglio 2013, e partì subito per Pinzolo con la squadra allora allenata da Mazzarri. Le prime reti che segnò in campionato furono contro Juventus (uno dei suoi avversari preferiti) e Cagliari. L’anno scorso ha conquistato 23 presenze e 9 reti. Il vero boom però è avvenuto quest’anno, tra il matrimonio con Wanda Nara, Lamborghini e tanti aggiornamenti sui social. Descritto così Mauro sembrerebbe proprio un “bad boy” ai livelli di quel matto di Balotelli. E invece no. Nonostante le continue frecciatine all’ex della moglie, Maxi Lopez, e alle continue foto postate su Instagram Mauro in campo vince e convince. Le reti quest’anno sono ben 24, di cui 19 in campionato, e visto questo dato lui e Tevez si giocheranno il titolo di capocannoniere della stagione corrente. Se l’anno scorso Icardi pensava solo a prendere posizione in area e a trovare il gol quest’anno, grazie a Mancini, lavora con e per la squadra, tante sponde, assist e palloni recuperati. E tanti gol. Spesso Icardi non viene annoverato tra i più promettenti attaccanti d’Europa, forse proprio per il suo allure da “cattivo”, di sovente viene sottovalutato ricordando che in Italia l’unico centravanti degno di nota sia Tevez, dimenticandosi delle reti del nerazzurro. La storia d’amore tra Icardi e l’Inter, iniziata già nel campionato 2012/2013 quando Maurito segnò doppietta alla Juventus con la maglia della Samp, sembra destinata a continuare, e questo non può che far felice tutto il popolo interista.

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  • AMARCORD – 11 maggio 1994, l’Inter vince la sua seconda Coppa UEFA

    AMARCORD – 11 maggio 1994, l’Inter vince la sua seconda Coppa UEFA

    L’11 maggio 1994 l’Inter salì sul tetto dell’“Europa dei piccoli” alzando al cielo la Coppa Uefa sul prato di San Siro. In quella coppa le italiane presenti erano 4, oltre ai nerazzurri c’erano la Juventus, la Lazio ed il Cagliari. Proprio la squadra sarda, dopo una stagione storica, diede del filo da torcere ai nerazzurri nella doppia sfida della semifinale che finì complessivamente 5-2 per la squadra di Milano che, dopo aver perso 3-2 all’andata, schiantò i rossoblù con un secco 3-0 nella gara di ritorno. La finale, giocata su una doppia sfida, si giocò contro il Salisburgo e le gare furono decise entrambi per 1 rete a 0 a favore dell’Inter. All’andata una rete del toro loco Nicola Berti ed al ritorno una rete dell’olandese Wim Jonk resero possibile la vittoria della seconda Coppa Uefa nella storia della squadra di Corso Vittorio. Il capitano dell’armata nerazzurra erano lo Zio Bergomi e tra i pali a parare qualsiasi tiro c’era l’Uomo Ragno, Walter Zenga. La coppia d’attacco era composta dal mai dimenticato Ruben Sosa e da Dennis Bergkamp, proprio il giocatore che il presidente Pellegrini aveva portato a Milano come il nuovo Van Basten e che si fece apprezzare ben di più, nelle stagioni successive giocate con i Gunners. L’olandese in quella stagione vinse il trofeo come capocannoniere del torneo. Un’altra storia, un’altra Inter ed altre gioie ma come sempre una squadra di lotta e di pazzia con grandi protagonisti ed ottimi gregari.

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  • Gli ultimi tre chilometri, poi il responso: sarà EL? Ma soprattutto, conviene arrivare in Europa?

    Gli ultimi tre chilometri, poi il responso: sarà EL? Ma soprattutto, conviene arrivare in Europa?

