“Visioni e frasi spezzettate si affacciano di nuovo alla mia mente”. Due anni dopo è ancora difficile trasfondere nel sempre più virtuale e labile inchiostro emozioni che si mantengono indelebili col passare del tempo.

Squarci di gioia, stralci di emozioni, residui di lacrime da ammassare in poche aride parole: impresa da affrontare col senso di onnipotenza che solo quegli eroi che conquistarono il tetto d’Europa sapevano darci. Quel senso di onnipotenza di cui accusiamo la lancinante mancanza. Ma, almeno nel girono del ricordo, ci arroghiamo la titolarità di un diritto che neanche un paio di anni di gestione scellerata possono negarci.

Due anni fa l’Inter, conquistando Madrid, conquistava l’Europa, dopo aver sottomesso l’Italia, prima di spadroneggiare nel mondo. Un’impresa che resterà ad imperitura memoria nella testa di ogni tifoso nerazzurro e un po’ più giù. “Più grande è l’impresa, più grande è l’errore” sembra essere il motto degli ultimi due anni a tinte nerazzurre. Ogni giorno è buono (mica tanto) per prendere tristemente atto degli strafalcioni commessi nel post triplete. Lasciatecene uno per celebrare la perfezione di quella che non era una squadra, ma LA squadra.

Julio Cesar, Maicon, Lucio, Samuel, Chivu, Zanetti, Cambiasso, Pandev, Sneijder, Eto’o, Milito: la formazione che quella sera a Madrid dopo 45 anni ha finalmente reso obsoleta la formula “Sarti, Burgnich, Facchetti”, con cui i vecchi nerazzurri mettevano a dormire i giovani, ignari di cosa significasse stare sulla cima più alta del vecchio continente. E ancora Stankovic, Muntari (sì, ai tempi in cui vinceva) e Materazzi, uno che prima di quel giorno le lacrime le aveva versate per grandi delusioni come quella del cinque maggio.

Ma il 2010 è un anno magico, un cui anche vecchi fantasmi vengono scacciati: il 5 maggio si ricorderà come il giorno del primo “titulo”, quella coppa Italia, che per noi allora era solo il prologo di una fantastica favola. A seguire lo Scudetto (il 16 maggio) e poi il 22 maggio la finale perfetta. All’interno del “Bernabeu” le lacrime di Materazzi furono solo di gioia. Fuori per il drammatico addio del grande protagonista della remuntada, quella riuscita, nerazzurra: Josè Mourinho.

Nessuno riuscirà a perdonargli quel precoce addio, nessuno riuscirà mai ad odiarlo per questo. Solo il più grande allenatore del terzo millennio poteva portare l’Inter a un’impresa epica, a quello storico triplete che, nella storia del calcio, solo altre cinque squadre hanno saputo centrare.

Hanno provato in tanti a fermare l’inarrestabile marcia di Mourinho e i suoi: non solo i “marziani” blaugrana, ma corazzate da ogni dove. Su tutte le due finaliste di quest’anno, Chelsea e Bayern, piegate dal ruggito di Samuel Eto’o e dalla spietata eleganza del “Principe” Milito, volto di ogni trionfo nerazzurro, inspiegabilmente ignorato prima dal selezionatore della sua Argentina e poi dai giurati di France Football.

Vorrei trovare un finale adatto a queste parole in versione amarcord. Ma non riesco a smettere di guardare e riguardare le immagini di capitan Zanetti che alza al cielo la coppa. Fatelo anche voi. La parola a un certo punto annoi. Il ricordo dei trionfi mai.