    Mancano 3 chilometri, tre battaglie da vivere con passione e la giusta leggerezza, sudando per la maglia che si indossa, senza fare calcoli. O forse sì, i calcoli è meglio farli. Il perché è presto detto, esclusa la partita di sabato che vedrà impegnata l’Inter contro la Juventus e conseguentemente bisognerà lottare come non mai e provare a battere gli eterni rivali, per il resto bisognerà valutare “l’Europa” contro il Genoa, nella città della Lanterna e contro l’Empoli a San Siro. Le sanzioni parlano chiaro: un’ammenda da 6 milioni di euro rateizzabili più 14 milioni con sospensione, restrizioni al monte ingaggi ed al numero di giocatori in rosa per le stagioni 2015/2016 e 2016/2017. Ma conviene davvero entrare in Europa League, soprattutto dalla porta dei preliminari? Oggettivamente, 6 milioni per una società come l’Inter, non rappresentano un ostacolo insormontabile, inoltre fare i preliminari di Europa League falserebbe la preparazione atletica di buona parte della rosa a disposizione, farebbe saltare una parte importante della tournée in Asia e, cosa ancor più grave, giocare il giovedì fa disperdere tempo, risorse e soprattutto energie. Vero è che vincendo la coppa ci si assicurerebbe un posto al sole in quel della Champions League, ma il cammino per arrivare fin lì è lungo e molto arduo e gli introiti dell’Europa minore, sono moderatamente al di sotto delle aspettative delle società di vertice. L’ex Coppa Uefa non serve neppure da appeal per portare i campioni a vestire la maglia nerazzurra, quello caso mai è dato dal blasone, dalla consistenza del progetto e dall’immagine di Mancini. Meglio sarebbe, forse, ripartire da poco e fatto bene, con due soli obiettivi stagionali come il campionato e la Coppa Italia, attrezzando un’ottima squadra per andare a prendersi la Champions dalla porta principale la stagione successiva. Allora è tutto così chiaro? Non proprio, non approdare nelle coppe europee, comporterebbe di dover far fronte alle sanzioni lo stesso ed in più la sospensione dell’ammenda di 14 milioni potrebbe saltare portando la cifra da dover versare nelle casse dell’Uefa a ben 20 milioni. Una cifra consistente, forse troppo, per l’Inter di oggi. E allora? La soluzione non è immediata, Thohir dovrà valutare se rischiare tutto ed investire o continuare a galleggiare sperando in un colpo di fortuna, ma in questo caso il rischio è forte e com’è noto, la Dea Bendata aiuta gli audaci e soprattutto chi se la va a cercare.

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  • Che confusione

    Che confusione

    “Che confusione, sarà perché tifiamo…”. Un vecchio coro della Curva Nord, per un giocatore che faceva tremare gli avversari ed innamorare i tifosi nerazzurri, un certo Adriano, iniziava proprio così e sembra essere lo specchio di squadra e società d’oggi. La squadra è la solita, pazza, confusionaria, altalenante di sempre, il tecnico, a tratti, sembra sull’orlo di una crisi di nervi e la società non si capisce in che direzione si stia dirigendo. Andando con ordine, anche ieri con la Lazio ridotta in 9 uomini, spesso chi portava palla non aveva ugualmente punti di riferimento, Medel, il solito mastino a cui ogni tanto, per la troppa fatica, si spegne la luce e regala palloni agli avversari davanti all’area, era costretto a fare il regista, Kovacic, genio a sprazzi, per lunghi tratti si nascondeva dietro l’avversario biancoceleste di turno, la difesa ogni errore lo paga molto caro, l’attacco, a parte un gran movimento, sembrava avulso dal resto della squadra. Roberto Mancini prova a portare avanti il suo piano tattico ma più che altro sta cercando di programmare  l’Inter che verrà, non perdendo occasione per citare campioni che sarebbe entusiasta di allenare e mandando messaggi neanche troppo criptati al presidente Thohir, per convincerlo a cambiare rotta ed investire. La conseguenza di ciò è vedere partite con un gioco al limite del comprensibile. La società? Il ds Ausilio sembra essere al lavoro 24 ore su 24 per pianificare e realizzare un’Inter da sogno, ogni tanto si sbilancia dichiarando di inseguire Top Player, altre volte placa i sogni e gli entusiasmi ricordando il FPF. Fassone predica prudenza ed ogni tanto fa una battuta sugli obiettivi da Top Club che ha la squadra nerazzurra. Zanetti predica fiducia e coraggio tralasciando prudenza e razionalità. Thohir? Il presidente latita, non si sbilancia su nulla. Ogni tanto parla di progetto stadio, ma poi abbandona, date le difficoltà e l’infinita burocrazia, altre volte parla di progetto vincente ed “Inter da sogno” ma ancora nessuno ha capito dove e come si farà un cambio di marcia e come si faranno questi tanto agognati investimenti. Insomma, una gran confusione. La speranza è che terminati questi ultimi “3 chilometri”, la nebbia si diradi, le cose tornino al loro posto ed i tifosi possano liberamente sognare ad occhi aperti.

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  • 10 maggio, esattamente un anno dopo l’Inter ha giocato ancora contro la Lazio. L’anno scorso…

    10 maggio, esattamente un anno dopo l’Inter ha giocato ancora contro la Lazio. L’anno scorso…

    Domenica 10 Maggio 2015, Lazio-Inter 1-2, 10 Maggio 2014 Inter-Lazio 4-1, un anno che sembra un’eternità. Lo scorso anno ha detto addio a San Siro una bandiera, un campione, un capitano. Esattamente un anno fa l’Inter schiantò la Lazio con un secco 4-1, segnarono Palacio, con una doppietta, Icardi e, proprio come ieri sera, il Profeta Hernanes che contro la Lazio sembra aver un conto aperto. Ma la partita non sarà ricordata per il punteggio, né per le straordinarie parate di Handanovic, ma perché fu l’ultima partita nella casa nerazzurra di un campione come Milito e soprattutto del pilastro, dell’uomo, di uno dei capitani nerazzurri più amati, semplicemente: Javier Zanetti. Dopo 19 stagioni, 612 partite giocate in Serie A, una vita dedicata ai colori nerazzurri, il capitano giocò la sua ultima partita nella Sua casa a San Siro. Il suo 4, per volontà di Thohir, sarà per sempre suo, ma quella partita e quella festa fu rovinata da chi nel cuore dei tifosi nerazzurri non è mai entrato: Walter Mazzarri. L’allenatore livornese fece entrare il Capitano solamente al 50′, scatenando l’ira di buona parte dei tifosi allo stadio e non solo e poco dopo ne combinò un’altra, facendo entrare al minuto 63 anche un altro eroe del Triplete, un campione, un trascinatore come Diego Milito, anche lui all’ultima apparizione casalinga con la maglia della Beneamata. Come fossero stati  due giocatori qualunque, l’allenatore li mandò in campo per gli spiccioli di una gara che agli occhi del popolo interista rimarrà storica, ma colpevolmente macchiata. Poi nell’estate seguente, in virtù del monte ingaggi e dello svecchiamento della rosa, il mister toscano si rese protagonista dell’allontanamento di tutta la Vecchia Guardia tra cui lo stesso Zanetti, Milito, Esteban Cambiasso e Walter Samuel. Quel match terminò con le lacrime e l’emozione di buona parte dei giocatori e dei tifosi consapevoli che un’epoca ed un’Inter all’altezza dei sogni del suo popolo era terminata.

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  • Anche se a piccoli passi, qualcosa sta cambiando: il binomio Mancini-vittoria inizia a dare i suoi frutti

    Anche se a piccoli passi, qualcosa sta cambiando: il binomio Mancini-vittoria inizia a dare i suoi frutti

    Era necessaria un’impresa ieri per sperare di proseguire la rincorsa all’Europa League. Probabilmente qualsiasi tifoso interista fino a qualche anno fa avrebbe ritenuto blasfema una frase del genere su una squadra che appena cinque stagioni fa era campione di tutto in Italia, in Europa e nel mondo. A prescindere però da toni malinconici e patetici, l’obiettivo attuale è e resta questo: la qualificazione alla prossima Europa League. L’eventuale raggiungimento di questo traguardo avrà senz’altro anche punti di svantaggio come la possibilità di giocare dei preliminari già in piena estate, le sgambate del giovedì negli angoli più nascosti del continente e, ultima non per importanza, la messa in atto delle sanzioni Uefa per il FFP. Come sempre bisogna fare però di fronte a un problema, occorre valutare pro e contro di una situazione prima di darne un giudizio definitivo e i vantaggi sarebbero comunque numerosi. Per prima cosa significherebbe aver concluso la stagione con una cavalcata degna del nome che porta l’Inter e si sa che vincere aiuta solo a vincere. Inoltre se quella dell’anno prossima ha le potenzialità per essere la stagione del definitivo riscatto di questi colori, perchè farlo in sordina nel nostro campionato e non azzardare nel voler provare a imporsi anche a livello europeo in una competizione che già quest’anno era pienamente alla portata di questa squadra? Restando con i piedi per terra, perchè la qualificazione è ancora tutta da conquistare e sicuramente agevole non sarà, un richiamo alla partita di ieri contro la Lazio: in questi mesi di lavoro di Mancini l’elemento che più di tutti è emerso e che indiscutibilmente è alla base della crescita dell’Inter è proprio la mentalità. Un anno fa molto probabilmente una squadra sotto fin da subito contro una straripante Lazio all’Olimpico si sarebbe sciolta sotto i colpi delle frecce biancocelesti Anderson-Candreva e chissà come sarebbe finita. Sarebbe fin troppo facile additare le recenti vittorie dell’Inter a fattori del tipo “giocare undici contro nove è troppo facile!”. In realtà non è così perchè proprio quando l’avversario si chiude, per scelta o inferiorità numerica, aumentano le difficoltà e i nerazzurri hanno palesemente dimostrato che, tranne rare eccezioni, nessuno fa movimento senza palla. Altro dettaglio: il fatto di trovarsi gli avversari con due espulsioni, soprattutto se queste sono sacrosante, è senz’altro merito dell’atteggiamento propositivo e offensivo che Roberto Mancini ha dato alla squadra perchè le dinamiche di gioco sono sempre pura conseguenza del modo con cui le squadre interpretano la partita. L’Inter peraltro ha quel potere magico secondo cui anche in 11 contro 9 è impossibile che non si faccia fatica, soprattutto dopo il rigore parato da Berisha che ha caricato e non poco la squadra e tutta la tifoseria che fino al minuto 84 ha creduto davvero nell’impresa di fare punti nonostante la doppia inferiorità di uomini. Paradossalmente poteva essere lo stesso copione di Inter-Chievo di domenica scorsa con la differenza che la Lazio non aveva uomini oltre la linea della palla, ma nove dietro comunque sì. L’inerzia della gara era anche a vantaggio della squadra di Pioli per l’euforia del penalty fallito da Icardi e della proverbiale fretta che aveva l’Inter nel cercare la vittoria a differenza dei biancocelesti che pur con la sconfitta sarebbero rimasti pienamente in corsa per il secondo posto. E proprio qui emerge quell’impronta del Mancio che è alla base di ogni vittoria: attaccare, attaccare, attaccare. Perchè se la palla ce l’hai tu l’avversario non può far male, perchè se attacchi senza arrenderti fino alla fine prima o poi l’occasione si può creare, perchè se ci credi alla fine ce la fai. “Memento audere semper” diceva l’esteta Gabriele D’Annunzio. “Ricorda di osare sempre”, perchè solo chi osa rischia di diventare grande davvero. 

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